Giovedì, 09 Luglio 2020

CULTURA KROTONESE

Lotte per il potere a Crotone nel Seicento

Posted On Lunedì, 02 Marzo 2015 20:25 Scritto da
Martiri di Crotone: la fucilazione di G. Suriano in un disegno di Sfortuniano Martiri di Crotone: la fucilazione di G. Suriano in un disegno di Sfortuniano

Ascesa e decadenza della casata dei Suriano

Alla metà del Seicento a Crotone la casata dei Suriano era composta da quattro rami principali : di Gio. Dionisio Suriano, dell'Abbate Gio. Pietro Suriano, di Dezio Suriano e di Scipione Suriano; quest'ultimo era detto anche dei Suriano Ralles.
Le quattro famiglie Suriano
* Gio. Dionisio Suriano con la sua famiglia abitava in parrocchia di San Pietro. Dall'unione tra Gio. Dionisio Suriano, futuro barone di Apriglianello, e Vittoria Mangione nacque Annibale. Morta la moglie, Gio. Dionisio Suriano si risposò con Lucrezia Lucifero; nacquero Francesco, Diego, Laura, Lucrezia, Anastasia, Auria, Dianora, Clarice, Antonia e Beatrice. Gio. Dionisio fece fortuna ed accumulò terre e ricchezze. Comprò nel 1632 il feudo della Garrubba dal congiunto Scipione Suriano e nel 1640 il feudo di Apriglianello dal principe di Strongoli Francesco Campitelli. Fece edificare nella chiesa dei Cappuccini una cappella dedicata a Sant'Anna, dove troveranno dimora le sue spoglie, della consorte Lucrezia Lucifero e dei suoi discendenti, i quali lasceranno al convento numerosi legati per dire messe in suffragio.
Annibale Suriano, primogenito di Gio. Dionisio, ebbe dal padre il feudo della Garrubba ed altre terre, sposò dapprima Morana Barracco ; dall'unione nacque Domenico. Morta la moglie, Annibale si risposò con Luccia de Nobili che gli diede numerosi figli : Ignazio, Prospero, Giacinto Geronimo, Vittoria, Teresa e Maria.
Domenico successe al padre nel feudo della Garrubba; egli si unì nel 1655 con Anna Suriano ( figlia di Dezio e di Beatrice della Motta Villegas ?)che gli diede i figli Antonio, Domenico, Annibale e Morana. Antonio successe al padre nel feudo della Garrubba e Morana andò sposa a Gio. Battista Barricellis.
Geronimo intraprese la carriera ecclesiastica e fu dapprima canonico e poi arcidiacono di Crotone. Prima di morire istituì un legato per la cappella dedicata all'Immacolata Concezione in cattedrale. La cappella potette quindi godere di un semplice beneficio di iuspatronato laicale, divenendo così una cappella dei Suriano. Vittoria, Teresa e Maria furono rinchiuse nel monastero di Santa Chiara.
Giacinto Suriano nel 1665 si unì con la cugina Popa o Ippolita Suriano, figlia di Detio e di Beatrice della Motta Villegas, nacquero Cesare e Detio.
Diego Suriano ebbe il feudo di Apriglianello, si sposò con Caterina Montalcini che gli diede un'unica figlia ,Antonia la quale nel 1669 andò sposa a Gio. Nicola De Filippis, figlio del barone di Carfizzi.
Francesco Suriano, il più giovane dei tre, fu avviato alla religione di Malta e divenne cavaliere gerosolimitano.
Laura, Lucrezia e Anastasia presero il velo nel monastero di Santa Chiara, Clarice andò sposa a Francesco Montalcini e Antonia a Iulio Pallone.
* Dezio Suriano e la sua famiglia abitavano in parrocchia di Santa Margherita.
Dezio Suriano si unì con Beatrice Della Motta Villegas, figlia di Antonio e di Eleonora Leone, nacquero Dianora, Cesare, Antonia, Ippolita, Vittoria e Anna.
Dall'unione di Cesare con Laura Presterà nacque Francesco. Dianora si sposò dapprima con Gio. Battista D'Ayerbis d'Aragona, rimasta vedova si risposò con Gio. Paulo Pipino. Vittoria si unì con Domenico Geronda e Ippolita con Giacinto Suriano.(Anna con Domenico Suriano?)
* Gio. Petro Suriano e la sua famiglia abitavano in parrocchia di San Pietro.
Jo Petro Suriano si unì nel 1626 con Vittoria Lucifero, figlia di Fabrizio e di Adriana Berlingieri. Nacquero Muzio, Orazio, Antonio e Livia.
Muzio fu arcidiacono di Crotone e poi nel 1674 arcivescovo di Santa Severina..
Livia si sposò con Giuseppe Lucifero e tra i numerosi figli ci fu Fabrizio che sarà barone di Apriglianello.
Antonio resse la carica di luogotenente del regio secreto e mastro portolano di Calabria Ultra ; tra i suoi figli ci furono Pietro, Elisabetta, Giuseppe e Jo. Petro.
Giuseppe si sposò con Sculco Hieronima ,figlia del barone di Montespinello Bernardo Sculco.
Pietro si unì con Maria del Castillo, nacquero Ippolita, Francesco Antonio e Giuseppe. Ippolita si unì con Fabrizio Lucifero, barone di Apriglianello.
* Scipione Suriano ereditò dal padre Ottaviano il feudo della Garrubba che vendette poi a Gio. Dionisio Suriano. Si unì con Caterina Geronda.
Lasciò eredi due figli Diego ed il clerico Felice, detti Suriano Ralles, in giovane età. Il patrimonio male amministrato dai tutori e dai giovani eredi in breve venne meno e così anche la famiglia.

 

La nobiltà cittadina in lotta tra papato ed impero

Il partito filospagnolo e quello filopapale si contendevano il potere a Crotone e nel Marchesato. Da una parte primeggiavano i Montalcini, con i loro alleati, dall'altra i Suriano.
I Suriano erano preminenti nelle cariche ecclesiastiche. Essi ressero per tutto il Seicento l'arcidiaconato che era la seconda carica religiosa, dopo quella vescovile, dapprima con Prospero, poi con Mutio e quindi con Hieronimo. L'abbate Gio. Pietro, confrate della confraternita del Rosario, e Mutio ricoprirono anche la carica di vicario generale della chiesa cattedrale, il primo nel 1657 ed il secondo nel 1666. Mutio fu arcivescovo di Santa Severina e Prospero e Giuseppe furono cavalieri Gerosolimitani. La famiglia contava numerosi canonici, chierici, badesse e clarisse.
Il frequente ricorso a matrimoni tra cugini aveva loro permesso la conservazione e l'integrità delle proprietà che in caso di crisi circolava all'interno dei vari rami della casata, anche se spesso separati da odi e rancori. Molteplici vincoli familiari ed economici legavano i Suriano ai Lucifero, una famiglia molto potente.
Le fazioni lottavano per sistemare i loro congiunti ed affiliati nelle cariche ecclesiastiche e pubbliche, da dove potevano controllare il mercato delle terre e del grano ed esercitare il contrabbando.
I numerosi agguati e uccisioni spesso segnavano l'avanzare o la sconfitta delle famiglie.
Nascoste nelle campagne e nei conventi, protette e ben alimentate, al riparo dalla giustizia, operavano le bande armate, composte dai figli cadetti e dai "creati di casa" delle varie casate con fuorusciti e ricercati. Tra esse ve n'era una al comando di Scipione Montalcino, "homo homicidiario", ed un'altra guidata da Alessandro Suriano. Questi capibanda con altri delinquenti, erano pronti ad eseguire gli ordini di morte e di distruzione che giungevano dalla famiglia, che era in città.
All' "hora dell'Ave Maria li Clerici Alessandro Suriano, Fabritio Spina, Antonio Urso et altri hanno tirato più archibusciate al clerico Francesco Maria Montalcino, di Fabritio , et al Clerico Francesco Montalcino a tempo che passavano a cavallo davanti la chiesa di Santo Francesco D'Assisa in comitiva d'altri persone".
La risposta non tarda molto. Valerio Antonio Montalcino e Francesco Maria Montalcino, zio e nipote, incaricano i loro sicari di uccidere il notaio Giuseppe Lauretta di Santa Severina. Contando sulla protezione del preside della Provincia e sulla potenza che godono, se ne vanno tranquillamente liberi.
Su istanza dei congiunti dell'ucciso interviene la Gran Corte della Vicaria, che ordina di incarcerare i Montalcini con il loro servo Giuseppe Papara. Temendo che, per la potenza e per le protezioni di cui godono gli assassini, non si faccia giustizia, la Gran Corte avoca a sé il processo.

 

Guerra, carestia , pestilenza e contrabbando

A complicare e rendere più difficile la situazione, nell'estate del 1667 era iniziata la nuova guerra franco - spagnola con grave pericolo e danno per la libera navigazione ed i commerci del Mediterraneo. Ad essa si unirono le cattive annate che, iniziate nella primavera del 1668, si prolungheranno.
Nel 1668 il sindaco dei nobili della città, il capitano Domenico Barricellis, ed il sindaco del popolo, Lelio De Vite, facevano presente la grave crisi alimentare, che stava per attanagliare la popolazione a causa del fallimento del raccolto. La Regia Udienza, preso atto della grave situazione, per sfamare la popolazione emanava un bando. Fu vietata l'esportazione dei cereali dalla città e si obbligò i mercanti a consegnare, a seconda della quantità che avevano, parte del grano, che avevano ammassato nei magazzini. Il grano così requisito doveva essere pagato ai proprietari ad un prezzo prefissato, da pagarsi dal catapano, con i soldi che man mano provenivano dalla vendita del pane in pubblica piazza.
Il bando restò lettera morta. I mercanti continuarono ad imboscare il grano, a praticare il contrabbando ed a rifiutare di consegnare il grano. Essi addussero la scusa che volevano essere pagati subito ed in contanti, al prezzo corrente in veloce ascesa. Per fronteggiare una situazione, che si faceva sempre più precaria, in aprile fu mandato a Crotone per servizio del regio fisco il preside di Calabria Ultra, D. Martin d'ez Pimienta, conte de Legarde. Il funzionario arrivò in città accompagnato dalla sua famiglia e scortato da un capitano ed alcuni soldati di campagna.
Egli fece subito arrestare alcuni dei nobili e dei mercanti renitenti. Furono presi Gio. Pietro Presterà, Giuseppe Gerace, Giuseppe Gallucci, Antonio Suriano, figlio di Jo. Petro e di Vittoria Lucifero, e Giacinto Suriano, figlio di Annibale e di Luccia De Nobili. Tutti costoro furono accusati di non aver ottemperato al bando pubblicato dalla Regia Udienza, in quanto rifiutavano di essere pagati al prezzo prefissato. Trascinati i malcapitati nel palazzo vescovile, vuoto per l'assenza del vescovo Geronimo Carrafa, li tenne rinchiusi, maltrattandoli duramente per una decina di giorni. Per porre fine al patimento dei loro congiunti, i familiari sono costretti a sborsare grandi somme di denaro. Ottenuto il denaro il preside li fa rilasciare, denunciandoli tuttavia alla Regia Udienza di Catanzaro, perché siano processati.
Nonostante la dura repressione del preside, appena allontanato il pericolo, i mercanti riprendono il contrabbando e l'imboscamento del grano. Essi con vari pretesti rifiutano di tenere a disposizione dei catapani e dei sindaci della città parte del grano immagazzinato e di fornirlo per il pubblico pane al prezzo prefissato.
Costretti dall'aggravarsi della carestia a cautelarsi, affinché "alterandosi li prezzi de grani non nasca pregiudizio a questa città", ai primi di maggio i sindaci, gli eletti ed il governatore pongono sotto sequestro i magazzini del duca di Santa Severina e di Gio Gallucci ed impediscono a Gio. Pietro Presterà di rifornire di grano la città di Catanzaro, grano che il Presterà rifiuta di fornire alla città di Crotone se non gli viene pagato in contanti ed al prezzo corrente in veloce ascesa.

 

Una speculazione mancata

Anche se erano evidenti i presagi di una grave crisi agricola, nei primi giorni di giugno 1668 i Suriano prendono in fitto le terre del baliaggio di Santa Eufemia, comprendenti il casale di Gizzeria, la terra di Nocera e la grancia della città di Crotone , Belcastro, Crucoli ed altri luoghi.
L'accordo, che implica il pagamento di un fitto di ducati 4700 all'anno di cui 4200 da versare a Bernardo Rocci, procuratore del baglio Vincenzo Rospigliosi, è contrattato a Roma dall'arcidiacono di Crotone Mutio Suriano, per conto del cavaliere Fra Francesco Suriano, ed ha la validità di 3 anni, dal primo giugno 1668 all'ultimo di aprile 1671.
L'operazione è resa possibile dalle garanzie finanziarie date dapprima dal mercante napoletano Pietro Gerace e poi da Giuseppe Squillace. Quest'ultimo risulta ben presto il prestanome di una società composta da Antonio, Annibale, Diego, Domenico e Giacinto Suriano e da Felice Barracco di Cosenza.
Così dopo essere stati particolarmente colpiti dalla repressione del preside, i Suriano dovettero subire un succedersi di cattive annate, che li esposero nei confronti di coloro con i quali si erano impegnati al momento dell'affitto delle terre del baliaggio.
All'inizio di ottobre 1668 Annibale Suriano, col consenso dei figli Giacinto e Domenico, "per alcune sue necessità et occorenze" e per soddisfare le doti promesse alle figlie Beatrice ed Anna e pagare alcuni debiti contratti per poter restituire la dote della prima defunta moglie, Morana Barracco, non avendo "altra commodità più esplicita ne beni meno utili", deve vendere la sua più importante proprietà burgensatica, il territorio La Foresta, per ducati 2600 a Cesare Presterà, il cui figlio Gio. Pietro, aveva sposato la figlia Beatrice.
L'anno dopo anche Diego Suriano, già indebitato con Giuseppe Lucifero e con Scipione De Bona, è costretto a cedere parte delle entrate del feudo di Apriglianello a Gio. Nicola De Filippis per la dote di ducati 4000 promessa alla figlia Antonia.
Con le cattive annate i debiti aumentavano. Il genovese Nicolò Casanova, rappresentante degli interessi del Duca Doria, Barone di Tacina e Massanova, dichiarava che a Crotone vantava crediti per oltre 5000 ducati ed in special modo dai Suriano. I Suriano pur indebitati e colpiti dalle cattive annate, ma forti del prestigio e delle complicità che godevano, tentarono di rivalersi ; ma alcuni fatti imprevisti furono avversi.
Il 9 gennaio 1669 moriva Annibale Suriano ed il feudo della Garrubba passò al figlio primogenito Domenico, che ottenne l'intestazione il 20 maggio dell'anno dopo.
Pochi giorni dopo essere subentrato nel feudo, il 12 luglio 1670, moriva Domenico ed il feudo della Garrubba passava al figlio di costui Antonio, che otteneva l'intestazione il 14 novembre 1671.
I Suriano continuavano ad affittare le terre ai coloni, dai quali si facevano pagare in grano, che contrabbandavano e piazzavano presso i mercanti napoletani . A questo scopo Ignazio Suriano risiedeva a Napoli, dove stipulava i contratti di vendita. Giacinto a Crotone comprava il grano dai coloni e lo ammassava nei magazzini, pronto a consegnarlo ai patroni, inviati con le loro barche dai compratori.
Spesso la merce che i patroni erano costretti ad imbarcare non era quella contrattata a Napoli con Ignazio. Le loro rimostranze tuttavia non sortivano effetto alcuno, in quanto dovevano sottostare alla violenza. E' il caso di quel patrone francese che protestò perché non gli veniva consegnato il grano, contrattato a Napoli. Poiché rifiutò il grano che Giacinto gli aveva finalmente fornito, in quanto risultò di qualità scadente, fu fatto oggetto durante la notte a più colpi di archibugio, che colpirono il suo vascello ancorato al porto.
Mentre controllavano il mercato del grano i Suriano procedevano nella scalata delle cariche ecclesiastiche e si alternavano nel governo della città, ricoprendo le massime cariche pubbliche elettive.
Geronimo Suriano, figlio di Annibale nel 1670 aveva ottenuto il canonicato della chiesa di Crotone, Mutio, figlio di Jo. Petro, ricopriva la carica di arcidiacono, che era la carica di maggior prestigio dopo quella di vescovo, Suriano Anastasia, figlia di Jo. Dionisio lasciava il posto di badessa del monastero di Santa Chiara alla sorella Laura (1672). Antonio, figlio di Jo. Petro ricopriva l'incarico di luogotenente del regio secreto mastro portolano mentre Diego, Giacinto, Prospero e Antonio si alternavano nelle massime cariche cittadine.
Ad Antonio Suriano che aveva ricoperto l'incarico di sindaco dal 1669 al 1670 era seguito Prospero che esercitò la carica come pro sindaco nel 1671 a cui seguì dall'agosto di quell'anno Giacinto. Arrivò l'annata del 1672 quando la fame fu "cotanto valida, che per rattemperarne la rabbia, furono pratticate cose mai più per l'addietro, costumate a mangiarsi".


L'uccisione di Giacinto Suriano
Appena il De Legarde non ricoprì più la carica di preside della Provincia ed eletto sindaco dei nobili nel 1672 uno della loro casata, i Suriano cercarono di rivalersi sul conte. Il sindaco Giacinto Suriano a nome dell'università denunciò il De Legarde di esser venuto in città e di avervi dimorato con la sua famiglia per parecchi giorni, gravando di molte spese l'università. Per dare forza alla sua denuncia, egli portò la testimonianza del sindaco dell'epoca, il capitano Domenico Barricellis. All'iniziativa di Giacinto Suriano si associarono Antonio Suriano, Giuseppe Gerace, Gio. Gallucci, Gio. Pietro Presterà e altri nobili. Essi incolparono il conte di averli incarcerati ingiustamente per lungo tempo e costretti con la violenza a sborsare molti denari, per poter tornare liberi. Un'istanza fu inoltrata in Spagna a Madrid al re ed una querela criminale fu presentata al Supremo Consiglio d'Italia per l'estorsioni subite. Per danni, spese e interessi patiti indebitamente, il solo Antonio Suriano faceva un calcolo ammontante alla cospicua somma di ducati seimila.
Alla denuncia, presentata dal sindaco dei nobili di Crotone, si accompagnarono quelle di altre università e di cittadini che avevano subito le malefatte del conte, durante il periodo in cui egli aveva esercitato la carica di preside della provincia di Calabria Ultra.
Le molte lamentele spinsero ad aprire un'inchiesta sull'operato del preside. Il reggente D. Francesco Ortiz Cortes venne inviato in alcune città della Calabria, tra le quali Pizzo, per prendere informazioni.
Frattanto alla carestia, che aveva colpito soprattutto il ceto popolare, si associò la pestilenza che cominciò a mietere senza discriminare. Tra il 1672 ed il 1673 i Suriano furono colpiti da gravi lutti. Giacinto Suriano perdeva il suocero Detio ed i fratelli Ignazio e Prospero, quest'ultimo mentre ricopriva l'importante carica cittadina di mastrogiurato.
Morivano anche Antonio, figlio di Jo Petro Suriano, mentre esercitava l'importante ufficio di luogotenente del regio secreto e mastro portolano, e Cesare, l'unico figlio di Detio Suriano.
La lite continuava. Il figlio ed erede di Antonio, il chierico Giuseppe, nel novembre del 1672, non potendosi recare a causa della distanza, delle spese occorrenti e per la giovane età, presso il delegato del re e del Supremo Consiglio , D. Francesco Ortiz Cortes, ribadisce le dichiarazioni fatte dal padre relative ai danni patiti e alle spese e interessi subiti dalla casa dei Suriano e si rimette al Supremo Consiglio e al delegato affinché su tutto ciò "faccino quel che e quanto li parerà di dovere alla giustizia".
Il ripetersi di scarsi raccolti colpiscono duramente Giacinto Suriano il quale non riesce a far fronte agli obblighi anche perché i coloni, ai quali ha affittato i terreni e ha dato in prestito denaro e semi, abbandonano i campi o non riescono col misero raccolto a saldare.
Egli vede di giorno in giorno aumentare debiti e debitori ed i pegni non sono più sufficienti per tacitarli.
Il castellano Pietro Peniglia da anni non riesce a rientrare in possesso di un credito di 450 ducati, altri 400 ducati Giacinto li deve a Gio. Battista Gargano di Belcastro e 660 al barone di Carfizzi, Giuseppe De Filippis. Il cognato Gio. Pietro Presterà che gli ha fornito il grano per poter seminare ora lo minaccia perché vuole essere pagato. Lo zio, il cavaliere gerosolimitano Fra Francesco Suriano, una delle poche persone su cui può contare per tenere a bada i creditori, gli ha già anticipato 400 ducati.
A questi debiti si aggiungono quelli che devono sopportare gli eredi dei suoi fratelli Domenico e Ignazio.
Piccoli e grandi creditori bussano inutilmente alla porta del suo palazzo e alle minacce presto seguono le liti e le risse che coinvolgono i servi e gli aderenti. La casata dei Suriano comincia a perdere parte della grande proprietà terriera.
Su istanza di Gio. Battista Gerace, che vanta dei crediti, la Gran Corte della Vicaria nel febbraio 1673 sequestra e mette all'asta la metà delle terre e la vigna dette la Torre di Giuliano, che furono di Ignazio Suriano, e la metà delle terre di Giambiglione, che appartenevano a Domenico Suriano.
Interviene Antonio Suriano che riesce a recuperarne solo una parte.
Ai primi di marzo 1673 Giacinto Suriano è incarcerato su denuncia di alcuni servi di Gio. Pietro Presterà. La reazione dei seguaci dei Suriano è immediata.
Alcuni dei loro creati, armati di spada, aggrediscono gli accusatori. Giulio Froil, uno dei servi che abita nelle case dei Presterà, è gravemente ferito e su consiglio del suo padrone presenta querela criminale.
Frattanto Giacinto è aiutato dalla suocera Beatrice Della Motta Villegas che nei primi giorni di aprile 1673 dona al nipote minorenne Cesare, primogenito di Giacinto, un palazzo o casamento con cortile, puzzora ed orticello, situato in parrocchia di Santa Vennera, pervenutole dal defunto marito Detio Suriano.
Il 15 agosto 1673 venivano rinnovate le nuove cariche dell'università.
Furono eletti: Mastrogiurato Gio. Paolo Pipino, sindaco dei nobili, Fabrizio Suriano, eletti dei nobili Gerolimo Syllano, Carlo Berlingieri e Antonio Pelusio, sindaco del popolo Antonio Varano ed eletti del popolo furono Vincenzo di Garretto, Leonardo Basoino e Muzio Scavello.
Alla fine del luglio 1674 gli avvenimenti precipitano. I sindaci della città denunciano Fra Francesco Suriano per evasione fiscale. Dal castello il castellano Don Pietro Peniglia invia alcuni soldati spagnoli che catturano un massaro ed un garzone del cavaliere, che stavano lavorando fuori le mura della città nell'aia presso la chiesa della Annunziata. Si sparge la notizia e ben presto sopraggiungono Giacinto e Alessandro Suriano ben armati e "con altri delinquenti in loro comitiva". I Suriano riescono a liberare i prigionieri ma avviene un violento scontro armato con sparo di molti colpi di archibugio che causano morti e feriti. Giacinto Suriano, ferito gravemente, riesce a rifugiarsi nel vicino monastero di Gesù Maria dei frati paolotti.
Il 4 agosto in una camera fuori la loggetta del monastero, ormai prossimo alla morte, in presenza del giudice Stefano Squillace, del fisico o medico Gio. Battista Capuccio, dei complici, i chierici Alessandro Suriano, Antonio Chirillo e Fabrizio Spina, e di Antonio e Francesco Suriano, Giacinto detta il suo testamento al notaio Nicola Sacco.
Dopo poco muore, raccomandando moglie e figli al fratello consanguineo Gerolimo, che da poco era subentrato nel posto di arcidiacono della chiesa di Crotone, rimasto vuoto per la promozione di Mutio Suriano alla carica di arcivescovo di Santa Severina, e allo zio Fra Francesco Suriano e lasciando numerosi debiti e la preghiera di essere seppellito nella cappella gentilizia, dedicata a Sant'Anna dei Suriano dentro alla chiesa del convento dei cappuccini, vestito "con un abito de capuccino vecchio assolutamente con quattro torci senza lume et senza giraletto et facendosi il contrario detti heredi siano obligati pagare per una volta tantum docati mille all'animi del Purgatorio".

 

Con la ritrattazione ritorna la "normalità"

Pochi giorni dopo, il 15 agosto, venivano eletti il mastrogiurato, i nuovi sindaci e gli eletti dei nobili e degli honorati.
Con "giubilo universale" andavano a ricoprire le cariche Gio Paolo Pipino, sindaco dei nobili, Pelio Petrolillo sindaco degli honorati o del popolo, Felice Berlingieri mastrogiurato, Stefano de Labruti, Diego Suriano e Orazio Presterà eletti dei nobili, Carlo Scarnera, Carlo Scavello e Fabrizio Manfredi eletti degli honorati. Poco dopo Domenico Pipino sostituiva Gio. Paolo Pipino.
Nei primi giorni del nuovo anno 1675 , scomparsi i protagonisti principali, in gravi difficoltà economiche la casata dei Suriano, vengono ritrattate le accuse contro il conte.
Alla presenza del capitano di cavalli D. Bartolomeo de Silva, cavaliere di Alcantara, governatore della città, e del regio giudice, Henrico Guglielmini, sfilano davanti al notaio Antonio Varano i superstiti: Il capitano Domenico Barricellis, Gio. Pietro Presterà, il chierico Giuseppe Suriano, figlio ed erede di Antonio, Gio. Gallucci, Giuseppe Gerace e in rappresentanza dell'università il sindaco dei nobili Domenico Pipino, il sindaco del popolo Pelio Petrolillo, e alcuni eletti. Essi negano che il conte abbia soggiornato a spese dell'università , estorto denaro e usato violenza nei loro confronti e affermano che ognuno in città ha lodato e loda con quanta puntualità, limpidezza, dottrina e buon zelo il conte ha governato questa provincia. Attestano che le accuse mosse dal sindaco Giacinto Suriano furono malamente esagerate e fatte a loro insaputa e contro la loro volontà, ad istigazione di qualche malevolo di detto conte, e non che erano vere anzi dichiarano che per tutto il tempo che si trattenne il preside con la sua famiglia in Cotrone egli si comportò "per un ministro galantissimo de Re di tutta puntualità, limpiezza e buon zelo che ne restò questa città molto sodisfatta".
Tra i discendenti della casata di Gio. Dionisio Suriano sopravvivevano solamente i fratelli Antonio, Domenico e Annibale Suriano, figli di Domenico e di Anna Suriano ed i figli di Giacinto ,Cesare e Dezio.
Tra i discendenti di Jo Petro Suriano rimanevano Mutio, arcivescovo di Santa Severina, ed i figli di Antonio, Io. Petro, Pietro e Giuseppe e tra quelli di Detio Suriano il solo Francesco o Ciccio, unico figlio di Antonio.