Domenica, 25 Ottobre 2020

CRONACA NEWS

domenico guarascioVentotto richieste di condanna, per pene che vanno dai 17 ai 2 anni di reclusione, per oltre 250 anni di carcere. Sono queste le richieste avanzate stamane davanti al gup, dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Domenico Guarascio (foto), nei confronti dei presunti esponenti delle cosche di Petilia Policastro e del Crotonese. Il processo, con rito abbreviato, - che vede 28 imputati, accusati a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione ai danni di imprenditori e commercianti, spaccio e violazione in materia di armi - scaturisce dall'operazione 'Tabula rasa', messa a segno a maggio del 2014 dai carabinieri del comando provinciale di Crotone. L'indagine, in particolare, avrebbe fatto luce su un grosso giro di estorsioni perpetrate contro commercianti, imprenditori edili, agricoli e turistico alberghieri. Secondo gli investigatori, gli imputati disponevano di numerose armi e sarebbero riusciti ad imporre un vero e proprio monopolio nei vari settori della vita economica del crotonese. E per coloro che non si sottomettevano non mancavano ritorsioni di ogni genere, dai mezzi dati alle fiamme ai raccolti distrutti. Oggi il pubblico ministero ha formulato le seguenti richieste: Carmelo Astorino, 3 anni di reclusione; Francesco Astorino, 10 anni di reclusione; Leonello Atorino 3 anni; Salvatore Astorino, 3 anni; Domenico Bruno, 2 anni; Massimo Carvelli, 14 anni; Giovanni Castagnino, 14 anni; Giuseppe Ceraudo, 14 anni; Salvatore Comberiati, 14 anni; Diego Garofalo, 14 anni; Francesco Garofalo, 17 anni e sei mesi; Giuseppe Garofalo, 9 anni; Mario Garofalo, 8 anni; Domenico Ierardi, 3 anni, Tommasino Ierardi, 14 anni; Emilio Lazzaro, 8 anni; Luigi Lechiara, 14 anni; Pasquale Manfreda, 16 anni; Giuliano Mannolo, 10 anni; Mario Mauro, 10 anni; Domenico Pace, 3 anni e sei mesi, Giusepe Pace, 14 anni; Michael Pace, 16 anni; Guido Scalise, 3 anni; Giuseppe Scandale, 14 anni; Vincenzo Teti, 4 anni; Vona Giuseppe, 5 anni.

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TORINO - Le dichiarazioni di due pentiti e l'amicizia con il boss non bastano: per questo motivo la Cassazione ha annullato l'ordine di custodia cautelare per Alberto C., una delle 31 persone coinvolte nell'inchiesta 'San Michele' della procura di Torino sulla presenza della 'ndrangheta in Piemonte e sui tentativi di infiltrarsi negli appalti pubblici, compresi quelli per il cantiere della ferrovia Tav in Valle di Susa [LEGGI ARTICOLO]. Alberto C., secondo gli inquirenti, fa parte del 'locale' di San Mauro Marchesato (Crotone) che sarebbe diretto da Angelo Greco e che aveva delle propaggini nel Torinese. La Corte, nelle motivazioni, si è pronunciata su un'ordinanza del tribunale del riesame di Torino e ha affermato che i due pentiti hanno reso indicazioni "generiche" e non hanno descritto "con puntualità le mansioni" all'interno della cosca. Inoltre, il fatto che C. nel 2012 accompagnò Greco al matrimonio della nipote (alla cerimonia presero parte "numerosi esponenti della cosca") o che abbia fatto diversi viaggi con lui dalla Calabria a Torino non giustificano, sempre secondo la Corte, l'accusa di far parte dell'associazione. L'udienza preliminare dell'inchiesta San Michele è in corso a Torino da maggio.

 

 

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Sei persone sono state arrestate dai carabinieri del Comando provinciale di Asti perché ritenute affiliate a una cosca della 'ndrangheta. Il blitz all'alba ad Asti e nelle province di Torino, Vercelli e Crotone. Tra i reati contestati, oltre al traffico di droga e alla detenzione di armi, l'omicidio - avvenuto nel 2011 a Villanova d'Asti - di Nicola Moro, commerciante di prodotti ittici all'ingrosso di 53 anni. Eseguite anche 22 perquisizioni.

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roberti dnaIn Emilia «la 'ndrangheta parla l'accento della zona di Crotone che si fonde con quello locale, ed è specificamente riferibile, al potente sodalizio mafioso di Cutro». E' quanto scrive la Direzione nazionale Antimafia (Dna) nella relazione 2014 presentata oggi a Roma nella Sala degli atti parlamentari della biblioteca del Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e dalla presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi. Ma non è tutto. Secondo la Dna l'influenza di questo sodalizio si estende anche ad altri territori della limitrofa Lombardia (sostanzialmente corrispondenti all'area di competenza del Distretto di Brescia) e del Veneto. Nella relazione si sostiene che a Bologna è stata accertata l'esistenza di un potere criminale di matrice 'ndranghetista la cui espansione, «al di là di ogni pessimistica previsione», vede coinvolgimenti con apparati politici, economici ed istituzionali. A tale livello che quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione modello di sana amministrazione ed invidiata per il buon livello medio di vita dei suoi abitanti, «oggi può ben definirsi "terra di mafia" nel senso pieno della espressione, essendosi verificato quel fenomeno cui si era accennato nella relazione dello scorso anno, quando si era scritto di una "infiltrazione che ha riguardato, più che il territorio in quanto tale con una occupazione "militare", i cittadini e le loro menti; con un condizionamento, quindi, ancor più grave"». Gli investigatori considerano ancora più grave il fatto che «questa realtà non si è creata come effetto di un "contagio" delle terre emiliane dovuto alla presenza della 'ndrangheta negli altri territori dell'Italia settentrionale (ovvero in buona parte della Lombardia, Piemonte e Liguria), bensì per ragioni ed in forza di dinamiche criminali distinte». E dunque in Emilia «la 'ndrangheta parla l'accento della zona di Crotone che si fonde con quello locale, ed è specificamente riferibile, al potente sodalizio mafioso di Cutro».

 

Il predominio della 'ndrangheta sulla mafia negli affari illeciti.

Nel nord Italia c'e' «il predominio di organizzazioni criminali di origine calabrese a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana».  Questo un altro dei passaggi della relazione annuale della Dna. «La 'ndrangheta - si legge nella relazione -, dopo anni di insediamento in Lombardia, ha acquisito un certo grado di indipendenza rispetto all'organizzazione di origine, con la quale ha continuato comunque ad intrattenere rapporti. I suoi appartenenti dimorando al nord ormai da piu' generazioni, hanno progressivamente acquisito una piena conoscenza del territorio consolidando rapporti con le comunita' locali e privilegiando contatti con rappresentanti della politica e delle istituzioni locali». Le indagini, prosegue il rapporto,  «hanno evidenziato la perdurante posizione di assoluta primazia della 'ndrangheta nel traffico internazionale di stupefacenti, traffico che ha generato, e continua a generare, imponenti flussi di guadagni in favore della criminalita' organizzata calabrese che reinveste, specie nel settore immobiliare, i proventi di tale attività». Traffico consentito «anche e soprattutto dal controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli 'ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni».

 

 

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