Venerdì, 29 Maggio 2020

ATTUALITA' NEWS

Proseguiamo con la nostra rubrica settimanale “il Salvagente”. Oggi chiederemo all’avvocato Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziari della provincia di Crotone di spiegarci quali strumenti la legge mette a disposizione degli imprenditori in crisi per affrontarla ed uscirne in tempi ragionevoli.

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La nostra rubrica questa settimana si occuperà di temi di strettissima attualità che hanno suscitato grande interesse e curiosità negli ultimi giorni. Chiederemo a Giuseppe Donnici (foto nel riquadro in alto a sinistra), presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziari della provincia di Crotone, di spiegare ai nostri lettori come interpretare le Ordinanze emesse dalla Presidenza della Regione:

Avvocato, stiamo per entrare nella fase 2, che tipo di impatto avrà sull’economia reale?

Siamo stati colti all’improvviso da uno Tsunami di dimensioni epocali i cui effetti non devono essere misurati solo con i morti provocati sino ad oggi, ma, anche, con le difficoltà che avremo a partire dalle fasi successive al lockdown, se non adeguatamente pensate. Dal punto di vista della “cronaca di guerra” si registrano i ritardi nell’erogazione della cassa integrazione in deroga, le difficoltà ad accedere ai prestiti bancari che prevedono la garanzia dello stato e, più in generale, una grande paura del futuro. Ricordo che la paura ha un impatto immediato sull’economia reale perché spinge la domanda verso il basso: la gente spaventata tende a non spendere soldi se non per l’acquisto di beni di primissima necessità.

In questi giorni abbiamo visto un susseguirsi di Ordinanze che, probabilmente, hanno confuso i cittadini. Non ultima quella emanata dalla presidenza della Regione Calabria che, riferisce il ministro Boccia, probabilmente sarà impugnata. Come è suddivisa la potestà legislativa tra Stato e Regioni?

Le valutazioni politiche le lascio ai lettori. Io mi limiterò a riflettere ad alta voce sui dati che abbiamo a disposizione: un Decreto legge che impone comportamenti momentaneamente limitativi della libertà, la cui emissione è giustificata dalla necessità di arginare l’impatto del virus e un’ordinanza della presidente della Regione Calabria che, in parte, se ne discosta allentando le limitazioni previste dal primo. Questo è il punto di partenza. Per rispondere alla sua domanda, dobbiamo leggere l’articolo 117 della Costituzione, riformato nel 2001, che ci consegna un quadro apparentemente semplice: esistono materie di esclusiva competenza dello Stato, indicate nel primo comma, e materie per le quali è prevista una competenza “concorrente”, che significa ripartita, indicate nel comma successivo, per le quali spetta alle Regioni la potestà legislativa “di dettaglio” ma sempre all’interno di un quadro costituito da principi fondamentali la cui determinazione è riservata alla legislazione statale.  Lo Stato crea la cornice e le Regioni dipingono la tela. La tutela della salute, intesa in senso lato, rientra nell’area della legislazione di competenza regionale nel senso appena detto. Per capire come dobbiamo collocare all’interno del sistema la famosa ordinanza è necessario, però, fare un passo ulteriore. Quanto esaminato, va integrato con la lettura della norma che troviamo più volte citata dall’ordinanza presidenziale: l’articolo 32 della legge 833 del 1978 (la legge che ha istituito il Servizio sanitario nazionale). Al terzo comma, viene stabilito che il presidente della Regione può emanare ordinanze di carattere urgente in materia sanitaria alla stregua del ministero della Sanità. La differenza consiste, anche, nell’ambito territoriale in cui si esplica l’efficacia delle due fonti: le prime sono limitate alla Regione di competenza, le seconde hanno respiro nazionale.

Questo significa che esiste un conflitto di competenze non risolto?

In buona sostanza, sì. Tutto parte dalla riforma del titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001. La più grande riforma costituzionale dal 1948 ad oggi. L’intento era quello di decentrare i poteri dello Stato per favorire gli Enti più prossimi al popolo, come le Regioni. Naturalmente, non è semplice applicare principi federalisti a uno Stato nato come unitario e accentratore. Negli anni successivi, sarebbe stato doveroso un riallineamento dei rapporti Stato e Regioni per evitare il caos normativo ed amministrativo e per non vanificare lo sforzo fatto per il restauro dell’architettura della Repubblica. Alcune questioni, ancora oggi, sono rimaste irrisolte. Per comprendere la vicenda, però, è necessario aggiungere un’altra riflessione al quadro che abbiamo delineato: l’ordinanza di cui parliamo, deve essere considerata un atto amministrativo, infatti, alle ultime righe della stessa, viene espressamente scritto che è possibile impugnarla dinnanzi al Tribunale amministrativo regionale. Il tutto, però, dovrà avvenire entro il termine di 60 giorni dalla comunicazione, presumibilmente avvenuta il 30 aprile 2020. Significa che, anche se si dovesse concretizzare l’impugnativa, salvo sorprese, nel frattempo la fase 1 sarà terminata in tutta Italia e pur con le cautele del caso, tutti i bar ed i ristoranti potranno aprire comunque.

Alla luce di quanto appena detto, secondo Lei, dobbiamo considerare, quanto meno, inopportuno, il decreto della Presidenza della Regione?

Ritengo che un’ordinanza contingibile e urgente emanata da un qualsiasi presidente di Regione, al di là delle logiche che la sorreggono, non abbia forza di legge, ma natura amministrativa e, come tale, non può derogare alle fonti legislative primarie. Un’ordinanza che va in senso contrario al contenuto di un Decreto legge, per me, deve essere considerata illegittima. Diversamente, corriamo il rischio di riconoscere alle Regioni potestà non dovute poiché disancorate dai principi sostanziali di un Ordinamento che, certamente, non può essere considerato federalista. Si creerebbe, così, un pericoloso ibrido tra accentramento e devolution che si tradurrebbe in una sostanziale ingovernabilità.  Per quanto riguarda l’opportunità del Decreto preferisco non esprimermi. Per dovere di cronaca, dobbiamo dire che l’ordinanza rimane in vigore fin quando il Tribunale amministrativo regionale, o il Capo dello Stato, non ne dichiarano l’illegittimità. Personalmente sono per una linea propositiva, ma senza dimenticare che la Calabria ha pochissimi posti in terapia intensiva, che alcune zone non sono facilmente raggiungibili e che, mediamente, la popolazione ha un’età elevata. Al di là di tutto, ritengo che la Regione, le Province e i Comuni debbano concertare la gestione della fase 2, ponendosi al fianco di tutti i cittadini. Questa è la loro funzione.

Si registra un’assenza sotto questo punto di vista?

Le esigenze sono tante e tutte diverse. Gli enti locali devono sostenere la ripresa e, per farlo, devono, prima di tutto, parlare con la gente che, tutte le mattine, alza la saracinesca. Pontificare non ha senso se, poi, le esigenze del popolo non si traducono in politiche fattive. I piccoli imprenditori, per esempio, sono rimasti alla mercé del mercato che li sta uccidendo tutti. Per questo, se mi è concesso, voglio condividere una riflessione con i lettori: dopo circa due anni, possiamo considerare terminati i lavori per la ricostruzione del ponte Morandi. Genova è una grande città e i Genovesi meritano tutto questo anche per rendere onore ai 43 innocenti finiti sotto le macerie. Quanti ne dovranno morire prima di avere una statale 106 che renda onore ai nostri innocenti? La soluzione di questo problema, e di molti altri, per chi guiderà la città di Crotone, non dovrà essere un impegno, ma una ossessione.

L’associazione che presiede ha sul tavolo iniziative?

La fase 2 e la fase 3, dal punto di vista economico, saranno più problematiche della fase 1. L’associazione è composta da Professionisti esperti nella gestione delle crisi di impresa ed ogni componente è in grado di fornire un contributo scientifico di altissimo livello. Crotone ha queste eccellenze. Stiamo valutando una serie di iniziative che ci proietteranno in prima linea per stare, concretamente, al fianco dei cittadini. Grazie al contributo di tutti, le proposte sono già sul piatto e, a breve, verranno valutate da tutti gli Associati e portate a conoscenza dell’utenza.

Infine, che consiglio ritiene di dover dare ai cittadini crotonesi che stanno affrontando questo periodo buio?

Che alle prossime elezioni, si faccia il balzo decisivo e si scelga la competenza. Ne abbiamo bisogno e non possiamo più aspettare.

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Proseguiamo con “il Salvagente”, la rubrica dedicata ai nostri lettori per chiarire e rendere accessibili a tutti, aspetti e temi di stretta attualità. A cura di Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei Liquidatori Giudiziali della Provincia di Crotone, che questa settimana compie un “tracciato” su quanto accadendo in Europa e su come le misure adottate potranno avere effetti benefici anche nei nostri riguardi.Avvocato, ieri si è riunito l’Eurogruppo. Potrebbe spiegare che cos’è?

E’ la riunione che, periodicamente, svolgono i ministri delle Finanze dei 19 paesi dell’Eurozona per discutere su temi di interesse comune, ovviamente nell’ambito economico e finanziario. Sinora ha svolto un ruolo preparatorio e propulsivo dei lavori dell’Ecofin che, invece, è l’adunanza plenaria dei 28 ministri delle Finanze dell’ Unione europea. Già da quanto detto, è possibile dedurre la portata delle decisioni dell’Eurogruppo che, per esempio in sede di Ecofin, si pone con una linea comune al cospetto dei Paesi che non fanno parte dell’euro zona. Questo atteggiamento ha degli effetti tangibili in relazione alle rispettive capacità contrattuali ed alla determinazione dei rapporti di forza tra l’euro e le altre valute, anche di altri continenti.

Che cosa hanno deciso? Ci sono buone notizie in arrivo?

Si è discusso, per la quarta volta, delle strategie da adottare per arginare la crisi provocata dalla pandemia. L’Italia è stata la prima a proporre soluzioni ispirate al senso di “solidarietà” tra gli Stati che dovrebbe caratterizzare ogni “Unione”. Poi, più o meno sulla stessa linea, si sono pronunciate Spagna e Francia. All’inizio, i paesi del nord Europa e la Germania hanno rigettato le nostre proposte senza, come nel caso dell’Olanda, aprire un dibattito interno imperniato alla comprensione del progetto. Per i sostenitori della linea del rigore, l’elevato debito pubblico Italiano è un “peccato originale” così grande da far sorgere una sorta di muro invalicabile tra gli stati presunti “virtuosi” del nord e tutti gli altri. Alla fine, pare che sia passata una linea che è la perfetta sintesi tra le richieste italiane, Francesi e Spagnole, ossia il Recovery fund.

Quali erano le proposte sul piatto? Cos’è il Recovery fund?

Il premier Spagnolo, Pedro Sanchez, ha subito puntato sulla trasformazione del Mes da "killer" istituzionalizzato dell’Unione europea a strumento per dare inizio alla resilienza economica. In pratica, l’atteggiamento della Spagna è andato subito nella direzione di disarmare il Mes, abolendo la licenza di uccidere che anche l’Italia gli ha conferito, per utilizzarlo senza condizionalità e con logiche nuove e rispondenti alla fase di emergenza attuale. La Francia, invece, ha coraggiosamente proposto i recovery bond, trovando una pacata resistenza da parte dei paesi del Nord e una mezza apertura da parte della Germania con la quale ha intavolato una trattativa che si è tramutata in una linea comune. Consideri che Francia e Germania sono i primi due Paesi dell’Unione. L’italia, invece, ha chiesto l’utilizzo di uno strumento che, al momento, ancora non esiste: i corona bond. Sussurrando, possiamo dire che l’Italia ha furbescamente chiesto "oro zecchino" al fine di ottenere un "utilissimo argento". In ogni caso, non credo sia questo il tono che si deve utilizzare nei tavoli europei.  

Quindi il recovery fund funziona diversamente dagli altri strumenti?

L’idea principale è stata quella di tranquillizzare gli oppositori cancellando l’idea di “mutualizzazione” del debito pregresso con una più nobile e meno impegnativa “condivisione del rischio futuro”.  Questo passaggio è stato determinante e il merito deve andare ai francesi e alla presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen. Il finanziamento del fondo dovrebbe avvenire mediante la raccolta di liquidità data dall’emissione dei recovery bond che sono titoli di debito comune. Ovviamente, è meglio non cantare vittoria troppo presto perché l’analisi del fabbisogno e l’approntamento delle relative risorse è stato demandato alla Commissione europea secondo un calendario già presente sui siti istituzionali. Un risultato, però, esiste già ed è un documento condiviso dai 27 Paesi membri circa l’istituzione del fondo. Gli impegni dell’Unione, però, non finiscono qui.

In che senso? cosa si sta preparando?

Si è discusso molto in questi giorni del Mes, il meccanismo europeo di stabilità. Personalmente ritengo che, prima di parlarne, sia opportuno capire che cos’è e a cosa serve, attingendo alle fonti istituzionali che possono essere facilmente reperite in rete. Iniziamo dicendo che, pur essendo regolato da normative internazionali, il Mes non è un mostro mitologico, ma una società di diritto speciale lussemburghese il cui capitale è in parte pubblico. L’Italia è uno dei soci fondatori ed è il terzo finanziatore, subito dopo la Germania e la Francia. Il Mes può prestare somme di denaro secondo due linee di credito, una prevista per i paesi che non hanno problemi di debito pubblico, e una prevista per quelli che ce l’hanno. Le modalità di restituzione del prestito variano a seconda del rating di chi percepisce le somme e, in alcuni casi, possono prevedere anche una ristrutturazione complessiva delle fonti del debito. Ecco perché la Grecia, che ne ha usufruito, ha dovuto licenziare migliaia di dipendenti pubblici così diventando il "cigno nero", l’esempio negativo dal quale fuggire. In questi giorni, però, la linea dell’Eurogruppo è andata verso la creazione di una terza linea di credito che preveda l’abolizione delle condizionalità apocalittiche previste per le altre due. La demonizzazione mediatica dello strumento, quindi, è basata sul nulla o su pregiudizi tesi a incoraggiare politiche interne sovraniste, per due motivi principali: il primo, perché non ha tenuto in considerazione l’eliminazione del patto di stabilità e crescita che, di fatto, ha già eliminato, alla fonte, i principali aspetti percepiti come vessatori dal sentire comune; e il secondo, perché non è in grado di sapere in anticipo come sarà strutturata la nuova linea di credito per la quale, al momento, è possibile solo sapere che non prevede condizionalità. Personalmente ritengo che sia un ottimo passo in avanti.

Nel frattempo, la nostra redazione riceve quotidianamente il grido di allarme delle associazioni di categoria che temono per la loro sopravvivenza...

La vicenda del Meridione d’Italia è complessa, e quella di Crotone lo è ancora di più. La dimensione Europea mette a disposizione una serie di opportunità che, però, devono essere colte. La dispersione del tessuto economico Crotonese, già flebile, sarebbe una vera tragedia. Ecco perché, già in precedenti interviste, auspicavo l’inizio di una nuova Primavera, un risveglio delle coscienze. E’ l’unico modo per uscire dal torpore malinconico in cui ci troviamo da 30 anni. Abbiamo le risorse da valorizzare, che cosa stiamo aspettando? Che qualcuno lo faccia al posto nostro? Ritengo che questa sia la strada migliore per sparire definitivamente dai radar della civiltà moderna e proseguire, mestamente, il nostro cammino verso il Medio evo.

Ha in mente delle ricette?

Nulla di speciale, o che non sia già stato pensato da qualche mente illuminata. Si parta dalla valorizzazione di quello che abbiamo. Non si abbandoni il centro cittadino, anzi, si creino degli strumenti per consentire a tutti di godere del salotto della città. Si sfrutti la meravigliosa primavera affinché, da spettacolo della natura, possa tramutarsi in opportunità di guadagno per tutti, senza intaccarne la bellezza e l’autenticità. Si utilizzino le risorse esistenti per iniziare ad ammirare alla luce del sole quello che abbiamo, da millenni, sotto i nostri nasi. Il volano economico prodotto dal turismo storico -  culturale in altre località italiane ha prodotto una rendita perpetua di cui godono e godranno le generazioni future. Questo ritengo che possa essere il principio di un nuovo inizio. La scelta del futuro è una responsabilità che ricade su di noi.

 

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Inauguriamo oggi una nuova rubrica settimanale della ProvKR che chiameremo “il Salvagente” e che tratterà temi attuali di carattere economico, sociale e finanziario riguardanti il nostro territorio, ma anche il contesto europeo e mondiale. Attraverso le spiegazioni di soggetti altamente specializzati, cercheremo di rendere comprensibili a tutti concetti e questioni che ci riguardano. Visto il grande successo avuto dalla precedente intervista, iniziamo il nostro nuovo servizio ai lettori partendo da Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziari della provincia di Crotone.

Avvocato, l’attuale crisi economica provocata dalla pandemia Covid-19 ha degli elementi in comune con la crisi economica mondiale del 2007/2008?

Per poter comprendere appieno cause, effetti e possibili rimedi della crisi attuale, è giusto esaminare e comprendere cosa successe nel 2007 e, se esistono dei punti in comune, replicarli immediatamente. Certamente è possibile un paragone in termini di conseguenze disastrose per l’economia e in relazione alle possibili politiche economiche per uscirne fuori. La genesi delle crisi, però, è diversa. Quella del 2007 nacque negli stati Uniti per poi espandersi al resto del mondo nel quinquennio 2008 – 2013. Tutto iniziò dalla bolla speculativa generata da un "turbo-mercato" immobiliare che, pur considerato da alcuni l’esatta specificazione dell’American dream "reganiano", portava in sé un grave peccato originale: i mutui subprime, ossia quei prestiti concessi a soggetti, privati e non, per i quali non era possibile costruire una storia di merito creditizio a causa di insolvenze pregresse, perché in una fase di start-up o per altri motivi. La bolla immobiliare ha innescato un forte innalzamento dei prezzi degli immobili, provocando un conseguente forte indebitamento dei soggetti che, per esigenze di vita o commerciali, dovevano acquistarli. La crescita dei prezzi ha, a sua volta, causato un forte indebitamento dei beneficiari dei mutui che, ben presto, ha raggiunto il punto di non ritorno. Così, in poco tempo, sono stati pignorati un milione e seicentomila immobili. La crisi, da economica, divenne anche sociale.

Perché la crisi del 2007, partita dagli Stati uniti è, poi, divenuta mondiale? E’ possibile che questo meccanismo pervasivo si verifichi anche oggi?

E’ certamente possibile a causa dei meccanismi di contagio tipici della moderna economia di mercato basata principalmente sullo scambio di valori, prima ancora che di beni. In estrema sintesi, nel 2007, le banche coinvolte, per cercare di smorzare gli effetti connessi al mancato rientro di questi prestiti, decisero di ripulirsi vendendoli a terzi che, a loro volta, li rivendevano ad altri soggetti, anche privati. Ovviamente, chi acquistava i derivati dei mutui subprime, lo faceva perché voleva lucrare un margine sull’acquisto fin quando, però, a causa della crisi, nel frattempo propagatasi in altri settori dell’economia, il sistema divenne pericoloso e poco redditizio. Questo meccanismo di rivendita dei “titoli tossici” ha prodotto una veloce espansione degli effetti negativi. La crisi, quindi, inizialmente circoscritta al solo ambito bancario/finanziario del comparto immobiliare, in poco tempo ne ha superato i confini. Da qui, il salto verso altri continenti, a causa delle inevitabili cointeressenze finanziarie, è stato molto breve.

Come si affrontò quel periodo di crisi? Gli strumenti dell’epoca, possono essere utilizzati anche oggi?

La domanda ci consente di fare un salto temporale ai giorni nostri. Nel 2009 gli strumenti propri dei mercati si rivelarono insufficienti se posti al cospetto del danno a cui porre rimedio. Anzi, in alcuni casi, si rivelarono addirittura dannosi, perché comportarono il contagio di altri settori strategici dell’economia che entrò, quindi, in una grave fase di recessione. Appurato, quindi, che gli anticorpi propri del mercato non funzionavano, è intervenuto il governo degli Stati uniti con una massiccia iniezione di liquidità che corroborò i tessuti vitali dell’economia. Fatte le dovute proporzioni, la stessa cosa sta accadendo in questo momento. Trump, infatti, ha deciso con i suoi economisti, di mettere in atto la cosiddetta "Helicopter Money", ossia una politica economica che prevede l’immissione di liquidità nel sistema come se i soldi piovessero dal cielo. La Banca centrale stampa moneta che viene girata direttamente ai cittadini, senza passare da complicati meccanismi distributivi che neutralizzano uno degli elementi essenziali della strategia: la velocità. Il paradigma è semplice: se la crisi è oggi, prima immetto liquidità nel sistema, prima innesco i circoli virtuosi che ne sterilizzano le conseguenze negative; se, invece, attendo, non solo sarà necessaria una immissione di liquidità superiore, ma avrò anche meno certezze sulla riuscita dell’intera operazione. Ovviamente, questo è possibile perché gli Stati uniti esercitavano, ed esercitano, la sovranità sul dollaro; noi, invece, non possiamo esercitarla sull’euro.

Siamo arrivati al punto dolente. Quello che sta avvenendo tra i leader europei ci lascia un po’ perplessi. Perché, ancora, non è stata adottata una strategia comune di risposta alla crisi generata dal Coronavirus?

Per una questione di carattere strutturale: l’Europa non è uno stato federale. Ne discendono una serie di conseguenze che, ci stiamo accorgendo, non hanno solo un carattere “metafisico”, ma anche pratico, mi riferisco, per esempio, alle maggioranze necessarie per scegliere le politiche economiche di salvataggio; oppure, sebbene qualcuno cerchi di veicolare un messaggio diverso, l’impossibilità di utilizzare alcuni strumenti, tipo il Mes, perché strutturato per gestire altri tipi di problematiche e totalmente inadeguato al raggiungimento di una complicata mission che prevede la sterilizzazione dei danni economici prodotti dal coronavirus e, contemporaneamente, la creazione dei presupposti per un nuovo rinascimento economico. Altre cause, non del tutto indipendenti dalle prime, sembra che siano ascrivibili ad insensate prese di posizione di alcuni stati, ancorati alla necessità di soddisfare poco nobili bisogni di politica interna. In ogni caso, gli uni e gli altri, provocano una penosa perdita di tempo e di fiducia nell’Europa.

A sopperire alla mancanza di risposta Europea, pare che gli Stati Uniti e la Cina stiano facendo a gara per aiutarci. Qual è il messaggio che dobbiamo cogliere?

Già nella precedente intervista facevo riferimento al nuovo ordine geopolitico mondiale. La Cina sta investendo un fiume di denaro e di risorse umane in quasi tutti i paesi dell’Africa, anche quelli più prossimi all’Italia, tipo Libia, Marocco, Egitto, Tunisia, Algeria. Circa un milione di cinesi si sono trasferiti in Africa dove hanno già costruito strade, scuole, palazzi, cose tangibili ed idonee a conquistare il consenso dei popoli a dispetto delle mere cooperazioni instaurate dagli stati occidentali che hanno prodotto valore e ricchezza per pochi. In pratica, il volume d’affari tra la Cina e l’Africa ha consentito alla prima di essere il primo partner commerciale della seconda degli ultimi 10 anni. Parliamo di un giro di affari di circa 300 miliardi di dollari all’anno. Il meccanismo è semplice: la Cina investe, gli Stati africani non possono restituire il prezzo degli investimenti e, quindi, sono costretti a cedere i beni ed affidare i servizi a chi li ha costruiti. Nella sostanza, lo stesso discorso vale con lo sfruttamento delle materie prime. La Cina, insomma, oggi è meno lontana di quello che si pensi. Anzi, è affacciata, con forza crescente, alla finestra con vista sul Mediterraneo. Tutto questo, sollecita gli Stati uniti, che vedono nella Cina un concorrente in grado, sempre di più, di attrarre investimenti. L’italia, in questo divenire, è il paese più vicino alle due potenze mondiali non solo per ragioni geografiche, ma, con riferimento agli Stati uniti, anche storiche e culturali. Ecco perché il presidente Trump ha emanato un Decreto presidenziale, visibile sul sito ufficiale della Casa bianca, con il quale, utilizzando parole di "zucchero" nei confronti degli italiani, ha autorizzato la sua amministrazione a sostenere la ripresa economica dell’Italia. Consideri che "di stanza" in Italia abbiamo 30.000 soldati americani, tutti iscritti al libro paga degli Stati uniti.  

Quali sono, quindi, gli scenari che si delineano per l’Italia? Quale ritiene possa essere l’insegnamento che potrà trarsi da tutta questa vicenda?

Innanzitutto che l’Italia non è affatto la cenerentola che qualcuno vuole dipingere. Il debito pubblico che ci viene rinfacciato non è il male, ma la cura, se gestito "cum grano salis". Lo ha, di recente, affermato il professor Romano Prodi, un padre fondatore della Comunità europea. Lo stesso discorso può essere replicato per la provincia di Crotone. Se potessi chiudere gli occhi ed esprimere un desiderio, vorrei che si ripresentassero le occasioni avute 30 anni addietro quando l’aeroporto di Crotone doveva essere la punta di diamante dell’aviazione degli Stati uniti nel Mediterraneo. Consideri che, all’epoca, erano previsti stanziamenti per 500 milioni di dollari e l’arrivo di un contingente di 15mila uomini con relativi redditi al seguito. Poi, però, è caduto il muro di Berlino, la guerra fredda è finita, e, di conseguenza, l’Italia non ha più avuto quell’appeal necessario per concludere l’operazione che, nonostante le insistenze del Pentagono, rimase lettera morta.

Possiamo affermare, quindi, che trenta anni dopo, siamo di nuovo oggetto delle attenzioni mondiali? Che cosa potrebbe significare tutto questo?

Che, mi auguro molto presto, potremo dire anche noi: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

 

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