Giovedì, 09 Luglio 2020

CULTURA KROTONESE

Storie di briganti contadini e baroni nel 1848

Posted On Sabato, 21 Febbraio 2015 13:25 Scritto da
Briganti Briganti

I paesi interessati sono: Cerenzia, Savelli, Umbriatico, Rocca di Neto, Roccabernarda, Verzino, San Giovanni in Fiore

Durante  un'imboscata 5 briganti furono catturati, uccisi e decapitati. Le teste furono esposte in una gabbia di ferro, appesa alle mura del vecchio Monastero dei Certosini... "La macabra visione di queste teste durò qualche mese. Era orribile, dicevano i nostri vecchi: quegli occhi rimasti aperti e vitrei nella fissità della morte, sembrava che guardassero, con truce espressione di odio, il sottostante paese che avevano tanto disturbato e afflitto. Si videro man mano disfare nella putredine e nel brulichio di vermi, e i bianchi teschi, dalle cave occhiaie, furono levati dopo qualche tempo e buttai nei dirupi di quei pressi". Il loro capo, Nicola Renda e i rimanenti briganti furono giustiziati a Crotone.
"Le Calabrie si protestano, o Sire: o modificazioni allo Statuto Costituzionale o le Calabrie si reggeranno da sole".
Lettera dei Calabresi, Foglio volante del 12 maggio 1847, in G. Guerrieri. La rivoluzione calabrese del 1848 nella stampa napoletana, in Atti del 2° Congresso Storico Calabrese, op. cit., p. 171.

1848: Assalto alle terre
Nel campo politico, i nostri che erano rimasti indifferenti allo sbarco dei Fratelli Bandiera e gli avvenimenti conseguenti, non manifestano indifferenza per i moti del 1848, intesi non in senso politico – nazionale, ma in senso economico – sociale, poiché era sempre vivo il problema delle terre ed i movimenti rivoluzionari furono considerati una occasione favorevole per continuare le occupazioni arbitrarie iniziate nel 1806 (Documenti D.).
Nel 1848 a San Demetrio Corone, ad Amendolara, a Lago, a Rogliano, a Soveria Mannelli, a Decollatura, a Carlopoli, a Castagna, a San Mango, a Taverna, a Magisano, a Roccabernarda, a Rocca Ferdinandea ed in altri numerosi comuni calabresi i moti rivoluzionari sfociarono in occupazioni di terre baronali, ecclesiastiche e demaniali".
Per non allontanarci molto dal nostro compito riportiamo soltanto i fatti accaduti nella nostra zona e precisamente a Campana e San Giovanni in Fiore, comuni della provincia di Cosenza limitrofi al nostro, e a Crotone, allora capoluogo del Distretto.
In un rapporto dell'Intendente di Cosenza del maggio 1848, al Ministero dell'Interno, leggiamo: "A suon di tamburo ed usando contro taluno anche violenze, riuniva il rivoltoso Sindaco di Campana, Nicola Ausilio, una quantità di popolo, nella maggior parte armato, e con bandiera spiegata occupava un fondo di tal Todaro. Espulso costui usurpavansi quel territorio, ove impiantata la bandiera, commettevano diversi guasti e danneggiamenti del valore di ducati 65".
"In Campana si nota il tentativo di liberalizzare il moto contadino: lo indica la bandiera tricolore, quella stessa bandiera con la quale il popolo di San Giovanni in Fiore andava entusiasticamente incontro al Commissario Barletta, che per ordine della autorità si recava in Sila a staccare la quarta parte delle difese, per darla in coltivazione ai contadini nullatenenti".
Scriveva il Commissario Barletta: "Lungo il cammino la folla ingrossava ed il numero dei miserabili era di migliaia. Più centinaia di donne con la bandiera tricolore si incontravano non lungi dall'abitato. Erano avvolte in laceri panni, erano l'immagine stessa della povertà. Tutti gridavano: Viva la Costituzione, Viva l'Italia, ma tutti dimandavano terre da coltivare e pane. Era il quadro doloroso cui la prepotenza e l'avarizia degli occupatori della Sila avevano ridotto i contadini che qui ascendono a dodicimila".
Il movimento contadino si sviluppava anche nel crotonese dove il latifondo era più diffuso; il malessere popolare giungeva a tal segno da obbligare i funzionari a prendere parte al moto, minacciando lo sterminio delle intere loro famiglie. Il Commissario Ripartitore Cosimo Assanti, invitato a Crotone dal Ministro Troya, il 29 aprile 1848, così scriveva al Ministro dell'Interno: "Lo spirito pubblico è esaltatissimo a cominciare dal Comune capoluogo e dispiacevolmente le tendenze hanno per iscopo il principio anarchico e del più strano consumismo. Colà non vi è rispetto verso le autorità municipali, giudiziarie, civili, militari. La causa motrice di siffatto ordine è l'esistenza di pochi agitatori, che incitano la popolazione a gridare abbasso a qualsiasi impiegato del Governo e ad impossessarsi con vie di fatto delle terre altrui, recandosi a numerosissimi stuoli nei campi per dividere e spartire le proprietà di cui i privati sono in pacifico e legale possesso da tempo immemorabile". L'Assanti riferisce ancora che nel suo viaggio veniva fermato da gruppi di numerosi contadini che si imponevano col numero per costringerlo a dare immediatamente disposizioni per la divisione delle terre per "autenticare le loro indiscrete criminose brame, volendo dividere le terre che avevano prefisso in mente, per satollare la loro insaziabile cupidigia, a danno dei provati".
Nello stesso anno, venivano condannati per attentati contro la sicurezza dello Stato don Clemente Botta, sacerdote di Pallagorio, di anni 34 a ventiquattro anni di "ferri", Giuseppe Campana di Zinga, ad anni diciassette, mentre venivano assolti Salvatore Mancini di anni 37, bracciante di San Giovanni in Fiore e Saverio Ammirati di anni 50, cretaiuolo di San Nicola dell'Alto. Il 14 maggio del 1851 Giosuè Rovito, di anni 30, bracciante di Cirò, accusato di avere infranto gli stemmi reali, veniva condannato a tre anni di carcere, mentre il farmacista Pietro Rovito, pure di Cirò, veniva condannato a sette mesi di prigione "per avere sollecitato i detenuti delle carceri di quel Comune a credere che in Napoli era stata proclamata la Repubblica".
Nel 1850 si ripetono anche alcuni moti cittadini, ma i moti, secondo l'Intendente di Cosenza, "lungi dall'avere una finalità politica, si inquadrano nei movimenti popolari di rivindida delle terre demaniali". Altri moti avvengono nel 1851 e nel 1853 mentre Ferdinando II è largo di grazie verso i colpevoli, amministrando centinaia di contadini perchè "l'esecuzione dei giudicati, in via giurisdizionale, avrebbe causato la rovina di centinaia di famiglie.
Negli anni successivi non accadono nella zona avvenimenti di rilievo: i Commissari Regi verificano le terre rivendicando al Demanio Regio le parti usurpate dai Baroni e concedono ai Comuni la quarta parte di esser perchè siano date ai contadini poveri. A Savelli, dopo ripetute proteste, la Corte Reale, nel 1855, dispone una verifica sul posto. Si tracciano i confini e delimitazioni, però, questa volta contro i contadini non agiscono solo i baro0ni e le leggi, ma anche le avversità atmosferiche. Una tremenda alluvione manda in rovina i lavori compiuti, devasta le campagne, fa crollare le case.
Passata questa nuova burrasca l'Intendente della Provincia, dopo continuate richieste da parte del Comune di Savelli, affida al Consigliere demaniale Felice Antonio Minervino, di San Pietro Apostolo, il compito di concludere la verifica.
Intanto mentre si tenta di calmare la tensione sociale per le eterna questione delle terre, che da tanti anni inutilmente si trascina, dopo un periodo di relativa calma, essendosi verificati gli ultimi "misfatti" nel 1850, nel mese di aprile 1855 due pregiudicati di Cerenzia, Rocco Caligiuri fu Donato e Donato Caligiuri fu Felice, probabilmente cugini fra loro, sono arrestati "per corrispondenza con una banda di malfattori che infesta i territori di Savelli, Caccuri e Cerenzia.
Il 14 gennaio 1857 don Luigi Maiorano, sacerdote di Umbriatico, accusato di discorso in luogo pubblico al fine di spargere il malcontento contro il Governo e di porto di arma proibita senza licenza, viene condannato dalla Gran Corte Criminale di Catanzaro a un anno di prigione. Il 12 agosto la stessa Corte condanna a dieci anni di reclusione Pasquale Fabiano, di anni 22, di Savelli, per furto qualificato e resistenza alle Guardie Urbane. A Verzino, il primo giugno del 1858 Antonio Fabiano, di anni 36, di Casino, uccide con un colpo di fucile il ricco proprietario verzinese don Giuseppe Maria Oriolo, già incontrato nelle nostre cronache, del quale era guardiano. La Gran Corte Criminale lo condannerà alla malleveria di cento ducati, a 25 anni di ferri, più successivi anni tre con l'allontanamento dal domicilio degli offesi, alla distanza non minore di 30 miglia!
Ancora nel 1858 tre giovani di Savelli Giovanni Rotundo di anni 28, Fortunato Caligiuri di anni 20 e Luigi Fabiano di anni 19, rei di furto qualificato e violenza pubblica in danno dei coniugi Natale Greco e Dezia Grande, anche di Savelli, sono condannati dalla Gran Corte a sette anni di ferri.
Il 28 maggio 1859 Pietro Scigliano di San Giovanni in Fiore è fermato a Casabona per "discorso pubblico", per spargere il malcontento contro il Governo (borbonico) nel Villaggio di Zinga.
Il 19 settembre 1859, una comitiva armata formata da Gentile Giuseppe, alias "Gonella", fu Matteo, contadino di Savelli, i possidenti Antonio Pontieri di Francesco, detto "Grillo"; Sabatino Pontieri di Francesco, detto "D'Annuzza" e Pietro Spina fu Pasquale.
Il decennio si chiude con molti atti di violenza, omicidi, sequestri di persone, ruberie che sono frutto più del persistente disagio sociale che di una istanza politica. Ma altri avvenimenti maturano, nel frattempo, all'orizzonte e con questi mutamenti anche il fenomeno delinquanziale, che abbiamo esaminato, tende ad assumere nuove forme e nuovi scopi.