Giovedì, 09 Luglio 2020

CULTURA KROTONESE

Brigantaggio crotonese: "Quando nel Marchesato scorrazzavano i briganti"

Posted On Domenica, 22 Febbraio 2015 10:31 Scritto da
Briganti in fase di lotta Briganti in fase di lotta

All'intransigenza dei baroni si aggiunse la disonesta azione dei notai volta al proprio arricchimento che portò i contadini, nel 1500, ad organizzarsi in bande per combattere tutti i soprusi.

Le fonti di sussistenza nel Marchesato di Crotone, nel Medioevo, sono state dominio del baronaggio, le cui famiglie forti e prepotenti avevano in mano le terre. La plebe contadina era sottoposta ai soprusi, alla violenza ed oberata dalle gabelle. Solo nel 1486, a seguito della rivolta dei baroni contro gli Aragonesi, questi dettero inizio allo spodestamento dei baroni, sostituendoli con membri della famiglia reale perchè cessasse ogni forma di sopruso. Ciò portò alla rinascita della Calabria e in particolare modo del Marchesato di Crotone. Infatti si ebbe il ripristino del porto, dello scambio di merci con i paesi limitrofi, il rientro in paese delle persone che erano state bandite durante il dominio angioino. Questo periodo di tranquillità durò pochi decenni, cioè finchè alla guida del Regno di Napoli si alternarono persone forti e serie, dopo di che i baroni ricominciarono a rialzare la testa per riavere i poteri perduti e tornando ad opprimere la popolazione indifesa. Con la venuta degli Spagnoli nel Regno di Napoli, le sorti della Calabria vennero affidate a Don Pedro di Toledo in veste di Vicerè. Questi, allo scopo di frenare i baroni, li obbligò a vivere fuori delle loro baronie, consentendo però che i baroni dessero incarico ai notai di riscuotere i proventi delle loro terre. E ciò per eliminare ogni forma di sopruso derivante dalla smodata vita in loco dei baroni stessi.

Il provvedimento, però, invece di sollevarla, aggravò la situazione dei contadini perchè alla intransigenza dei baroni nella riscossione, si aggiunse la disonesta azione dei notai volta al proprio arricchimento, con il risultato di una crescente miseria che portò i contadini, verso il 1500, ad organizzarsi in bande per combattere tutti i soprusi. Da qui la nascita del brigantaggio. Questa forma di difesa che il Vicerè non approvava, sebbene volta a castigare i colpevoli dei soprusi, purtroppo deviò e finì per essere praticata da veri e propri malandrini. Costoro agivano per lucro personale ed alla fine non solo non risparmiavano i contadini, ma in più, per mettersi al servizio dei potenti che garantivano la migliore mercede, diventavano dei veri e propri sicari. La piaga del brigantaggio finì per compromettere il buon nome della Calabria e, dopo un'attenuazione verso il 1700, si presentò in forma più cruenta tra il 1799 ed il 1822, raggiungendo la massima intensità nel decennio 1860-1870.

 

Condanna A Morte Di Un Brigante Catturato Ad Isola

La seguente sentenza di condanna a morte fu pronunciata dalla Corte Marziale delle tre Calabrie, riunita in Cosenza, il 3 gennaio 1822.
La corte Marziale delle tre Calabrie, installata in forza del Real Decreto de' 30
Agosto spirato anno 1821, composta da' Signori Tenente Colonnello Barone D. Nicola D'Epiro Presidente, Maggiore Cavaliere D. Luigi Allegro Giudice, Capitano D. Francesco Ciccarelli Giudice, sotto Tenente Cavaliere D. Tommaso Farias Giudice, e Capitano D. Giuseppe Antonio Billa Relatore, assistito dal suo Cancelliere Saverio Borrelli Sergente della Gendarmeria Reale. Riunita per ordine del Sig. Marasciallo di Campo Commendatore D. Gaetano Pastore Commissario del Re per le tre Calabrie nella sala dell'intendenza della Provincia di Calabria Citeriore, per giudicare il nominato Giuseppe Greco del quodam Pasquale e Teresa Nina, bracciale, nato e domiciliato in Pietrafitta, Distretto di Cosenza, statura bassa, carnagione bruna, occhi cerulei, barba, ciglia e capelli castagni, dell'età di anni 24 (15.6.1796) iscritto nella lista di fuorbando, pubblicata a 31 agosto dell'anno suddetto 1821, dalla Commissione di detta Provincia, col Real Decreto de' 30 agosto del predetto scorso anno. Inteso il Capitano Relatore nelle sue conclusioni, non che l'accusato nel suo costituto, ed il suo Difensore officioso Sig. Giacinto Scaglione, ne risulta il seguente FATTO:

Il giorno 28 del prossimo passato mese di Decembre, mentre stava travagliando in un uliveto all'Isola, Provincia di Calabria Ultra seconda, fu assalito da Domenico Muti, accompagnato d'altri suoi parenti, fu preso, e seco condotto in una casetta, denominata S.Anna, sulla strada di Cotrone, e la mattina seguente fu portato in S.Domenica, avendo pernottato nella Mandra di proprietà di esso Muti, ed indi nella difesa denominata Pasquale, e da colà il giorno due Gennajo fu condotto nelle carceri di Cosenza. Il Presidente dietro il riassunto della causa, ha proposto le questioni seguenti. Il nominato Giuseppe Greco di Pietrafitta, costa che sia quell'istesso, che fu iscritto nella lista di fuorbando, pubblicata dalla Commissione Provinciale di Calabria Citeriore, in data de' 31 ottobre del passato spirato anno? L'identità della sua persona è stata riconosciuta, a norma dell'articolo 13 della cennata legge?

Considerando di essere risultato, non meno del costituto dell'imputato, che dall'esame de' testimonj Gaetano Tancredi, figlio del quodam Ottavio, e Rosanna Piraino, e di Nicola Bianchi, figlio di Michele, e della quodam Saverina Giudiceandrea, tutti e due nati, e domiciliati a Pietrafitta, che il surriferito Giuseppe Greco del quodam Pasquale, e Teresa Nina è quello istesso, che fu dichiarato fuorbandito nella lista sopradetta; La Corte Marziale del Ripartimento , dichiara ad unanimità, che costa l'iscrizione dell'imputato in detta lista di fuorbando, e costa altresì l'identità della di lui persona. Fatta la dichiarazione della sua reità, il Presidente ha interpellato la corte Marziale, se crede di applicarsi al fuorbandito Giuseppe Greco la pena di morte, stabilita nell'articolo 4 del Real Decreto de' 30 Agosto spirato anno 1821, espresso nel tenor seguente: "Le Corti medesime puniranno di morte tutti quelli che in comitiv'armata, in numero non minore di tre individui, uno almeno de' quali sia portatore d'armi proprie, incederanno per la campagna, commettendo misfatti, o delitti di qualunque natura;

Quelli, che scientemente, e volontariamente ricetteranno le comitive armate, o gl'Individui che le compongono, e gl'iscritti su le liste, di cui è parola nell'articolo quinto (...)". La Corte Marziale ha deciso ad unanimità di doversi al caso applicare la pena di morte proposta dal Capitano Relatore ch'è stabilita nel citato articolo 4 del sullodato Real Decreto de' 30 Agosto spirato anno 1821, e quindi ha condannato il nominato fuorbandito Giuseppe Greco di Pietrafitta alla pena di morte da espiarla sulle forche fuori le porte di questa Città nel termine di ore 24 dopo la corrispondente lettura al reo, e da rimanere il corpo sospeso alle forche, fino alle ore 18 del giorno seguente 5 dell'andante, per pubblico esempio, indi per mano del carnefice reciderglisi la testa, per mandarsi in Pietrafitta , ad affiggere nel luogo solito, per terrore, e spavento de' malvaggi.

E lo ha parimente condannato alle spese del presente giudizio. Ha inoltre deciso che il premio di ducati 100 prescritto nell'articolo 9 del surriferito Real Decreto, si dia al catturante Domenico Muti, di dividerselo cogl'Individui, che seco lui condusse per arrestarlo. Ha infine ordinato, che la presente decisine si pubblichi colle stampe, e si dirami in tutte le tre Calabrie. Fatto, giudicato, e pubblicato in continuazione della pubblica discussione della predetta Corte Marziale, oggi in Cosenza lì tre gennaio 1822. Segnati Tenente Colonnello Barone Nicola D'Epiro Presidente, Maggiore Cavaliere Luigi Allegro Giudice, Maggiore Cavaliere Giuseppe Galbiatti Giudice, Capitano Francesco Ciccarelli Giudice, Sotto-Tenente Cavaliere Tommaso Farias Giudice. Per copia conforme il Capitano Relatore Giuseppe Antonio Billa.

Le scorrerie dei briganti impensierirono non poco le nostre autorità. Quello che si riporta di seguito è il testo della delibera del Comune di Crotone discussa ed approvata nel corso dell'adunanza del 18 luglio 1870.

"Nel palazzo municipale di Cotrone, questo giorno diciotto del mese di luglio 1870. La Giunta riunita, legalmente convocata e presieduta dal Sig. Sindaco Morelli Cav. Gaetano, si è congregata nelle persone dei Signori Assessori Avv. Cerrelli Gennaro, Berlingieri Barone Pietro e De Vennera Antonio con l'assistenza del Segretario sottoscritto. Il Sig. Sindaco Presidente, constatata legale l'adunanza, dichiara aperta la seduta con le seguenti parole:
Signori, nella corrente stagione le mandrie di bestiame pecorino, cavallino e vaccino che formano la principale branca dell'industria del nostro Circondario, sogliono pascolare nella Sila, ove hanno abbondanza di acqua e si saturano di erba verde, per ritornare ai nostri pascoli nel prossimo mese di novembre.

Quella località è ora infesta di orde di briganti, le quali seguendo il metro usato taglieggiano i proprietari imponendo grosse somme di danaro, oggetti preziosi e di vestiario, pena la uccisione totale della mandria, per come negli scorsi giorni è avvenuto al Sig. Verga di Policastro, il quale non ottemperando alle comminatorie impostegli, ha sperimentata 1'ira brigantesca con l'uccisione di circa dugento capi di bestiame vaccino, ciò che gli ha prodotto un danno di oltre trenta migliaia di lire.

Mi taccio le comminatorie avute da Lucifero, Gallucci ed altri che saranno da fatti simili seguiti, ove la mano del Governo non ponga un argine a tanta iattura. In questo stato di cose, o Signori, credo bene sia obbligo della Rappresentanza Municipale far pervenire a chi conviene le rimostranze sue, perchè un irreparabile danno non avvenga e perchè a tempo previsto il Governo del Re dia opera onde fosse evitato e scongiurato il grave pericolo che minaccia la classe industriale del nostro Circondario; porgo quindi preghiera a voi colleghi perchè alla mia voce la vostra voce, ed affiancando i reclami posti da diversi cittadini onorandi al Real Governo, facciano istanza, affinchè venisse tutelata la proprietà di tanti e nel medesimo tempo garantito il commercio interrotto dalla insicurezza delle strade, salvata la vita in rischio di tanti padri di famiglia i quali custodendo il bestiame campano la vita.

¬La Giunta: Vista la relazione suddetta, considerando che è obbligo di una rappresentanza al Real Governo dei bisogni locali e porgere voti, onde le giuste esigenze fossero esaudite. Considerato nel fatto che non potrebbero esservi esigenze quanto giuste e legittime, quanto quelle di Cittadini che pretendono fossero garantite le loro proprietà, quelle stesse su le quali pagano le imposte allo Stato. Considerato, merita una considerazione speciale, perchè oltre al rovinare le finanze dei Cittadini possidenti ed industrianti, ricorre a grave danno generale sia per la menomazione dei capi di bestiame, che importa il rincarimento del valore di esso, come necessario all'agricoltura ed al nutrimento, sia perchè i proletari vedrebbersi sotto un immenso campo al sostentamento proprio e delle famiglie, essendo una delle principali loro risorse la custodia degli armenti. Ad unanimità delibera farsi istanza al Governo del re perché energicamente provveda alla tutela della proprietà e della vita di migliaia di cittadini, abbattendo la pianta brigantesca che diventa gigante, minaccia sconvolgere ogni ordine sociale. Faculta ancora il Sig. Sindaco a far tutte quelle pratiche che crede utili allo scopo tanto presso il Ministro direttamente che presso le Autorità locali, cui subordinerà inoltre il presente deliberato. Dietro la debita lettura il soprascritto verbale si approva e sottoscrive". Seguono firme.