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CULTURA KROTONESE

Crotonesi alla ribalta: Giano Pelusio: letterato poeta politico pedagogo alla corte Farnese

Posted On Domenica, 25 Gennaio 2015 22:03 Scritto da
Giano Pelusio: letterato poeta politico pedagogo Giano Pelusio: letterato poeta politico pedagogo

Nell'ode "Ad una fontana di Crotone", mirabilmente infusa di classicità, e nell'ode "Sulla Pila detta Scifo", soffusa di epicità mitologica, rievocò le contrade della sua gloriosa Crotone

 

Giambattista De Tommaso, nella "Biografia Napoletana", scrisse: "L'antica rinomata Crotone fu propriamente il suolo, in cui ebbe il nascimento, da Nicolò Pelusio, e da Angela Messala l'anno di nostra redenzione MDXX. I genitori in sul suo primo albeggiar dell'etade, attesero con ogni diligenza a coltivarlo negli studi più proprii; poiché si accorsero per tempo dell'entità, che avea d'istruirsi, e delle favorevoli disposizioni sortite dalla natura a ben favorire i progressi del suo intendimento, e quindi affidato all'indirizzo del celebre Umanista Giano Cesareo di Cosenza, come passato essendo di poi sotto la disciplina di Francesco Vitale, egli ebbe a trarne profitto così grande negli studii, che dopo aver preso l'abito chiesastico da giovanetto, e recatosi in Roma, spiccò tant'oltre colle sue non ovvie cognizioni, e specialmente nella perizia delle Umane lettere". Con fresca sensibilità di uomo e di poeta egualmente modernista e arcaico, Giano Pelusio (1520 1600) trovò la forza di descrivere, per bocca del padre, in un finissimo lamento di uniformi cadenze espressive, in duttili versi ferecratei d'ispirazione catulliana, che riassumono il tragico destino della sua famiglia, un destino che gli travagliò anzi tempo l'esistenza, la morte della madre, amata con totale abbandono: "Come una tempesta sconvolge ogni cosa, così mi ha sconvolto la perdita di Messala da me profondamente amata come una tenera fanciulla, lei che rappresentava l'unico gioiello della madre nativa del Bruzio... La sua scomparsa mi ha sprofondato in un dolore eterno. Nessuna ninfa o creatura divina ti superava in bellezza il tuo consorte si consola con le tue ceneri mute... Tu, o sfortunata coniuge, sarai per me l'unica compagna e nessuna cosa potrà lenire il mio dolore che s'incupirà col tempo''.
Giano Cesareo (+1568), docente di Rettorica in Roma, stampò quivi nel 1566, in uno stile puro nella sintassi e colto nella frase, presso Vincenzo Lucchini, "Quinti Horatii Flacci Odas Commentarius, Orationum et Poematum libri 2", in 8, e "Plutarchi Opusculum ne immoderata verecundia Latine", dove i concetti non hanno il carattere di quel notevole romano libero pensiero degli altri scrittori latini; egli venne protetto dal mantovano Ippolito Capilupi (1511 1580), uomo erudito, poeta colto, negoziatore accorto, Segretario e Ministro in Roma del Cardinale Ercole e di Ferrante Gonzaga, rinchiuso in prigione in Castel S. Angelo nell'agosto del 1556 al tempo dell'infelice guerra di Paolo IV Carafa (+18 agosto 1559) contro gli Spagnuoli, nominato nel 1560 Vescovo di Fano da Pio IV (+ 8 dicembre 1565). Ippolito Capilupi era fratello di Lelio (1501-1563), il quale, servendosi di una forma artificiosa, a cui la letteratura classica aveva fornito materia nel periodo della decadenza e dell'età media, seppe dare in un suo centone satirico una così forte espressione al diffuso sentimento antifratesco, da essere considerato pericoloso dalla Chiesa, soprattutto allorquando i riformisti luterani se ne fecero un'arma di combattimento, pubblicandolo con le loro postille.

Negli ultimi anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo IV e dei loro successori, si formò una gerarchia affatto rigenerata, la quale tolse il nepotismo avido d'ingrandimenti, portò un impulso religioso del tutto nuovo, riformò l'organizzazione ecclesiastica, rinvigorì il mondo culturale che volle essere esaltazione di un Umanesimo veramente storico e negatore d'ogni immobilità metastorica, condusse gli spiriti dotti a conciliare il classicismo col cristianesimo e a colorare la cultura di un forte accento attivistico, in antitesi con la visione estasiante e beatificante medievalistica. Verso il 1939, alla conquista di Roma, nella quale il Segretario Apostolico Flavio Biondo da Forlì (1392 1463), nelle "Historiarum ab inclinatione romani imperii decades", si era esercitato a scrutare antichità pubbliche e private istituzioni religiose e a vedere nel cattolicesimo l'erede legittimo dell'organismo giuridico e politico della Romanità, partirono Giano Pelusio, originale e vigoroso poeta, appassionato pedagogo, penetrante politico, che onorò la Calabria con la nobiltà e lo spirito armonico della vecchia razza crotonese, e il piccolo borghese di provincia Guglielmo Sirleto (1514 1585), con una commendizia in versi latini del suo maestro Marcantonio Flaminio al Cardinale Agostiniano Girolamo Seripando ("Commendo tibi, Seripande magne,/ Gulielmum, nominem pium, eruditum,/ Doctum praeterea utriusque linguae"), inviato nel 1553 dai Napoletani all'Imperatore Carlo V, Arcivescovo di Salerno, ammiratore di Cicerone e autore dei Commenti sulle Lettere di S. Paolo ai Romani e ai Galati.
A Guglielmo Sirleto scrissero i Cardinali Marcello Cervini nel 1546 a proposito dell'invito Farnese e di alcuni libri e manoscritti corretti da Pico della Hirandola, Giacomo Simonetta Legato papale a Trento, Alfonso Carafa Bibliotecario del Sacro Regio Consiglio, Felice Peretti nel 1565, Carlo Borromeo sul Sinodo Provinciale di Milano, Gabriele Paleotto il 23 marzo 1569 per chiedere l'ufficio liturgico e la Vita di S. Petronio. I rapporti con Bernardino Telesio e Giano Pelusio furono esaminati nei saggi ''Lettere inedite di Bernardino Telesio e Giano Pelusio nel carteggio del Cardinale Guglielmo Sirleto" di Noemi Crostarosa Scipioni, in "Archivio Storico per la Lucania e la Calabria", VII (1937), e "Autografi sconosciuti di Bernardino Telesio" di S.G. Mercati, in "Atti del I° Congresso Storico Calabrese" (Cosenza, 15 19 settembre 1954), Roma 1957. A Guglielmo Sirleto, il "filosofo pio" era stato più volte raccomandato dal fratello Tommaso Telesio, Arcivescovo di Cosenza, quando Bernardino, rimasto vedovo di Diana Sersale, aveva chiesto la dispensa papale, per potersi risposare con la cugina della defunta moglie, in quanto aveva "già tre puttini, e malamente può vivere solo e senza moglie". Giano Pelusio dedicò carmi laudativi e scrisse più volte a Guglielmo Sirleto, "in questi nostri miseri tempi solo Mecenate, et protettore delle virtù, et bone lettere", che lo aveva incoraggiato a proseguire negli studi "co' quali fa honore al paese e a queste nobili fatiche come a mezzo d'ogni honorato desiderio", per avere aiuto a beneficio del suo maestro di greco, Francesco Salentino, Arcidiacono bizantino di Solito, a cui, pel rito antico, era lecito tener moglie legittima, presa prima degli ordini sacri maggiori' una usanza condannata dal Canone I del Concilio di Neocesarea e da molti canoni di somigliante natura dei Concili Ancirano (314) e Trullano (692), commentati con acume e dottrina dall'Harduin e dal Wanespen.

Si recò a Roma pure Bernardino Telesio (1509 1588), il più organico e coerente espositore del naturalismo rinascimentale: per lui, l'indagine deve non costruire sistemi ove l'immaginazione s'intrecci alla ragione, ma umilmente seguire il processo della natura nei suoi più intimi sviluppi, perché in tal modo la realtà parlerà con linguaggio semplice e appropriato, svelando il suo carattere più vero, uniformemente e universalmente operante, e troverà la sua giustificazione nell'universale sensibilità della massa corporea, creata da Dio Ottimo Massimo, affinchè le nature agenti la subissero e sussistessero in essa, e le dessero ciascuna la propria forma. Al telesiano "De rerum natura iuxta propria orincipia", compiuto nel 1565 in due libri, rielaborato e uscito nel 1586 in nove libri, ristampato nel 1590 da Antonio Persio in Venezia, e nel 1910 dallo Spampinato in Modena in tre volumi, volle riconnettersi Giano Pelusio nel suo carme "Lusuum libri quattuor", Napoli 1567, Parma 1581 e 1592, in 8, pieno di forza e di efficacia. Quot legunt iuvenes senesque docti/ guae scribis varia et referta sens/ Attica et latia eruditione/ Nihil doctus elegantisque/ Uno ore esse fatentur: hoc Thylesi,/ Sic taum est proorium ut od rare thymi/ Et volare aquilae, bovamque arare/ Quid mirum est igntur repertus unus/Si tanto es e numero virum Italorum/ Qui veris rationibus refellas/ scripta Aristotelis. Tibique cedat/ Sophus qui fu giens Sami Tyrannum/ Civeis perdocuit meos Cratone. Quanta eleganza di stile e di forma, quanta dottrina emerge dai tuoi scritti che vengon letti, in un sol fiato, da vecchi e giovani Quanti attributi meriti, Bernardino Telesio, tu che emergi su tutti con volo d'aquila, tu sei l'unico che tre gl'Italiani, che con raziocinio, si sia opposto al pensiero filosofico d'Aristotele.
Di fronte a te cede anche il rigore del pensiero di Pitagora che elevò culturalmente i misi concittadini di Crotone. Si è costretti a rilevar che Bernardino Telesio non contrastava tanto con Aristotele, quanto con certo platonismo vivo nell'aristotelismo, con la tendenza a isolare e a render trascendenti le essenze e i princìpi esplicativi delle cose, trasferendoli su un piano separato dal piano naturale Cosa che vide benissimo Giano Pelusio, il quale incalzò, a proposito della materia, che essa risulta incomprensibile e ingiustificabile, e che non può, nella stessa inerte natura materiale, concepita come mole omogenea e statica, generare diversità: Egli aveva messo bene in luce i limiti interni del naturalismo telesiano, incapace di giungere a una nuova metafisica quale sarà quella bruniana, o a una nuova fisica, quale quella galileiana, come obiettò Francesco Patrizi da Cherso, per il quale il vecchio sounto della doppia natura dell'uomo' caro a platonici e ad aristotelici, ritornava in forma non nuova, andando a collegarsi a non pochi motivi tradizionali nel pensiero rinascimentale, dall'animazione universale al Dio garante della uniformità e razionalità della natura. Solo che Bernardino Telesio accentuava il rigore di una precisazione delle "cause vere" dei fenomeni, tentando d'intendere la natura per sè, nel suo manifestarsi, nel suo svolgersi, servendosi perciò, non già dei procedimenti matematici dei platonici, ma delle pura esperienza del senso: alla sensibilità si riduco tutta la vita spirituale, sensibilità imperfetta e attenuata è l'intelligenza, consistendo la sua funzione meramente nel ricordo e nel passeggio analogico dal noto all'ignoto.
Dimorare nell'eterna città era, per Giano Pelusio, non già abbandonarsi a una vita gioiosa e alle impressioni suscitate dal paesaggio, ma apprendere la filosofia luce virtuosissima "li cui raggi fanno ne li fiori rifronzire e fruttificare la verace de li uomini nobilitate", connettersi foori d'ogni immistione utilitaristica con le argomentazioni politiche con cui i curialisti cercavano di rafforzare l'assoluta preminenza del Papato sullo Stato, personalizzare quella vita nuova che sentiva fluire in sé, e fare la conoscenza con gli scopritori di codici latini e greci, coi creatori di forme artisti che, con la classe privilegiata dei dotti, i quali consideravano la culture classica sentimento acceso di superiorità, e quindi idealizzamento delle vita. La conoscenza della storia della lingua si specializzava, in Giano Pelusio, nello studio della grammatichetta che apparteneva nel 1495 alle Libreria Medicea privata col titolo di "Regule lingue florentine", delle prime raccolte lessicografiche, dell"'Hypnerotomachia Poliphili" attribuita all'antiquario veronese Felice Feliciano, della "esticanza" scritta in prosa con un vistoso colorito romanesco da Paolo Petrone, delle "Sei etate de la vita umana" in cui Pier Iacopo De Iennaro mostrò una profonda influenza dantesca, del "Dialogo sopra la difficoltà dello ordinare detta lingue" di Gio. Battista Gelli (+ luglio 1563), del quale si ha una esatta relazione nelle Notizie e nei Fasti consolari dell'Accademia Fiorentina. Giano Pelusio ebbe assai per tempo coscienza della parte che gli toccava nella cultura, coscienza così netta e sicura da manifestarsi nel bisogno di corroborare la sua forma poetica di movenze attinte ai patenii panellenici ed eroici di Alcamane greco d'Asia trapiantato in Sparta, alle odi dell'aristocratica Saffo che sapeva trasfigurare gli affetti potenti e impetuosi in una poesia d'assoluta purezza, agli epinici di Pindaro rievocatore del prototipo mitico ed esortatore alla saggezza consapevole della condizione umana, ai giambi ionici di tra dizione diretta del ramingo e itinerante Anacreonte di Teo rimasto a lungo alla Corte di Policrate tiranno di Samo dal 537 al 522, alle elegie di Callimaco di cui ricordo i poderosi centoventi libri delle "Tavole di coloro che si distinsero in tutte le forme di cultura, e delle opere da essi composte".
In Roma, Giano Pelusio si nutrì con ardore dello spiritualismo di Giannozzo Manetti, dello scientismo bonificato e pacificato nel dialogo "Bembus, sive de animorum imrnortalitate" di Leonico Tomeo, delle "Quaestiones Camaldulenses" di Cristoforo Landino che additano il compito moralizzatore della filosofia nei rispetti individuali e civili; e del naturalismo che segnatamente con Girolamo Donato assumeva il neoaristotelismo, della rivendicazione della esperienza umana come la sfera che più d'ogni altra merita tutto il nostro interesse, del principio dell'immanenza del divino nell'uomo coincidente col principio della creatività dello spirito, giacchè l'anima nostra ha il grande potere di reintegrare la realtà del mondo facendolo sempre più spirituale: "sic hominis anima iam lebcfactatum restituit mundum, quaniam eius munere spiritalis olim mundus, qui iam corporalis est factus".

All'amico Caivano, autore della "Storia Crotoniata" (Napoli 1872, Cosenza 1984), il sacerdote Pasquale Alfi scrisse: ''Carissimo Felice, son tre giorni che, per caso aprendo la Cronaca di Crotone, vi lessi un'ode saffica del Poeta Pelusio per la valle Lamposa, dove sono i vigneti Cotronesi; e mi piacque tanto che ne feci una versione poetica, la quale qui ti trascrivo. Se trovi in taglio di poterla inserire nella tua opera, mi farai sommo piacere; se no, l'unirai coll'altre mie poesie che ti diedi; di ciò, scrivendo tu alla famiglia, dammi notizia. O dell'Emposa valle dolce suolo/ Che per piante e per frutti sei divino, /TU fughi al Crotonese il grave duolo/ Col tuo buon vino./ Bacco di Giove prole incoronata/ di verdi fronde va pe' campi intorno,/ E spande riccamente destato/ De' beni il corno./ Raccolgon colorando i più bei fiori,/ Sotto l'ombra de' salici, le Ninfe.; De' rai del Sole fuggono l'ardore/ Su fresche linfe./ In mezzo ad esse la Triforme Diva/ le pregne lince fiede con saetta,/ E sprozzon de' paster la fiamma viva,/ Che amor saetta./ Se qui vivessi in villa a voi romita,/ Ch'è vero asilo al mio dolce core,/ Contenta passerai la stanca vita/ Felici l'ore!/ E dopo il mio soggiorno, a Muse belle/ Cotrone rivedendo, un'armonia/ Ardente estollerà su per le stelle/ La cetra mia". In questa mirabile ode saffica, così affascinante nel candore dello stile musicale, Giano Pelusio, il quale aveva temperamento d'artista puro e forti ideali di patria e d'umanità, seppe dare tonalità precise e contorni netti a tutte le cose, con contrasti vivi di luce e di ambre, e ritrarre le impressioni indelebili ricevute nella sue tenera mente di fanciullo dalla bellezza della propria terra, dove tutta la natura si veste di un velo d'oro, che grado a grado si muta e si precisa e s'indurisce, quando il disco solare manda da dietro le cime delle colline i bagliori rossastri, da cui è annunziato il morire del giorno e il passaggio, quasi senza crepuscolo, alla notte tenebrosa, e par che davvero nel silenzio appariscano gli Dei agresti a condurre le loro danze insieme con le Ninfe.

Quasi un miglio lontano da Crotone vedesi correre piacevolmente Esaro, anticamente fiume celebratissimo, ramemorato da Dionisio Afro, nel "Giro del mondo" in esametri di elegante fattura, tradotti dal greco in latino da Eusta chio: Moenia cernuntur Metaponti, deinde Crotonq;/ Quam puncher gratam, prae terfluit Esarus Urbem/ Ulterius pergens hinc templa Lacinia cernes. L'infaticabils bolognese Fra Leandro Alberti, dell'Ordine dei Predicatori, nella sua Descrizione di tutta l'Italia, stampata la prima volta in Bologna nel I550, congetturò Esaro essere quel fiume detto Hilia del pensatore politico Tucidite, le acutezze stilistiche del quale si riconducono alla moda gargiana, mentre la sua pedantesca cura nelle distinzione dei sinonimi tradisce l'influenza di Prodico di Ceo, posto dalla tradizione tra i maestri di Socrate. Nell'arsura di settembre, per la mente di Giano Pelusio, natura di goditore silenzioso e sospirante al gaio vivere, passavano spesso, nella serenità della visione e del ricordo, la valle Empusa, con le tre mormoranti e cristalline fontane dette Brausa, acqua della valle della Donna, acqua di Cristo, e Capo Colonne, mentovato da Gioviano Pontano nel suo poema di materia estrologica, can le freschissime fontane denominate Prasinace, Tufolo, Scifo dai vortici argentei. Orbene, erano commozioni rapide e semplici quelle che egli tentava di fermare, seguite da un moto del cuore, e tanto dolce vena affettuosa scor reva nel suo petto, nel quale vibravano l'ispirazione nostalgico amorosa del la terra natale, la fatalità del vano esilio e della sorte inesorabile, una stupita desolazione per l'irraggiungibilità della quiete, il tormento per la morte del fratello. "Se io, affranto del dolore, potessi in un clima più sereno tornare alle contrade amene, piangerei te notte e giorno, o fratello Xanto, e tornerei più veloce della rondine o di una saetta...
A nulla vale il mio ritorno, come a nulla vale piangere, a che serve rattristarmi col dolore. A che vale esprimere i propri sentimenti con lirismo? Piuttosto pregherò che il tuo corpo riposi in pace e il tuo nome viva in eterno come i versi che hai scritto". Anche Ugo Foscolo (1778 1827), nel sonetto "In morte del fratello Giovanni", uno dei più perfetti della poesia italiana, scritto nel 1802 dopo che l'8 dicembre Giovan Dionigi si era ucciso a venti anni, per un debito di giuoco, di fronte a sua madre con un colpo di pugnale, è fremente di disperazione e caldo della divina passione giovanile, ma l'iniziale abbandono è subito interrotto dalla riflessione che gli fa presente il suo reale stato: Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo... Nell'ode "Ad una fontana di Crotone", mirabilmente infusa di classicità, e nell'ode "Sulla Pila detta Scifo", soffusa di epicità mitologica, Giano Pelusio rievocò le contrade della sua gloriosa Crotone, non per gusto archeologico di poesia, ma perché anelava alla vita di un più ingenuo idealismo, di una più nobile innocenza; e c'è qualche cosa di analogo nella poesia "Alla Primavera, o delle favole antiche", dove Giacomo Leopardi (1790 1837) accarezzò i suoi slanci e i suoi "amplessi aerei in faccia all'avvenir", e nella canzone "Alle fonti del Clitumno", in cui il rivolgersi al passato di Giosuè Carducci (1835 1907) volle essere un incitamento per un rinnovato trionfo della civiltà antica, quando serena in riva dell'Ilisso, o ai rivi almi del Tebro, viveva intera e dritta l'anima umana.

A principio dell'ode "Ad una fontana di Crotone", in cui Giano Pelusio, togliendo molti schemi da poeti latini, trasse il passato verso il suo spirito, stanno una sapiente musicalità perplessa, una vena impetuosa d'ispirazione naturalistica, esigenze di continuità e scioltezza quasi narrative; e di certo in essa, la metrica di carattere apertamente apodico tempera l'immaginazione senza mai traccia alcuna di leziosaggine, la forma dello spondeo e del dattilo seguito da trochei fiorisce armoniosa e nobile, la natura appare in quadri ricchi di linfa vitale e di squarci di sublime poesia, la tecnica stilistica ha una corpulenza sanguigna e robusta. Egon te Tubule elegantiorum/ Doctis versibus,et laboriosis/ Digue, qui volites virum oer ora,/ Ingra tissimus omnium relinquam/ Indictum et tacitum7 Scelus nefandum/ Tantum nou faciam, novem favores,/ Quae ootant lattices refrigerenteis,/ Et fontes liquidds, meae Cumenae,/ Si quidquam poterum, tuas tenebunt/ Lymohas, fontibus omnibus relictis,/ Quos Parnassus habet, jugumque Pindi./ Tu quendam gelidos tuos liquores/ Per cavos tubulos fluens, Crutoni,/ Atque ejus, populo dabus libendos/ Erant, et quoniam salubriores/ Succis pacorriis, liquor'husque/ Qui nunc ex puteo bono trahuntur/ Gens fortissima Martis in cruenta/ Ludo, ac clara nimis domi, forisque/Nostri semper erant Crotoniatae/ Sano corpore, mente saniore;/ Nuno te (cum venia, bonaque pace/ Hac dicn oatriae meae) CA_ pelloe,/ Oves, et vituli bibunt, tuisque/ Rigas praedia r'vulis oropinqua/ Cives unanimes mei, et potentes/ Vos Pelusius orat, obsecratque/ Per canalia longo, perque ductus,/ Fontis tam placidi, utilisque lymphas/ Ducendas statuatis ad salutem,/Et ad commoda multa Civitatis. Ne traduco una parte: "Io, infelice tra tutti, sono costretto a lasciare te, fonte limpida e refrigerante, non senza averti dedicato versi eleganti e dotti.

La tua linfa è degna di Parnaso, offri il tuo fresco liquore al popolo di Crotone; la tua acqua è salubre e rende aggressivi e forti i soldati in battaglia, auguro tranquillità a te ed alla mia patria. La tua acqua sia sempre benevola e salutare per tutti i miei concittadini". Quel che più ci impressiona nella letterariamente atteggiata ode "Sulla Pila detta Scifo", pervase di nostalgia e di una soave fantasticheria melanconica, ricca di movimento e nondimeno tutta fusa, menata a termine quando Giano Pelusio cominciava a temperarsi e ad attingere il rasserenamento poetico, sono la consueta effusione tenerissima al pensiero della sua Crotone, la passione pratica sottomessa alla contemplazione, una fuggevole virtuosità d'eloquenza e di personificazione, oltre alla freschezze della fraseologia e di singoli vocaboli che esprimono il sentimento di consonanza con la natura. Non sarà fuori luogo soggiungere che si avvertono nell'ode, che è poesia robusta di forza e di purità e schietto entusiasmo lirico, un certo sforzo costruttivo, chiarezza di disegno e compostezza d'espressione, un tono di accessione intellettualistica e sentimentale, impareggiabile vivezzo e proprietà della lingua. Fons dulcissime fontium relictis/ Undis Bellorophontides puellae./ Quem doctae Aoniae Leonis ora/ Quum fernent maqis, et magis perurunt/ Cunctis anteferunt aquis, ferarum/ Alcides domitor tibi trinodi/ Clava cum domuit malum l.atronem,/ Qui Lacinium a Crotoniatis/ Dicebatur, et opoidis pro pinquis;/ Nemen imposuit Sciphi; quod ipse/ Poterat lati es Thyonianos/ Sciphe; jussit, et antequam rediret/ Ad Eurystbea pessimum tyrannum/ Ad formam fieres Sciphi puellamt Cul raptam sibi queereret per orbem/ Ceres, ac fureret caloris astus/ Rore se gelido tuo calentem/ Plus una vice si plici levavit;/ Atque illinc abjens, tihi praecata est;/ Cursum perpetuum, et nimis salubrem,/ O fons dulciente, et voluptuosa/ Et quando aegelidos tuos liquores/ Cum meo unanimi et bono sodali,/ Gazella lepidissime Poeta/ Vinn non sine cretico et falerno/ Ebibam/ Ille dies utque nostrum/ Non rubro mone notahitur lapillis. Ne traduco una parte: "Tu sei la più dolce fra le fonti, da te accorsero le fanciulle di Bellorofonte le fiere ed Ercole. Egli, secondo la tradizione, abbattè il ladrone Lacinio e diede alla fontana l'appellativo di Scifo. Ercole, prima di tornare presso il tiranno Euristeo, mentre Cerere accaldata andava in cerca per il mondo di una fanciulla rapita, pregò una Dea perché sul luogo sgorgasse una fonte. La Dea esaudì la preghiera e fece zampillare un liquido dolce e voluttuoso. Mi auguro di ritornare a gustare queste acque insieme ad un buon bicchiere di vino".

In Nizza, nel 1539, Carlo V assegnò a Pier Luigi Farnese, Gonfalone della Chiese, il cui Segretario Gandolfo Porrino modenese lesse le sue assai colte Rime e Giano Pelusio (cfr. il Crescimbeni nei “Commentari della volgar Poesia”), il Marchesato di Novara, con novemila ducati di rendite, e concedette al Duca Ottavio Farnese la mano della sua figlia Margherita, vedova di Alessandro de’ Medici, il 27 aprile 1532 creato a vita Duca della Repubblica Fiorentina, con diritta di trasmettere la sua autorità al parente più prossimo, e il 5 gennaio 1937 assassinato dal suo lontano cugine Larenzino de’ Medici, compagno di dissolutezze e di prepotenze. Il 10 settembre 1545, i congiurati, di cui erano capi gli Anguissola, i Landi e i Pallavicino, pugnalarono il Duca Pier Luigi Farnese, accusato da Ferrante Gonzaga (+1557) Signo re di Guastalla, sul quale vedi “l’Archivio Gonzala” di Luzio e Turelli, con le magistrali prefazioni e la biblingrafia, d’aver avuto parte nella congiura dei Fieschi in Genova, e occuparono Parma, difese dal Duca Ottavio Farnese e dalle truppe mandate da Paola III, il quale, per guadagnarsi Enrico II, il nuovo Sovrano di Francia, aveva combinato il matrimonio dell’altro suoni poeta, Orazio Farnese, ucciso il 17 agosto 1553 nella difese di Vercelli, con Diana di Poitiers, promettendo di fargli avere Parma, mentre il Gonfalanato della Chiesa spettava al Duca Ottavio Farnese. Nel tomo decimo della “Storia di Piacenza, Cristaforo Poggiali si restrinse a ricordare che costui, seguendo gli esempi del Cardinale Ercole Gonzaga (+1563), del Duca Guglielmo Gonzaga (+1587), del comandante suprema dell’esercito imperiale e Duca di Savoia Emanuele Filiberto (nato il 10 ottobre 1526), alla cui sposa, Margherita di Francia, il poeta Joachim du Ballay (1522‑ 1560) aveva dedicato, nel 1549, il primo volume della “Pléiade”, e Buttet di Ghambéry una lunga ode, divisa in “avant‑jeu” e quattro “poses”, munificamente apri in Parma e. in Piacenza, per istruire i giovani nell’eloquenza e nella poesia, due Collegi della Compagnia di Gesù, della quale Gianno Pelusio aveva questa concetto: Ac sane  tempore altissime patebant Jesuitarum sodalitates; celebre erat id nome, maqnaque da illorum tum doctrina tum probitate in Christiana Republica omnium opinio. In uni epistola commossa ed efficace, il Cardinale Jacapo Sadoleto (Modena 22 luglio 1477‑Roma 18 ottobre 1547), onorato singolarmente da Paolo III, si rallegrò che Ranuccio Farnese, nato nel 1530, eletto Cardinale nel 1543, morto in Parma nel 1563, in così tenera età, la quale non suo le esser abbastanza matura a dare frutti di virtù e di dottrine, aveva fatto nelle virtù e nelle scienze grandi progressi, e rammentò una solenne disputa da lui tenuta in Viterbo, nel 1545, innanzi a una numerosa e sceltissima assemblea, della quale il Canonico Padre Ireneo Affò vide una Relazione coeva. Sul disegno di parentado coi Caraffa, siamo informati dagli ottimi lavori di Giulio Caggiola, “I Farnesi e il conclave di Paolo IV”, negli “studi storici”, volume nono, capitolo prima, 1900, e “I Farnesi e il ducato di Oarma e Piacenza durante il pontificato di Paolo IV”, nel’ “Archivio storico per le Province parmensi”, volume terzo, 1903, pp. 131 sgg.; la storia dei componenti la Casata Farnese, nel secolo decimosesto, risulta dal diligente studio “Il primo duca di Parma e Piaceza la congiura del 1547”, nell’ “Archivia storico per le Province parmensi”, volume settimo, 1907.

Animato e improntato nel suo intimo da una altissima stima, Giano Pelusio dedicò a  Ranuccio Farnese l’opuscolo “Coluti Thebaci, Aelenae raptus, Giano Pelusio Crotaniata interprete”, di pagine ventiquattro, e ad Ottavio Farnese l’ode “Ad lectorem” e l’inno “Serecisimo Odoardo Fernesio in sacrosantum stuatum catd: allectogratulatio”, tutti stampati in Parma del tipografo Erasmo Vioti; e in essi rivelò la rara sapienza nella spremere da ogni parola e da ogni costrutto le più intime vibrazioni e nel creare i raccordi più impensati, atteggiati in maniera che anche il richiamo mitologica ‑ storica risuoni con un timbro singolarmente significativo. Ad Lectorem ‑Viri eruditi lumina Palladis/ Aevique, nostri gloria, sepius,/ Et curiose qui libellos/ Composta recitatis hora/ Aut in theatris, aut Academys;/ Si digna vobis non cano carmina, Nec Pindarum, vatemque Flaccum/ Aemular et cupio decore:/ Donate flamfnis si libet, aut mari/ Nostras papyros, vel calami unguine/ Fedete: nec Cratonatiam/ Ellogio decorata Vostro./ Non canto acutis indicis, qui bus/ Satis Maronis vix faceret Melos:/ Auti vis Homeri: ineruditis/ Ingenys ‘ Nenysque, canto./ Me lance quivis ponderet, ut valet,/ Nil curo: dicar carininis artifex,/ Si nec Minerva nec canorae/ Destituent mea plettra musa.

In questa componimento giambico acataletto, miracolo di solidità ed equilibrio, magnificenza di tecnica preziosa, rappresentazione viva e colorita, le immagini si sciolgono del nesso della poesia e tendono ad acquistare una vita a sé; in ecco, Giano Pelusio, in cui la battaglia umanistica per il sapere s’in dirizzò alla dimostrazione del concetto che la vera umanità è la umanità dotte, espresse una dignitosa presa di coscienza del granellino di cultura che possedeva di fronte all’immensità della conoscenza intellettuale, la quale è veramente la luce e la fiamma della spirito e la massima anticipazione della beatitudine eterna. Ciò a cui aspirava Giano Pelusio era la reintegrazione della sanità spirituale, concepita come equilibrio e armonia di tutto l’uomo e poggiata sulla cultura letteraria, senza dubbio necessaria per costruire qualcosa d’alta e di magnifico: Eruditionem autem intelligo non vulgarem istain et pertubatam, quali utuntur ii qui nune theologiam prafitentur, sed legitimam et ingenuam quae litterarum peritiam cum rerum scientia coniungit.