Domenica, 25 Ottobre 2020

CRONACA NEWS

doncamillo pepponeBRESCELLO (REGGIO EMILIA) - Sciolto per "infiltrazioni mafiose" il Comune di Brescello, in provincia di Reggio Emilia, protagonista delle avventure di don Camillo e Peppone. Lo annuncia la Lega Nord in Regione Emilia-Romagna secondo cui "lo scioglimento per mafia è una vittoria di Ln che da anni sta conducendo una battaglia per la legalità". "Ora aria pulita a Brescello, siamo pronti a collaborare col commissario, come già fatto con la commissione prefettizia", scrive l'attivista antimafia del Carroccio Catia Silva, consigliera comunale di Brescello.

 

"Il commissariamento - prosegue Silva - è il riconoscimento di oltre dieci anni di lavoro svolto dalla Lega Nord che per prima fiutò il rischio infiltrazioni e denunciò i casi. Ricordo che fin dal 1999 venne l'europarlamentare Mario Borghezio per denunciare le infiltrazioni 'ndranghetiste nel Comune".

 

Secondo Gianluca Vinci, segretario della Lega Emilia: "Grazie alla sue interrogazioni e ai suoi articoli sulla stampa, Catia da me nominata responsabile legalità della Lega Emilia, ha portato alla luce il sommerso sistema Brescello, pagando a duro prezzo, subendo numerose intimidazioni tra le quali incendi, danneggiamenti e non da ultime minacce aggravate dalla finalità mafiosa, da parte di cinque personaggi, tra i quali, in primis, spicca Alfonso Diletto, ritenuto uno dei cinque esponenti emiliani della 'ndrina, attualmente al 41bis nell'ambito del processo Aemilia e sotto processo a Bologna per le minacce alla Silva a partire dagli anni 2009-2010".

 

Sul punto interviene anche Alan Fabbri, capogruppo leghista in Regione Emilia Romagna: "Ricordo la campagna elettorale del 2014, quando fummo di fatto allontanati da un bar di calabresi, in pieno centro paese, per la nostra appartenenza alla Lega Nord. Certe scene non si dovranno mai più ripetere nel paese che ci piace ricordare come quello di don Camillo e Peppone. Vogliamo una regione libera dalle mafie, libera dalle compromissioni. L'impegno di Catia e della Lega Nord sia modello ed esempio per tutti i partiti: per liberarsi dalla criminalità organizzata servono schiena dritta e nessun compromesso".

 

 

 

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cartello aemiliaREGGIO EMILIA - Sono in corso accertamenti su sette pagine, contenute in un cartello giallo con scritto in rosso "Appello a tutto il popolo italiano", affisso lo scorso 26 marzo a Reggio Emilia. Le sette pagine contengono frasi contro il processo 'Aemilia', il cui dibattimento si è aperto lo scorso 30 marzo a Reggio Emilia. Le pagine sono state individuate su una bacheca poco distante dal tribunale di Reggio Emilia, sede del procedimento contro la criminalità organizzata.

 

Sui fogli a quadretti, riempiti in un italiano stentato e sgrammaticato, ci sono riferimenti di vario tipo: dalla 'ndrangheta, al terrorismo islamico. Sostanzialmente si dice che i reggiani vogliono mandare via i calabresi perché adesso hanno stretto un patto con gli islamici. Si fanno anche riferimenti al dirigente del carcere di Reggio Emilia, alcuni avvocati, assistenti sociali e un parroco. Oltre al popolo italiano, su di esso si fa «appello a tutti i cutresi e tutti i calabresi». A conclusione delle sette pagine c'è un'immagine di Cristo con scritto 'Onore al nostro credo'.

 

«Ci sono 250 cutresi - è scritto in un foglio - che sono accusati appartenenti alla 'ndrangheta Su questi 250 imputati ci possono essere dai 20 ai 30 appartenenti alla 'ndrangheta che io stesso chiamo feccia». Poi anche i tributi a boss come Giuseppe Piromalli, Antonio Macrì, Tano Badalamenti. Il cartello è stato sequestrato dai Carabinieri per accertamenti. Informata la Procura Distrettuale Antimafia.

 

 

 

 

 

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E' in corso dalle prime luci dell'alba una vasta operazione di servizio condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Milano, che vede impegnati i militari del capoluogo lombardo, quelli brianzoli, delle province confinanti nonche' di Crotone, Reggio Calabria e Bari, nello smantellamento di una "locale" della 'ndrangheta dedita al traffico internazionale degli stupefacenti, all'usura, all'estorsione ed alle rapine. L'attivita' prevede l'esecuzione di una misura cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Milano, Andrea Ghinetti, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia - Alessandra Dolci e Marcello Tatangelo - nei confronti di 27 cittadini italiani e un albanese, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico degli stupefacenti, usura e estorsione e rapine. L'attivita', avviata nel gennaio del 2013, ha gia' portato all'arresto, in flagranza di reato di 9 pregiudicati ed al sequestro di circa 200 chilogrammi di sostanze stupefacenti. L'indagine ha acquisito nei confronti di 11 fra gli arrestati, incontrovertibili elementi probatori in ordine alla loro affiliazione alla 'ndrangheta. L'attivita' investigativa, inoltre, ha permesso di ricostruire le dinamiche criminali proprie della "locale" di Mariano Comense (Co) che, dedita al traffico internazionale degli stupefacenti destinati ai mercati lombardi, calabresi e pugliesi, realizzava ulteriori profitti sottoponendo ad estorsione i commercianti del territorio non tralasciando l'usura e le rapine. Nel corso delle indagini e' emerso palesemente il disaccordo tra
la figura del capo e quella di un affiliato che rivendicava per se' un ruolo di maggiore preminenza all'interno della struttura. La questione e' stata oggetto di numerose "discussioni" ed e' stata portata all'attenzione dei vertici criminali in Calabria.

 

 

 

 

 

 

 

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CATANZARO - «La Dda di Catanzaro ha a disposizione solamente sei magistrati per far fronte a mille udienze cui i singoli pm devono presenziare». Lo ha detto il Procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto, che ha partecipato, insieme al Procuratore aggiunto vicario, Giovanni Bombardieri, ad una conferenza stampa sulla confisca di beni alla 'ndrangheta. «Si tratta - ha aggiunto - di un numero esiguo di uomini che fronteggia in ogni modo possibile la criminalità organizzata ottenendo un successo insperato, se si considera la carenza di organico». La Dda del capoluogo, tra l'altro, ha competenza territoriale sui due terzi del territorio calabrese. «Parliamo - ha aggiunto Luberto - di zone come Lamezia, gestita con sacrificio inenarrabile vista la presenza radicata di cosche come quella dei Giampà e dei Torcasio che comunque siamo riusciti ad arginare con numerose operazioni come 'Medusa' e 'Perseo', e non ultima 'Dirty Soccer', ma se analizziamo tutto il territorio di nostra competenza non sfugge che Vibo Valentia ha in ogni frazione piccole cosche che gestiscono le attività criminali che fanno capo a quelle più note. Anche lì la nostra attività è stata determinante e parliamo sempre di un uomo solo a gestire tutto. La situazione non cambia a Cosenza e Crotone, dove ci si divide tra Paola e Castrovillari con il clan Rango-Zingari e dove siamo riusciti con la nostra attività a svelare le ramificazioni nazionali del clan Grande-Aracri, attività che ha portato all'operazione Aemilia. Infine c'è Catanzaro, che non è un'isola felice come tutti vogliono far credere o come si potrebbe pensare. Anche qui la 'ndrangheta è permeata notevolmente. Se la 'ndrangheta, quindi - ha concluso il procuratore aggiunto - è il nemico numero uno, come dicono, non è così che si combatte. Le forze sono insufficienti perché si finisce per trascurare alcune situazioni che possono essere importantissime. Lo sforzo della Procura è notevole, ma potrebbe alla lunga non bastare. Per questo ribadiamo che serve un incremento di organico».

 

 

 

 

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CATANZARO - Costretta a 13 anni a fidanzarsi con una persona molto più grande di lei per un accordo di 'ndrangheta tra le famiglie Commisso e Coluccio. É la storia raccontata questa settimana da "Storiacce", di Raffaella Calandra, su Radio24 "nell'ambito di un'inchiesta - si afferma in un comunicato diffuso dall'emittente - sui matrimoni forzati in Calabria". La vicenda emerge dagli atti di un'inchiesta della Procura di Reggio Calabria. "A forzare la tredicenne - scrivono in un decreto di fermo contro 49 persone, secondo quanto riferisce Radio24, i pm Antonio de Bernardo e Paolo Sirleo, coordinati dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri - sono i genitori della ragazza, a cominciare dalla madre. La forzatura psicologica a tale fidanzamento emergeva dalle conversazioni tra la madre e la zia della bambina, che tentavano di convincere Cosimo Commisso a non desistere dal pressare la ragazza per giungere al tanto agognato fidanzamento". E questo nonostante la ragazzina "fosse attratta da altro giovane della sua età". "Le ragazzine diventano come schiave e smettono anche di andare a scuola", denunciano preti e insegnanti. "Nel 2015 in Calabria, secondo dati della Direzione regionale del ministero dell'Istruzione - si afferma ancora nel comunicato di Radio24 - sono stati 930 gli alunni che hanno interrotto la frequenza. E molte sono femmine". "Le storie di bambine promesse in sposa a 13 anni, perché prima dei 18 è proibito il matrimonio - dice don Pino De Masi, parroco a Polistena (Reggio Calabria) e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro - ora sono diffuse soprattutto nei livelli bassi di 'ndrangheta, ma un tempo lo erano molto di più. Ora i boss i figli li fanno studiare". Secondo don Pino, "la principale risposta al fenomeno delle spose-bambine per patti di 'ndrangheta sta nella ribellione di molte mamme e in iniziative come quelle del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, di allontanare i figli da certi contesti".

 

 

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Sgominato dai Carabinieri clan di 'ndrangheta responsabile di estorsioni a villaggi turistici e impianti eolici. Tra gli indagati anche tre avvocati. Si è conclusa con l'emissione di 52 provvedimenti di 'avviso di conclusione delle indagini preliminari' da parte della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro, l'indagine condotta dai Carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Crotone sulle attività di intimidazione e violenza mafiosa del clan 'Grande Aracri', operante a Cutro (Crotone) e con propaggini nazionali a Bologna, Parma, Reggio Emilia e Mantova. Le 52 persone - tra cui figurano capi e gregari della cosca calabrese - devono rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso, nonché di violazioni in materia di armi, omicidio, ricettazione, estorsioni, danneggiamenti, turbata libertà degli incanti, intestazione fittizia di beni, illecita concorrenza mediante violenza o minaccia, usura, rapina; tutte condotte aggravate dall'aver agito con metodi mafiosi. Nel mirino della 'ndrangheta c'erano in particolare villaggi turistici e impianti eolici, che venivano puntualmente danneggiati se i titolari non corrispondevano il pizzo. Anche tre avvocati risultano tra le persone raggiunte in queste ore dal provvedimento, accusati di concorso in associazione mafiosa per intermediazione in operazioni economiche e indebite pressioni al fine di ottenere decisioni giudiziarie favorevoli. Nell'inchiesta dei Carabinieri erano finite in manette il 28 gennaio scorso 34 persone, che figurano tra gli odierni indagati.

 

 

 

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