Giovedì, 09 Luglio 2020

CULTURA KROTONESE

Ricercando nel Marchesato ... Riti pasquali fra Storia e tradizioni

Posted On Sabato, 21 Febbraio 2015 15:02 Scritto da
Melissa Melissa

La tradizione delle Palme a Savelli che non si ritrova in nessuno dei paesi vicini e nemmeno nei trattati di demologia, nei tempi passati, sino al 1930/40, aveva una eccezionale partecipazione popolare 

Com'è noto nel ciclo dell'anno si rinnovano nei nostri paesi particolari tradizioni popolari, osservabili, di solito per piccole aree geografiche (Sila, Marina, Val di Neto ecc.) e per singoli gruppi etnici (ad esempio, paesi greco-albanesi), e per singolari motivi di carattere storico, sociale, umano, climatico.
Fra questi ricordiamo la originale tradizione delle Palme a Savelli che non si ritrova in nessuno dei paesi vicini e nemmeno nei trattati di demologia. Infatti nei tempi passati, sino al 1930/40, la festività delle Palme oltre ad avere una eccezionale partecipazione popolare locale, richiamava a Savelli buona parte dei concittadini residenti nei paesi vicini (ed anche lontani) o nelle campagne che avevano colonizzato come Vigne di Verzino, Campo delle Valvole (Campana), Perticaro (Umbriatico), Montagne (Pallagorio), Piano di Guerra (Campagna) che rientravano a Savelli portando voluminosi fasci di rami di olivo, di alloro, di rosmarino ai quali si univano da parte dei locali, alberelli di abete ornati di arance e di fazzoletti di seta catanzarese vivacemente coloriti, oggi scomparsi.
La cerimonia della benedizione delle Palme avveniva nella Chiesa Parrocchiale e di là partiva la processione, dopo la benedizione delle Palme, per raggiungere il Calvario, attraversando la via principale dell'abitato e rientrare quindi in chiesa per completare la funzione con la celebrazione della Messa; essendo allora Calvario sul Timpone del Rinacchio (che in seguito ha assunto il nome toponomastica di Calvario Vecchio) il ritorno in Chiesa avveniva per il Rinacchio e quindi per Via Roma.
Ma qui avveniva la particolare tradizione. "Il popolo", giunto al bivio del Cimitero, ossia davanti l'inizio del fabbricato dell'attuale Edificio scolastico che allora non esisteva, lasciava la processione un rametto di olivo sulle tombe dei propri cari, alla quali oggi si aggiungono anche i fiori per vivificare il ricordo dei defunti.
così facendo il Celebrante restava quasi solo ed accompagnato da pochi e ragionevoli fedeli tornava in Chiesa. Perché tutto questo?
Vi è da ricordare che estendendosi il paese per l'accresciuta popolazione (dopo l'Unità d'Italia e prima dell'inizio dell'emigrazione) fu necessario trasferire il "Calvario Vecchio" di fronte la Cupoletta dei Santi Pietro e Paolo, sul prato dove è sorta la Scuola Materna "Chiara Anania" e lì rimase sino a circa 30 anni or sono, per trasferirlo nei pressi del Cimitero. Secondo punto da ricordare: i morti solitamente venivano sepolti nelle chiese, ma col colera del 1867 furono tanti che fu necessario improvvisare un cimitero all'aperto nei piani di Santa Lucia, territorio oggi occupato dagli edifici scolastici e dal Campo Sportivo. In seguito, una delle prime opere del Governo Unitario, il Cimitero fu costruito a Nord del "provvisori, sul pendio che scende verso la Manche, per motivi igienici.
Terzo punto, per noi il più importante e di grande valore storico, sociale, umano, religioso: il 27 Marzo 1638, vigilia della Domenica delle Palme, sul far della sera, una tremendo terremoto devastò l'area geografica dei Casali di Cosenza: danni immensi per la distruzione dei raccolti ormai prossimi; crollo di interi abitati; centinaia di morti; i comuni più colpiti Carpanzano e Scigliano; da questi paesi gruppi di superstiti varcarono la Sila e raggiunsero Umbriatico, Venuti in lite con i locali i poveri profughi furono costretti a continuare il triste viaggio.
Un gruppo scese verso il mare e camminando lungo la costa si fermò al fiume Arso, nella proprietà del Barone don Teodoro Mandatoriccio, il quale accogliendo le loro preghiere li mandò a coltivare la sommità della collina dove presero dimora fondando la borgata che in onore di don Teodoro, prese il nome di Mandatoriccio.
Il secondo gruppo scese a Verzino dove i fattori del Feudo, commossi dalle loro disgrazie, concessero di coltivare il terreno di Scalzaporri, di circa 300 tomolate, dove sorse il "Casale", appartenente all'Università di Verzino, che prese il nome di Savelli in onore della Feudataria Carlotta Savelli moglie di Scipione Spinelli Principe di Cariati.
I nostri antenati che per un secondo terremoto avvenuto il 9 Giugno, nella settimana del Corpus Domini, erano stati raggiunti da altri profughi, provenienti da Scigliano, non dimenticarono la Patria lontana e resta molto credibile l'ipotesi che non potendovi tornare il Sabato delle Palme di ogni anno, per piangere sulle loro tombe, li ricordassero nella nuova Patria in un modo molto degno; ornando con la Palma vendetta le tombe dei morti vicini sepolti nei Piani di Santa Lucia, un rito gentile, devoto, affettuoso, in ricordo di quanti erano periti nei terremoti dei due paesi. E questo rito si è rinnovato e si rinnova ogni anno nel nostro paese per ricordare i morti recenti e quelli ormai lontani (sono passati circa 360 anni) ed anche coloro che sono morti all'Estero nella emigrazione, per i quali esistono le relative epigrafi e addirittura delle tombe vuote. Sono tradizioni particolari che riguardano, concludendo, la religione della morte, che come affermano gli antropologi è al religione dei poveri.
Le tradizioni delle Palme non si fermano però a questo rito: vale la pena ricordare che le nostre palme sono costituite generalmente da ramoscelli di olivo, di avete, di alloro, di rosmarino, da qualche anno anche di mimose. Ognuna ha un propria simbologia: l'olivo la pace; l'alloro la gloria; l'abete il legno della Croce di Cristo; il rosmarino, intensamente odoroso appena fiorito, gli aromi di cui fu cosparso il corpo di Nostro Signore.
Nell'uso, ma questo succede un po' in tutti i paesi con la palma di olivo si ornano le porte di casa, delle case coloniche, il letto; un rametto viene anche infilzato nel prosciutto... perché si conservi a lungo; altri rametti infine vengono collocati e legati ai pali delle coltivazioni agricole perché siano riguardate dai danni atmosferici e i frutti siano abbondanti.
Una particolare attenzione meritano le palme di bambini. a Marzo in montagna non vi sono fiori; le madrine preparano per i figliocci delle palme di fiori di carta "velina" colorata e per non essere solo un palme decorativa viene caricata di caramelle, di confetti, di cioccolatini, ai quali oggi si consocia anche l'uovo di "Pasqua".
Ricordiamo, infine, anche perché altra gentile tradizione, tra fiori di plastica e fiori "del fioraio" non vada perduta: "I lavurelli". Questo termine deriva dal latino labor, nel dialetto "Lavure", acquista il significato "seminato", (campo coltivato a cereali); il diminutivo "lavurellu" significherà, quindi, piccolo seminato.
Infatti è costituito da semi di ceci, lenticchie, fagioli, grano, orzo, avena, seminati in un piatto il giorno delle Ceneri e cresciuti al buio, sotto una cesta coperta con un panno, nel soffitto, durante il periodo quaresimale.
I "lavurelli" servono per adornare il Santo Sepolcro che viene preparato in chiesa, la sera del Giovedì Santo.
Questi steli, cresciuti senza vedere la luce, alti 10 - 12 cm, appaiono sfumati di un giallo tenero, molto delicati ed esili, tanto che per tenerli ritti vengono fasciati con un largo nastro.
costituiscono l'elemento floreale del Sepolcro; è da pensare che per mancanza di fiore, nel nostro paese a Pasqua è ancora inverno, i nostri antenati ricorsero a questo espediente per onorare degnamente Gesù nella tomba.
Quando il Sepolcro viene disfatto, gli steli passati per qualche giorno del buio alla luce, si rinvigoriscono assumendo più intensi coloro di giallo, di rosa, di verde.
A parte le considerazione di ordine pratico a cui abbiamo accennato possiamo rilevare che i "lavurelli" rappresentano un po' tutto il ciclo quaresimale - pasquale.
Cresciuti al buio durante la Quaresima, esposti alla luce acquistano forza e colore: le piccole piante "risorgono" con Cristo che risorge dal buoi del Sepolcro.
Giovambattista Maone