Giovedì, 09 Luglio 2020

CULTURA KROTONESE

Repubblica di Crotone 1799: i martiri di Crotone e l'albero della Libertà

Posted On Mercoledì, 11 Febbraio 2015 20:52 Scritto da
Repubblica di Crotone 1799: la fucilazione dei martiri crotonesi in un disegno di Antonio Sfortuniano Repubblica di Crotone 1799: la fucilazione dei martiri crotonesi in un disegno di Antonio Sfortuniano

Per la causa diedero la vita: Antonio Francesco Lucifero, Giuseppe Ducarne, Bartolomeo Villaroja e Giuseppe Suriano fucilati sulla spianata del Castello Carlo V

Nel 1799, sulle duemila città e terre che componevano il regno delle due Sicilie, Crotone era una delle quarantacinque città regie o demaniali. Tale status, pur con qualche ritorno alla feudalità, risaliva al 1446 quando l'ultimo feudatario Antonio Centelles Junior era stato preso dai Turchi e i cittadini di Crotone, con supplica all'ora re di Napoli Ferrante I di Aragona, avevano ottenuto che la città e i suoi casali "Crepacuore" e la "Terra di Isola" fossero tenuti perpetuamente in demanio. D'altronde, come osserva il Galasso, Crotone "è demaniale per ragioni tutt'altro che difficili da comprendere, se si pensa all'inestimabile valore strategico del suo porto e delle sue fortezze, e rimase poi per sempre tale nonostante che nel 1516 il Cattolico l'avesse legata per testamento al prediletto nipote Ferdinando. Il territorio di Crotone, circa diciottomila ettari e mezzo, era diviso, nel periodo in oggetto, in 645 proprietà che appartenevano a 238 titolari e fruttavano 24.954 ducati all'anno.
Nella nostra città vi era un governatore inviato annualmente dalla Corte e un tribunale che poteva emanare anche sentenze di morte. La provincia di riferimento era Catanzaro e lo era per l'intera Calabria Ulteriore, in essa risiedeva l'Udienza che a sua volta rispondeva al Sacro Consiglio e alla Vicaria di Napoli. Il porto di Crotone era ricostruito dopo il grave terremoto quello del 1744. L'abitato era corrispondente all'attuale centro storico, comprendeva tra l'altro il Duomo, la chiesa di San Giuseppe e di Santa Chiara ed era dominato dal castello costruito a scopo di difesa anti turchesca ne sedicesimo secolo per volere di don Pedro da Toledo. L'economia, agricola, si basava sulla produzione di grano, olio, agrumi, liquirizia, formaggi, I braccianti costituivano il cinquantasette per cento della popolazione.
Il Galanti in una sua relazione su un viaggio in Calabria scriveva: "l'intera zona è malarica e squallidissima: mancano le arti, la manifattura e perfino le osterie; tutto è rozzezza avvilimento, imperfezione. La mendicità è generale e da per tutto mancano i vantaggi della vita sociale. La contrada posta sullo Ionio è un vero deserto. Io ho trovato abbandono e solitudine dove furono Crotone e Caulonia". Il Galante è tanto più meravigliato di Crotone perché tutto il '600 e il '700 era stato ancora vivo il mito di una regione, la Calabria appunto, vagheggiava, come indica l'etimo come: "terra bella".

Nel 1649 per esempio, Nola Molise, tracciando la storia di Crotone aveva scritto "tutta questa regione è un paese felice, non ha stagni né luogo che produchi mal aere, ma tutto il paese è libero... conferme hanno detto tanti autori... per lo che è necessario concludere che questa Magna Grecia anzi tutta la Calabria sia la migliore regione non solo di tutta l'Italia anzi del mondo, è come un'altra India. Nel 1783 vi fu in Calabria un drammatico terremoto (30000 vittime) e per procedere a un riordino sociale ed economico la giunta di Catanzaro, in esecuzione di un dispaccio reale del 15 Maggio 1784 istituiva" la Cassa sacra" che aboliva gli ordini religiosi, sequestrava i beni della chiesa e li metteva in vendita. La decisione regia, oltre che rispondere all'esigenza contingente di far fronte alle spese del terremoto, si inquadrava nel clima anticlericale illuministico - riformista, cui il re come altri sovrani d'Europa, non era completamente sordo. L'entità del patrimonio ecclesiastico, indicato con enfasi dai riformisti del periodo (dal Grimaldi al Filangeri, Galanti) nella misura dei due terzi dell'intera regione oscillava più credibilmente intorno al quindici per cento nella Calabria ulteriore e era pari a cinquantamila partite di censi. Solo il ventitré per cento della quantità disponibile fu acquistata (questo ultimo dato è tratto da uno studio di Augusto Placanica) prevalentemente da baroni e borghesi. "L'obbiettivo di una effettiva redistribuzione della proprietà fondiaria con l'ammissione di nuove famiglie nulla tenenti nel novero dei proprietari si potè considerare fallito", come sottolinea lo stesso Placanica; d'altra parte quel sessantasette per cento non venduto di terra la dice lunga circa le effettive disponibilità economiche dell'aristocrazia e della borghesia dell'epoca, la prima soprattutto assai indebitata anche per una serie di liti e spese di tribunale recenti e pregresse.
A Crotone i convenienti aboliti furono quelli delle clarisse, dei Paolotti, dei Conventuali, degli Osservanti, dei Cappuccini. I beni della Manomorta furono acquistati all'asta a prezzi assai convenienti. Per avere contezza dell'affermazione si esamini per esempio il prezzo di località Lampanario grande (268 tomolate) acquistata da Giuseppe Maria Lucifero a 2512,50 ducati pagabili in quattro rate e si confronti col prezzo di una coppia di buoi che era di settanta ducati o di un cavallo che si vendeva a trentacinque ducati. I prezzi non alti però erano assolutamente proibitivi per quel 57% di braccianti i quali venuti su con granone e ghiande, arrivarono a prostituire le figlie (vedi Catasto Onciario di Crotone) o a farsi briganti. Il commercio, soprattutto del grano e dell'olio, quello della seta era in crisi, era favorito dal porto, luogo di approdi di velieri prevalentemente napoletani e siciliani mentre limitati, proibitivi e pericolosi erano i commerci via terra (45 giorni di viaggio da Napoli a Crotone, troviamo in un documento dell'archivio Lucifero). Rare ed effimere erano le industrie, le manifatture e le iniziative in genere, quella delle scarpe, della calce, dell'acqua fresca (archivio notaio Caruso). La borghesia emulava la classe nobiliare, comprava anch'essa, quando poteva, come abbiamo visto, proprietà fondiarie ed aspirava ad uno stile di vita "more nobilium", sfruttando al massimo il bracciantato e i contadini attraverso affitti, usure, occupazioni di terre comuni, lontana dallo sperimentare nuove organizzazioni produttive. Il terreno demaniale si restringeva sempre di più impedendo ai cittadini gli antichi diritti di tagliare, pascere, pernottare, ghiandare, acquare, abbeverare il bestiame. I sacerdoti non erano da meno, non avevano alcun obbligo fiscale, percepivano rendite assai decorose di cui solo una piccola parte e non sempre era destinata a qualche opera educativa e benefica (scuole, Monte dei maritaggi).
La città di Crotone aveva il suo Sedile dei nobili, detto di San Dionigi, in piazza Duomo. Ad esso erano ascritte le famiglie patrizie ai cui membri, solo, spettavano gli uffici pubblici. Le famiglie ascritte al seggio nel'1777 erano ventinove, (archivio Sculco) non poche se si considera che la città aveva in tutto 454 fuochi, meno di 5000 persone, avevano una loro Congregazione, quella della beata vergine dei sette dolori e un convento di riferimento, quello di San Francesco D'assisi, cui pagavano un canone annuo. La nobiltà locale si serviva degli organi amministrativi per il suo particulare, ambitissima e motivo di grandi contrasti, non sempre urbani, era la carica di sindaco che consentiva il controllo dei beni dell'Università e dei pesi fiscali. Molti borghesi si nobilitavano attraverso l'attività forense, per esempio, e costituivano i "nobili ex privilegio", si arricchivano attraverso le attività di farmacisti, notai, fisici, negozianti e possidenti diventando anche intolleranti nei confronti di coloro che svolgevano attività manuali come ricorda il Faraglia in "Il comune dell'Italia meridionale" (Napoli 1883) che osserva pure come i borghesi si ponessero "contro gli stessi orientamenti governativi che proprio alla fine del settecento riconoscevano diritti amministrativi alla rappresentanza dei coltivatori e degli artigiani". I borghesi, afferma il Villari, "perché nati e cresciuti alle ombre del feudo non sapranno diventare classe egemone". Si potrebbe forse paradossalmente affermare che il terremoto dell'83 e la conseguente istituzione della Cassa Sacra abbiano portato come conseguenza anche l'arrivo di idee riformistiche e innovatrici sia per la venuta in Calabria di vari economisti, studiosi, e scienziati del fenomeno tellurico sia per l'arrivo di funzionari napoletani come il Baffi e il De Filippis incaricati di vendere i beni della chiesa e in ispecie quella regolare e di procedere alla dismissione degli ordini monastici.
Molti figli della borghesia e della nobiltà, inoltre, studiavano a Napoli dove rimanevano suggestionati dallo spirito illuministico dagli intellettuali della capitale e da lettere "libertine" (Cingari) mentre il clero era conservatore e polemico con quelle che definiva le eresie del secolo (Sulla composizione del clero è possibile leggerne prenderne visione presso l'archivio di stato di Cz. N° inv.2325). ma non mancavano anche in quella componente qualche figura diciamo alternativa come il frate Ludovico Ludovisi animatore della "Accademia Crotoniate", divenuta poi "Colonia dei Sinceri laureati dell'Arcadia reale", trasferito poi proprio in ragione delle sue idee dopo qualche mese a Salerno (siamo nel 1798).

Il discorso sulla circolazione delle idee infine va completato con loggia massonica. Nel 1790 Luigi De Medici, inviato in Calabria per un'inchiesta segnalava al primo ministro reale Acton l'esistenza di loggie massoniche a Tropea, Catanzaro, Crotone. Di quest'ultima vi è notizia anche in una lettera del cardinale Ruffo spedita allo stesso Acton da Pizzo in cui si legge che "i posti importanti del regno hanno sempre una loggia, quella di Crotone la seppi ieri l'altro, ma per farci", nella stessa il cardinale afferma che avrebbe volentieri fatto arrestare l'Ierocades, massone perseguitato per le sue idee e comportamenti nel regno di Napoli e a Marsiglia che, per opera sua, diviene il centro, prima massonico, poi giacobino, cui guardano i patrioti napoletani.
Quando la monarchia napoletana infatti arrestò il moto di riforma, ruppe il rapporto con l'elemento progressista che pure le aveva ispirato non poche riforme e questo diventò giacobino e continuò a procabandare le sue idee nei grandi e piccoli centri anche della Calabria (Simoni, Origini del risorgimento). Fin qui ho cercato di delineare sia pure per grandi linee le coordinate economiche, sociali e culturali e gli eventi storici più salienti e più a quell'99.
Cercherò ora di raccontare l'evento e quindi di svolgere qualche annotazione. Il due marzo 1799 il vescovo di Crotone mons. Rocco Coiro scrisse cinque lettere dello stesso tenore indirizzate al collega di Nola al suo segretario don Romanelli, al fratello, ad un certo Serrao di Napoli e ad un certo Adamo pure di Napoli; in esse il prelato informe della presenza di un veliero francese i cui ufficiali e marinai parlano con grande libertà della Repubblica, fra costoro il capitano Giuseppe Ducarne e il comandante Diego Spanò. Ancora alla vigilia del 99 il De Medici segnalava la presenza di soldati indisciplinati, di sbirri peggiori degli assassini nonché una certa disestima "disestima per la somma potestà". E pure la chiamata alle armi del 98 era stata rispettata. Nel novembre di quello stesso anno un bastimento battente bandiera toscana (Cingari) o francese (Lucifero), di ritorno da Abuchir, si era ancorato nel porto con venti marinai (trentanove secondo Cingari), capitanati da don Carlo Feuillant di Orbetello. Costoro minacciati di contumacia, furono ospitati dopo alcune settimane da don Carlo Ventura e dal barone Olivieri e insieme decisero, forse anche in virtù della voce che si era sparsa dell'occupazione di Napoli ad opera dei francesi e dalla fuga del Borbone alla volta di Palermo, l'insurrezione della nostra città per il tre di febbraio. Nella notte di quel giorno i giacobini (mi piace chiamarli così) liberarono i prigionieri tra cui il comandante don G. Ducarne di Licata, che aveva parcepitato alla cungiura del Logoteta il quale fu eletto comandante del castello. Riuniti poi i nostri nell'argo di san Francesco decisero che le truppe si chiamassero militi della Repubblica e si affidasse loro, insieme ai soldati francesi, la custodia del forte, la guardia del Bagno Penale e la vigilanza sopra ogni servizio della città; convennero pure che si riconoscesse la Repubblica napoletana di recente proclamata nella capitale "mandando un saluto si gratitudine al generale Championnet e alle sue schiere vincitrici apportatrici ovunque nell'antico regno di Napoli, libertà, uguaglianza, fraternità ed un applauso ed un evviva erompenti sinceramente dal cuore di quel manipolo di eroi rappresentanti le vittrici schiere in Crotone". Quindi il vescovo Coiro fu invitato a cantare il "Te Deum" cosa che gli rimandò al giorno dopo quando impaurito un discorso del suo solito tenore. Ma chi erano i congiurati,a quale ceto appartenevano? Erano borghesi il giudice don Francesco Volpe, il notaio Pittò il fabbro Domenico Cerrelli, Domenico Asturi, lo Spanò, Villaroja, numerosi gli aristocratici tra cui il marchese Lucifero, il cav. Suriano, il cav. Sculco, il comandante Ducarne e parecchi anche i preti, fra cui don Gaetano Lucifero, don Antonio Scarriglia, don Michele Suriano. Il popolo minuto, lontano dalle idee illuministiche, partecipa a quelle giornate con l'entusiasmo suscitato dalle speranze e dalle promesse di ottenere qualche beneficio materiale e, allettato da quelle, applaude sinceramente al nuovo sindaco Villaroja, capo del ceto medio e alla nuova amministrazione che al suono delle campane viene eletta nel largo San Francesco il sei febbraio. La giunta è composta da don Giuseppe Suriano, dai borghesi Antonio Scarriglia, Girolamo Asturi, Luigi Demeo, Domenico Cerrelli e sarà integrata poi il diciotto dello stesso mese dal marchese Francesco Saverio Lucifero e da don Francesco Zurlo. L'undici febbraio intanto si inaugura l'albero della libertà progettato dall'architetto Capocchiani e il vescovo, sia pure riluttante, lo benedice solennemente. Il popolo esulta, foraggiato da orzo, grano e pane e dalla promessa dell'abolizione di qualche peso fiscale.
La vita della giovane municipalità repubblicana procedeva fra l'entusiasmo (si pensi che il sindaco Villaroja giunse a chiamare il figlio Libertino) e l'abbattimento derivante dalle ristrettezze erariali (il segretario comunale Oliva aveva messo a disposizione solo mille ducate), nell'attesa dell'arrivo di aiuti militari in grado di sottomettere le frange filo - borboniche tra le quali quella dei Farina, dei De Majda, dei Morelli. Ma gli aiuti non giungevano e intanto il Borbone sulla spinta degli alleati inglesi, turchi, russi, decideva una controffensiva anti francese e incaricava il cardinale Fabrizio Ruffo di portarsi nelle Calabrie e riconquistare i territori democratizzati. L'esercito del cardinale, uomo assai focoso ed energico, di nobile origine calabrese, che ricorda nelle descrizione degli agiografi il Giulio II° del Machiavelli, era formato da personale inizialmente improvvisato cui via si aggiungono personaggi di un certo spessore militare tra cui i crotonesi don Ferrante Milelli e don Giuseppe Spinelli.
Il contingente aumentava via via che i successi arrivavano grazie al prestigio e alla notorietà del Ruffo, al richiamo di grandi bottini e alla strumentalizzazione della croce. Le truppe infatti erano state dallo stesso cardinale battezzate della santa Fede, da cui il nome di Sanfedisti data dei componenti. "E' evidente - osserva Caldora - che la denominazione aveva uno scopo solo psicologico e, diremo, demagogico, adeguato del resto al fanatismo ed alla superstizione delle classi popolari. Non poteva certo qualificarsi "armata" una accozzaglia irregolarissima di disertori dell'esercito, carcerati, sacerdoti, "galantuomini" e neppure "cristiana" una siffatta turba seguita da carri carichi di donne di piacere o composta di gente che all'ombra di bandiere con la croce, fumava nelle pipe le ostie consacrate e che si abbandonava ad eccessi, violenze e malefatte di ogni genere, tutt'altro che cristiane". Ma il cardinale non aveva solo il carisma e la forza necessaria per aggregare il popolo, si mostrava abile nell'eliminare alcuni balzelli come quelli degli odiatissimi annotatori e dei soprabilancieri, emanava l'editto di perdono nei confronti dei pentiti e intanto chiedeva rinforzi militari per attaccare Crotone alla quale voleva infliggere una sconfitta esemplare. In una lettera al ministro Acton scriveva che era opportuno mandare nella nostra città "una fregata con un mortaro e distruggerla assolutamente per mettere a freno quella parte....." e qualche giorno dopo l'umiliazione di Catanzaro affermava che "il rigore poteva produrre la rese di Crotone" ma poi più tardi scrive che Crotone "teneva fermo tuttavia".

Il sedici marzo giunse a Crotone il capitano Dardano, fervente borbonico di Marcedusa, che tentò di convincere la città alla resa ma la municipalità locale rispondeva picche e il Dardano, incontratosi con i realisti locali Micilotti, Farina, Fragala e Oliva ordirono un complotto e tentarono di abbattere l'albero della libertà. Nella notte fra il diciassette e il diciotto le truppe sanfediste giungevano nel territorio di Crotone, i repubblicani tenevano un consiglio di guerra e nella notte successiva uscivano dalla città guidati dal comandante Ducarne. Giunti sul piano Bernabò si divisero in piccoli gruppi tentando di circondare i nemici e, mentre dal castello partiva un leggero cannoneggiamento, furono assaliti e messi in fuga dai Sanfelisti guidati dal catanzarese Panzanera sulla cui identità gli storici non concordano (si tratterebbe secondo Armando Lucifero di Marincola). Intanto giungevano da Cutro i comandanti Perez e Raimondi, seguiti da soldati e gente qualunque, che dopo un breve scontro entrarono nella città che saccheggiarono, devastarono e spogliarono barbaramente. Qualche giorno dopo con un giudizio sommario, un tribunale di guerra nominato dal Cardinale e presieduto da Don Angelo da Fiore di Conflenti, giudicava sommariamente e condannava a morte per il delitto di lesa Maestà il Capitero Ducarne, il cav. Giuseppe Suriano il Barone Francesco Antonio Lucifero Villaroja e condannava a pene severe da scontarsi in varie carceri da Favigliana a Lipari e a confische inaudite altri diciotto imputati. Il vescovo Coiro venne pubblicamente schiaffeggiato, per avere benedetto l'albero, dal cardinale che "con edificante pompa-si legge in Petromasi-di porpora vestito, tra le lacrime di tenerezza della gente devota piantò con le proprie mani la Croce ove era sito l'albero superstizioso della chimerica libertà". I quattro condannati a morte vennero uccisi il tre aprile sulla spianta del castello mentre il cardinale partiva alla volta di Rossano per procedere ad analoga umiliazione della città.
Sullo scenario della Crotone di fine diciottesimo secolo abbiamo visto muoversi una società che, per quanto numericamente esigua (circa quattromila anime), territorialmente isolata, economicamente arretrata, con un gene della rissosità orizzontalmente diffuso (si ricordi la litigiosità dei benestanti da cui l'arricchimento dei togati ma anche la rozzezza e quasi la bestialità del popolo al seguito del cardinale), era animata di converso al suo interno da una vivacità intellettuale inaspettata e da un abitudine alla riflessione filosofica favorita proprio come afferma il Galasso dalla natura dei luoghi, lontani come erano, per esempio nel periodo da noi preso in esame, dal fasto e dai rumori della corte e dalla vuotaggine dei salotti buoni). Anche il mondo eclesiastico presentava al suo interno una variegazione di personaggi che ci sorprende (accanto all'iniavo vescovo Coiro nella vicina Cutro troviamo ed è tra i condannati a morte del cardinale un abate massone e giacobino di nome Gregorio Arachi di Stalettì così come ci aveva sorpreso qualche minuto fa quell'altro ecclesiastico Ludovico Ludovisi). I giacobini Crotonesi e meridionali, se è vero come afferma il Cuoco che parlavano un linguaggio astratto e oscuro al popolo, anche nella forma osservava la Pimental quando nel "monitore napoletano" invitava i pubblicisti ad usare addirittura il dialetto napoletano per farsi capire da lui, hanno compiuto in quegli anni, come la recente storiografia asserisce, un immane sforzo di penetrazione nella realtà del paese e sicuramente hanno dato un contributo non secondario alla storia d'Italia. Ma il popolo oltre che il linguaggio, dei giacobini non capiva le ragioni, "Non voglio repubbliche, quando dobbiamo pagare come prima" diceva un contadino di Cirò e Croce ricorda la strofetta "chi tena pane e vino, ha da esse giacobbino".
Nella Mustacchio