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CULTURA KROTONESE

Cicco Simonetta di Caccuri: giurista e primo ministro

Posted On Domenica, 25 Gennaio 2015 14:04 Scritto da
Caccuri: le grotte Caccuri: le grotte

Uomo di gusto finissimo, un aristocratico del pensiero e della vita alla corte degli Sforza

 

Nacque nel 1410 nell' "oppidum insigne" di Caccuri, nella Contea di Cariati, da Antonio di Gentile e da Margherita di Policastro (sorella del notaio Giacomo), era fratello di Andrea, Castellano di Monza (1450) e dello scrit¬tore erudito Giovanni, e zio di Cesare Protospataro, la cui Casata, illustrata anche da Filippo Protospataro, al quale il Pontefice Paolo IV (+ 18 ago¬sto 1559) concedette una pensione sulla rendita dell'Abbazia dei Tre Fanciulli, figura nella Platea impiantata dall'Abate napoletano Salvatore Rota nel 1533: in essa, sono registrati i beni lasciati in godimento ai singoli borghigiani dietro pagamento di censi, sono descritti minutamente i confini della difesa di "Mala herede" e delle terre lavorative dette "le Cuture", è riportata una dichiarazione conclusiva sulla validità dell'operazione di reintegra compiuta da Don Evangelista Perito confermante il compromesso stipula¬to dal notaio Mingatio e annotato dal Notaio Apostolico Don Graciano Mangone, vengono elencate le possessioni dell'Abbazia Florense nei territori di Cerenzia e di Rocca di Neto, Nel 141'7, per concessione della Regina Giovanna II (+ 2 febbraio 1434), dalla quale era definita "affinis, et socia nostra carissima", Polissena Ruffo, figlia di Nicolò (+ 1435), vedova del patrizio provenzale Giacomo di Maylly, ebbe il riconoscimento del mero e misto imperio su un ampio complesso feudale comprendente Caccuri, Bocchigliero, Campana, Cariati, Cerenzia, Rocca di Neto, Scala, Terravecchia, Umbriatico (dal 1435), e, per i "Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese ne' Seggi di Napoli, imparentate colla Casa della Marra" (Napoli, 1641) di Ferrante Della Marra, anche Casabona e Verzino; nel 1418, la Regina di Napoli favorì il matrimonio di Polissena con Francesco Sforza (1401-1466), che guerreggiò per qualche anno in Calabria, col preciso intento d'assicurare a lui un vasto Stato avente un rilevante ruolo burocratico-militare, e in pro¬posito vedi il volume II dei Cartulari dell'Archivio Ruffo di Scilla. Non si può disconvenire dall'accurato tomo XXI della "Prefatio in libros Simoneaiae" che Francesco Simonetta fu menato alla Corte del Duca Francesco Sforza, al quale poesie e prose encomiastiche profusero le più smaccate adulazioni, dal suo zio Angelo, uomo di vaglia e accorto, ben esperto dell'arte oratoria, e capace d'operare sulla pubblica opinione con la penna maneggiata con scaltra prudenza e con eleganza antica: costui assistette alla disfatta di Leone Sforza presso Camerino e a quella del Piccinino a S. Gonda nell'inverno del 1436-1437, alle operazioni militari nel bresciano e in Romagna, al la sottomissione del ribelle Corrado Trinci Signore di Foligno, alla grande battaglia del 9 novembre 1439 a Tenno (un Castello a nord di Riva del Garda), alla presa di Rivoltella e di Lonato e all'occupazione di Caravaggio e della Ghiaradadda da parte di Francesco Sforza, unico comandante della Lega, essendo stato il Gattamelata colpito d'apoplessia nel 1443, Caterina Santoro, nel volume "Gli Uffizi del Dominio Sforzesco (1450-1500)", Milano 1948, passò in rassegna i calabresi che prestarono servizio nel Ducato, e ci re-stringeremo a nominare di essi Cristoforo Camerarius ducalis et Prefectus custodie curie Arenghi (1487), Cola nominato ad beneplacitum alla Castellania di S. Colombano (1488), Antonello ad beneplacitum Comestabile della Porta di S. Michele in Cremona (1488), Scaramuzzetto Capitano della cittadella di Dertona (1488), Carlo da Catanzaro Castellano di Borgo S. Donnino, e Giuseppe Romano, in "Bricciche di Storia Calabrese", Reggio 1898, aveva scritto: "Troilo de Muro da Rossano era uno dei tanti calabresi che la fortuna del Simonetta, carissimo a Francesco Sforza, aveva invogliato a lasciare la patria per andare in Lombardia a cercare fortuna all'ombra della protezione del potente ministro. E questi li accoglieva volentieri e distribuiva loro favori ed uffici".

Francesco Sforza, appena giunto alla Signoria dell'Aurea Repubblica Ambrosiana, rivolse il pensiero a proteggervi ogni forma di cultura e a farvi fiorire le scienze, poiché considerava il mecenatismo arte di governo e amava gli uomini dotti e gli artisti, tra i quali c'erano Jacopo da Cortona, Giovanni da Milano, Marcoleone da Nogarola e Filippo Scozioli da Ancona che attesero alla ricostruzione del Castello Sforzesco dal 1° luglio 1450, l'ingegnere militare Bartolomeo Gadio da Cremona, gli architettì Pietro da Cernusco, Madaffeo da Como, Benedetto Ferrini "Magistro fiorentino" (+ 1479), Antonio da Sant'Ambrogio, i decoratori Bonifacio Bembo, Stefano de' Fedeli, Giovanni da Adontorfano, Costantino da Varallo, i predicatori Beato Bernardino da Feltre, Fra Michele da Carcano. E il fiorentino Antonio di Pietro Averulino detto il Filarete (1455-1459), il quale offrì a Francesco Sforza un suo Trattato d'Architettura, in venticinque libri non mai usciti alla luce, e vi appose, secondo il tomo XXXVII della "Nuova Raccolta d'Opuscoli scientifici", una prefazione, diretta a Pietro de' Medici, che il Padre Domenico Maria Berardelli, dell'Ordine dei Predicatori, pubblicò nel suo Catalogo de' Codici della Libreria de' S.S. Gio, e Paolo di Venezia, e nella quale è detto: "Quin etiam Mediolani imperante Francisco Sfortia, qui primus lapidem in iaciendo fundamento sua manu posuit, amplissimum miserorum hospitum Divinae pietati dicatum ipse statui, variaque in ea urbe opera fabricatus sum, Berqomi quo¬que Basi1icam insano sumptu faciendam curavi".

Sulla fine del 1458 e nel 1473, Cicco Simonetta, uomo di gusto finissimo, un aristocratico del pensiero e della vita, il quale poneva la virtù e la sapienza in un rapporto nuovo che dava origine al valore della mondanità, senza cui non si poteva stabilire o fondare l'universalità umana, era in relazione col poeta Juan de Valladolid, una sorta di giullare e cerretano, raccó mandato dal Marchese Borso d'Este a Francesco Sforza come "cortegiano de la Maiestà del re de Ragona e da Navarra", lodato dal Marchese Ludovico Gonzaga di Mantova "per le virtude sue e per la prontezza del dire improviso in rima ben in lingua spagnola", ritornato a Milano nel 1473, con lettere commendatizie di Ferrante di Napoli e della Duchessa di Calabria Ippolita Sforza, rammemorate negli scritti "Giovanni da Valladolid alle corti di Mantova e Milano" di E. Motta, in "Archivio storico lombardo", XVII (1890), pp. 938-940, e "Un juglar espanol en Sicilia: Juan de Valladolid" di E. Levi, in "Motivos hispanicos", Florencia 1933, pp. 75-109.

Francesco Filelfo (1398-31 luglio 1481), invitato a gara da Filippo Maria Visconti Duca di Milano, dall'Imperatore greco Giovanni Paleologo, dalle Università di Bologna, di Firenze e di Perugia (1438) per professare eloquenza latina e greca, nominato Segretario Pontificio da Niccolò V nel 1453, autore di non poche opere che conservansi manoscritte in più codici di diverse biblioteche in Milano, descritti diligentemente dal Padre Abate Pompeo Casati, prese a cantare le gesta di Francesco Sforza, come comprovarono C. de Rosmini, nella "Vita di Francesco Filelfo" (Milano 1808, tre volumi), e Vittorio Rossi, nella "Storia della letteratura italiana" (Milano, Vallardi, 1946, p, 341), in una "Sforziade", grande poema latino pieno d'invenzioni mitologiche, il quale, a somiglianza dell'"Iliade" d'Omero, doveva comprendere ventiquattro libri. Francesco Sforza gareggiò coi Medici e cogli Estensi nell'accogliere, alla sua Corte di Milano, professori valorosi di grammatica e d'eloquenza, e a ragione l'indefesso scrittore Bonino Mombrizio (1424-1482), reso celebre dalla sua opera "Vite de' Santi", in due tomi in-folio, offerta con un epigramma a Cicco Simonetta di Caccuri, fece grandi elogi della magnificenza di questo Principe nel fomentare gli studi, mercé del quale "non fa¬cea più d'uopo di andarsene in Grecia ad apprendere quel linquaggio". Un "libro spagnuolo de regimenta di Stato et di molte altre cose morali", e la "Vision" di Diego del Castillo, stampata nel Gallardo, "Ensayo", e nel Menéndez y Pelayo, "Antologia de los aoetas lìricos", leggeva nel 1466 Ippolita Sfor¬za (+ 1484), educata all'amore ardentissimo per la filologia umanistica, al sentimento della dignità e dell'eccel1enza del corpo umano che Giannozzo Manetti attinse dal secondo libro del "De natura deorum" di Cicerone e dal "De opificio hominis" di Lattanzio, all'infinita potenza dell'ingegno che con la sua attività si rivela l'unico dominatore della realtà, da Cicco Simonetta, letterato che sentì la prepotente efficacia del "Cancionero de Stuniga", posseduto dalla Casanatense e dalla Marciana, e del gran poeta Carvajales cantore di Eleonora d'Aragona Principessa di Rossano, e che più si travagliò nel¬la difesa della cultura classica, contro la tradizione rigorosamente religiosa, ostile, negli asceti e nei mistici, a qualsiasi forma di paganesimo o di classicismo.

Negli ultimi due decenni del Quattrocento, tra le molte feste che allietarono la Corte Sforzesca, sono in particolar modo notevoli, per il loro interesse storico, due rappresentazioni allegoriche del Bellincioni, sul quale cfr. il "Saggio di studi su Bemardo Bellincioni poeta cortigiano di Lodovico il Moro" (Adilano, 1892) di E. Verga, e "La Festa del Paradiso di Leonardo da Vinci e Bernardo Bellincioni" di E. Solmi, in "Archivio storico lombardo", anno 1904, serie IV, volume I: la prima, intitolata "Il Paradiso" ed e¬seguita in Milano, il 13 gennaio 1490, alla presenza di Ludovico il Moro, di Gian Galeazzo, della Duchessa Bona di Savoia sua madre, della Duchessa Isa¬bella d'Aragona sua moglie, delle Principesse Anna e Bianca sue sorelle, e di "tutti li Honorati, Consiglieri, Magistrati et Gentilomeni"; la seconda, priva di uno speciale titolo e recitata in Pavia nel 1493, per il "famosissimo dottorato del reverendo Monsignore della Torre", essendo pure stati pre¬senti allo spettacolo Lodovico e Gian Galeazzo Sforza, con le loro consorti e l'Illustrissimo Duca di Ferrara. Scritta in una forma agile e viva, la seconda rappresentazione ebbe lo scopo d'adulare i Principi di Casa Sforza: ivi parlano tra loro, in ottave o in terzine, Mercurio e Giunone, e Saturno, valendosi della terza rima, dopo aver annunziato che Francesco Sforza è già nella "quinta spera", predice che i figli delle due Duchesse spettatrici al¬la festa andranno ad abitare eterni negli altri pianeti.

Gli anni di governo di Cicco Simonetta al fianco di Francesco Sforza, "pater belli auctor pacis" ovvero "Auietum nemo impune lacesset", per quanto turbati dalla guerra e da forti spese militari per la politica italiana e in certo senso europea del Duca, si rivolsero anche a fini di generale utilità e d'interesse pubblico: nel 1456, si pose la prima pietra del grande Ospeda¬le Maggiore, nel 1469 si compieva il Naviglio della Martesana, più tardi perfezionato da Leonardo da Vinci con l'aggiunta delle conche; venne ricostrui¬to il Castello di Porta Giovia distrutto durante la Repubblica, e furono rafforzate le fortificazioni di altre città. Cicco Simonetta diede all'organizzazione militare una base stabile e interna, con la concessione di feudi sui confini a condottieri minori, e col tenere stabilmente dei "provvisionati", cercando cioè di avere in casa, sia nei quadri che nei soldati, un esercito pronto alla difesa, e s'occupò di riordinare la Cancelleria Ducale e d'avere ossequente il clero, ma il breve e non tranquillo governo, e la necessità di non urtare le classi su cui s'appoggiava la Signoria, non gli permettevano di tentare riforme profonde e d'infierire sulla superstite opposizione repubblicana d'individui pericolosi, aizzati dall'irriducibile Innocenzo Cotta, finito ucciso, nel territaorio veneziano, come autore di complotto avverso la persona di Francesco Sforza: questi, non mostrando affatto tolleranza o in¬dulgenza per il pericolo militare, fece prendere e impiccare il traditore condottiero cremasco Giovanni della Noce, sia pure vestito tutto d'oro e con capestro d'oro, per un riguardo ironico alla sua illustre Famiglia, e, senza esitazione, preparò freddamente la morte di Jacopo Piccinino, che con la sua irrequietudine e infedeltà era un elemento di pericolo per la pace.

Una conoscenza perspicua di questo periodo, il lettore potrà procacciarsela con la lettura della "Storia di Milano" del Verri, che conserva notevoli pregi, essendo fondata su documenti economici e amministrativi, e così favorevole al¬lo Sforza dopo essere stata severa e ingiusta per i Visconti, nonché dei saggi "La conquista di Milano per F. Sforza dietro i documenti raccolti dal Sickel" del Bartolini, in "Archivio storico italiano"(1862), "L'impero e la successione degli Sforza al Visconti" del Cusin, in "Archivio storico lombardo" (1936), e delle monografie "Il ducato di Milano" (Milano, 1877) del For¬mentini "Francesco I Sforza" (Firenze, 1879) del Rubieri, "I fattori della repubblica ambrosiana" (Vercelli, 1891) del Butti.

Mentre faceva la sua dimora in Milano, avendo gran fama per la sua dottrina giuridica, egli emendò il "Tractatus de jure prothomiseus" del Sebastiani (+ 20 agosto 1362), menzionato nell'Archivio della Regia Zecca "in Reg. Reginae Joannae I. an. 1344 litt, A.F. 119" quale "Judex Neapolitanus Sebastia¬nus de Neapoli, Jurisperitus, Consiliarus, et familiaris", in due istrumenti dell'8 maggio 1362 nell'Archivio del Monastero di San Domenico Maggiore a Napoli e in un altro del 2 marzo 1371 nell'Archivio degli Ebdomadari del Duomo partenopeo; e restrinse in latino il "Ritus Regiae Camerae Summariae Regni Neapolis, nunc primum in lucem editi, cum lectura, seu declarationibus Gof¬fredi de Gaeta, Magistri Rationalis Magnae Regiae Curiae, Judicis Regii Ho¬spitii, Regi Consiliarii, et ejusdem Regiae Camerae Presidentibus Jloannae II. Alfonsi I., et Ferdinandi I. temporibus", appunto del napoletano Goffredo Gaeta (+ 1463), pubblicato nel 1699 da Cesare Niccolo Pisani, eletto il 28 ottobre 1688 Uditore della Provincia dell'Aquila, autore delle "Allegationes ad observationes Joannis Vincentii de Anna", apparse nel 1678. Cicco Simonetta di Caccuri scrisse un opuscoletto, che non mandò giammai a stampa, sulle "Additiones ad Consuetudines Neapolitanas" di Antonio d'Alessandro (1420-26 ot¬tobre 1499), lettore di giurisprudenza nell'Università di Napoli nella Cattedra Mattutina, inviato nel 1458 dal Re Ferdinando I al Pontefice Pio II per ottenere l'investitura del Regno contrastatagli dai Duchi d'Angiò, Presiden¬te di Camera (1465), mandato due volte Ambasciatore in Ispagna a Giovanni d'Aragona per fargli rifiutare le offerte dei ribelli Baroni di Taranto e di Rossano, creato nel 1480 Viceprotonotario dopo Luca Tozzolo Romano e nel 1484 Giudice della Gran Corte, ben studiato dallo scrittore legale Gio. Battista Sauro di Cotrone, al quale dobbiamo: "Facilis, et compendiosa explicatio in I. Lib. Institutionum Imperialium Justiniani", Romae 1603, in-4.

Cicco Simonetta continuò nella carica di Segretario di Stato sotto Galeazzo Maria Sforza (1444-1476), proclamato a otto anni 5° Duca di Milano, uno spirito presuntuoso, peggiorato da una morbosa vanità facilmente volubile, davanti al quale, in Mantova nel 1471, durante la sua visita a Lodovico Gonzaga e a Barbara di Brandeburgo, fu rappresentato l'"Orfeo", una mirabile favola ove il diciassettenne Angelo Poliziano, con tale sobrietà e armonia di linee e di colori, seppe drammatizzare la discesa del cantore tracio nell'inferno, alla riconquista della sua diletta Euridice, e variamente foggiare la rima e il verso, facendo uso di brevi strofe miste di endecasillabi e di settenari, con sicura e signorile eleganza.
Il governo decennale di Galeazzo Maria, non funestato da guerre, salvo la partecipazione in Romagna al conflitto contro il Capitano Generale di Venezia, Bartolomeo Colleoni (stabilitosi dal 1458 nel suo Castello di Malpaga nel bergamasco), sembrava prospero, tuttavia vi era una fatale decadenza nella coesione interna e nelle alleanze e relazioni esterne. Fin dal 1465, Galeazzo Maria era in Francia con l'esercito del padre Francesco, accarezzato dal Re Luigi XI Valois, genero di Lodovico I e mirante da Grenoble ad asservirsi il Ducato di Savoia, che l'aveva fatto Governatore del Delfinato e del Lionese, quando gli arrivarono l'annuncio della morte improvvisa del genitore e l'invito della gentile, dignitosa e operosa madre, Bianca Maria Visconti (1425-1468), su cui cfr. W. Terni de Gregori, "Bianca Maria Visconti" (Bergamo, 1940), a tornare a Milano, giac¬ché la rivolta di contadini in Piacenza nel 1462 poteva far temere dei torbidi, malgrado i severi provvedimenti presi da Cicco Simonetta.

Dalle opere "Storia della monarchia di Savoia" (Torino, 1841) del Cibrario, "Lo stato sabaudo da Amedeo VIII ad Emanuele Filiberto" (Torino, 1893-¬1895, tre volumi) di F. Gabotto, "la duchessa Iolanda" (Torino, 1935) di Da¬viso di Charvensod, emerge una situazione sempre confusa nel Ducato di Savo¬ia al tempo di Cicco Simonetta: in Ripaglia il Duca Amedeo VIII continuava a tessere le fila di una politica grandiosa, il Cancelliere Giacomo Valperga veniva espulso dal suo ufficio e giustiziato sommariamente, Galeazzo Maria e ra trattenuto a Chambéry e poi liberato dallo Stato cismontano piemontese legato da interessi al Milanese, Filippo di Bresse restava neutrale nell'attacco in Piccardia a Carlo il Temerario (+ 5 gennaio 1477), Giacomo di Romont occupava i Castelli del Vaud, Iolanda s'accordava coi bernesi per tornare al potere, il Luogotenente Generale La Charnbre carcerava Monsignor d'Illéns. Il 12 maggio 1468, ad Amboise, furono celebrate le nozze per procura della bel¬lissima Bona di Savoia con Galeazzo Maria, dopo le quali la sposa, evitando la patria e i parenti, andò per Aigues Mlortes a Genova, incontrandosi col marito a Novi, per recarsi con lui e con Cicco Simonetta a Vigevano: nel 1471, essi, con un viaggio che sbalordì per il lusso esagerato (chiudevano il cor¬teo cinquecento cani), si recarono a Firenze per visitare Lorenzo de' Medici (1449-1492), l'uomo più onorato in Italia e in Europa; per sua cura, "la città era in somma pace, uniti e stretti e cittadini dello stato, e quello reggimento in tanta potenzia che nessuno si ardiva contradirlo", così scrisse Francesco Guicciardini (1463-1540), in cui il pensiero politico si piegò in un amaro smarrimento, che era certo un segno della decadenza del Rinascimento, ma era anche un primo annunzio di nuove esigenze, un documento della ne¬cessità di muovere verso altre concezioni. Non si omise nelle "Mémoires sur la comAosition des armées de Charles le Téméraire dans les deux Borgognes d'aprés les documents originaux" (Dijon, 1878) del De La Chanvelays, nelle "Mémoires" (Paris, 18&3-1888) d'Olivier de la Marche, nel "Trésor de chronologie" (Paris, 1889), insigni per accuratissima informazione sulla guerra per Giovanni d'Angiò, che nel 1472 l'eccellente Signore Cola di Monforte, Conte di Campobasso, di una biografia del quale aveva sentito la necessità il Conte Federico de Ginginsla-Sarra, indagatore della storia di Carlo di Borgogna, si vedeva aprire dinanzi, ora che le guerre degli Angiò riposavano, un nuovo campo di azione, e a questo fine si recò in Italia.

Negli ultimi giorni del dicembre, egli arrivò a Torino, e di là recossi a Vercelli dove dimorava la Duchessa di Savoia Iolanda, che non poté riceverlo il 30, perchè il proprio medico e astrologo l'aveva ammonita che in quel giorno era "certo planeta non bene a proposito": il Sovrano francese Luigi XI, appena avuto sentore della cosa, scrisse al Duca di Milano che quel reclutamento serviva per fargli guerra, e lo pregava d'impedirgli di passare con genti d'arme. In effetto, il Duca di Milano fece orecchio da sordo alle proposte e alle persuasioni di Nicola di Monforte, rifiutò di lasciar raccogliere genti nei suoi domini, schivò il colloquio che costui domandava alme¬no col suo Primo Ministro Cicco Simonetta, e solo consentì che Iacopo Galeota, fatto prigioniero nel 1471 nella grossa battaglia presso il fiume Bejes, dopo la resa della città dí Gerona e la vittoria del Conte di Prades sopra le compagnie italiane, avesse salvacondotto per traversare con piccolo numero di familiari le sue terre.

Il 25 dicembre 1476, essendo Galeazzo Maria Sforza caduto, nel mezzo della Chiesa di Santo Stefano, sotto le pugnalate dei giovani congiurati Andrea Lampugnani, Olgiati, sul quale vedi "Il dramma di Girolamo Olgiati" (Milano, 1929) di V. Belotti, e Carlo Visconti, esaltati dall'insegnamento di Cola Montano di Gaggio Montano (Bologna), era necessaria per il duchino Giovan Galeazzo Sforza (1469-1494) una reggenza, che venne affidata alla ventisetten¬ne madre Bona di Savoia, rimasta estranea agli affari, osteggiata dai cogna¬ti Sforza Maria (+ 1479j Duca di Bari e Lodovico Maria (1452-1510) Conte di Mortara esclusi dal governo, e segnatamente al Primo Ministro Cicco Simonet¬ta, e il trapasso accadde tranquillamente, salvo brevi tumulti in Pavia per il prezzo del pane. Dopo il lodo del febbraio 1477 del Marchese di PMantova, che attribuì ai cognati una forte pensione e ricchi feudi, purché rinunzias¬sero al governo, nel maggio si ebbe una vera congiura, per impadronirsi del Ducato di Milano, tra loro e il cugino Roberto Sanseverino, il quale, paci-ficatosi coi Re Cattolici, aveva ricevuto da essi in moglie Maria d'Aragona, figlia ed erede del Duca VJillahermnsa: l'alterezza del suo figlio Ferrante, disposatosi con la catalana Isabella Villamarino, spagnolissimo di costumi, ammaestrato da precettori spagnuoli, "molti giudicorno che fosse proceduta dall'edurazione appresa dalia sua fanciullezza sotto la disciplina ed ammaestramenti" di Giovanni d'Oyeda e di Don Giaimo Castelvi (A. Cataldo, "lsto ¬ria", edizione Gravier).

Certo, scoperto il complotto dal vigile spionaggio di Cicco Simonetta, il quale "represse più volte le trame ordite contro il legittimo Principe e la Duchessa, e da savio Ministro gli espedienti più energici prese, onde allon¬tanare, per quanto fugli possibile, la sequela di gravissime perturbazioni". Sforza blaria e Lodovico Maria furono banditi; ma il provvedimento, se ristabilì la pace interna, permise ad essi d'assicurarsi il favore del Re di IVapó li, Ferrante d'Aragons, che in tutti gli affari di maggior momento "se strinze cum li catalani et spagnuoli et seguì loro consigli e ricordi". Questo tipico rappresentante del carattere politico del principe italiano del Rinasci mento, lumeggiato pienarnente da Ernesto Pontieri, nell'ottimo libro "Per la storia del Regno di Ferrante T" (Napoli, Morano, 1947), e per il quale Fer¬nando de Heredia compose la "Refecciôn de alma", intervenne a Milano avverso Bona di Savoia e Cicco Simonetta, facendovi trionfare, credendolo a sé legato e sarà poi il suo più accanito nemico, Lodovico il Moro (3 agosto 1452-1509), su cui è ricca di notizie, soprattutto letterarie e artistiche, l'ope ra di MAalaguzzi-Valeri, "La Corte di Lodovico il Moro", Milano 1913-1923. In Genova, il 12 novembre 1490, festeggiandosi il matrimonio di Eleonora Sanse¬verino con Giovanni Adorno, fu fatta una rappresentazione, che ebbe l'inten¬to, più che di onorare gli sposi, di glorificare Lodovico il Moro. Negli ul¬timi giorni d'agosto del 1493, alla presenza di lui e di Ercole d'Este, ebbero luogo le rappresentazioni classiche dei "Captivi", del "Mercante",del "Penulo". Nel 1493, Ludovico Ariosto(1474-1533) si era trovato nel numero dì quei giovani che Ercole I condusse seco a Pavis, perché recitassero alcune commecdie plautine innanzi a Lodovico il Moro, che pubblicherà una taglia di diecimila ducati cbntro l'ignoto autore che attaccò al sepolcro di Giangaleazzo Sforza questo minacciosa epitaffio: "Lux Ligurum Pater, hic ferro, ná tusque veneno;/ Mox reum sequitur primum, rnox fata secundum"

Agli occhi di Cicco Simonetta di Caccuri, la politica di Ferrante d'Aragona mostrava un carattere complesso e arnbizioso, ma anche dispersiva e sfug¬gente, se non addirittura incoerente in alcuni risvolti: "E' ficto et de ma¬la natura", "è cnsì scaltro e malignoche nessuno se ne puó fidare", diceva di lui il non sprovveduto Papa Paolo II (+ 29 luglio 1471), che aveva deter¬minato una situazione dei rapporti tra Roma e Napoli molto diversa da quella degli anni di Pio II. Nella "Cronica d' Napoli", ivi 1845, Notar Giacomo il¬lustrò i motivi che ispiravano ls condotta aragonese negli avvenimenti milanesi, e accagionò Ferrante d'aver temuto che Cicco Simonetta, Cancelliere e Primo Ministro, a cui la reggente Bona di Savoia s'appoggiava nel difendere il governo del figlio Gian Oaleazzo dalle mire di dominio dei fratelli dell'assassinato Galeazzo Maria, potesse rendersi padrone del governo del Duca¬to, danneggiando persino il futuro matrimonio di Gian Galeazzo con la figlia del suo primogenito, Isabella d'Aragona: ella alternava la dimora, ritornata nel Regno dopo le sue sventure di Milano, tra i suoi possedimenti in terra di Bari e la città di Napoli, e colà accorse, il 21 dicembre 1506, qua.ndo il fuoco avvolse e quasi consunse, nella Chiesa di San Domenico Maggiore, le casse dove erano deposti i corpi dei Reali d'Aragona.

È a dire che Cicco Simonetta predilesse Crisostomo Colonna da Caggiano, pontaniano accademico, e precettore della Principessa Sforza, predestinata sposa del Re polacco Sigi¬smondo, alla quale Antonio de Ferrariis detto il Galateo, pensatore e moralista del Rinascimento, diresse l'epistola Ad illustrem dominam Bonam Sfortiam": nessun dubbio può cadere sull'eroinn del romanzo "Question de amor de dos enamorados", pubblicato in Salamanca nel 1515, sulla Belisena amata da Flaminio, perché ella chiaramente è Bona Sforza, figliuola d'lsabella d'Aragona, "hija de la duquesa de Meliano, que era una muy noble senora viuda" presente tra le dame spettatrici allo sfilare dell'esercito del Cardona.