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Sabato, 13 Agosto 2022

CULTURA E SPETTACOLI NEWS

La ''Crotone nera'' di Natale Calabretta si arricchisce di nuovi personaggi e storie

Posted On Mercoledì, 27 Luglio 2022 18:25 Scritto da Riceviamo e pubblichiamo

Natale G. Calabretta non è uno scrittore e, come tale, lui, neanche si propone. È lui che lo dice. Certo il fatto, però, che al suo primo romanzo “Crotone nera” si sia aggiunto “Crotone nera – Gli altri” non depone a favore di questa posizione… piuttosto rifugge e sfugge, Calabretta. Ma forse no. In vero, non c’è arte nella letteratura dell’ingegner Calabretta. Ma ecco perché.

Nei volumi della saga di “Crotone nera”, non si romanza proprio nulla: si fotografa la intima realtà del degrado crotonese restituendo particolari cupi e disgustosi l’origine intima di quel karma cupo da cui scaturisce il primato poco invidiabile della città ultima e tra le più corrotte d’Italia.
Calabretta, fa l’ingegnere, non ha tempo da perdere, le cose te le dice dirette, per quelle che sono, non ammorbidisce, non ti usa questa cortesia.
La prosa di Calabretta è parlata, è come se si parlasse senza troppe parole: nella vita di strada, quella vera, discorsi interi si fanno a gesti, a colpi di sopracciglio, a colli che si inarcano e sguardi.
I crotonesi sono gente parolaia che parla tanto a bocca aperta e a voce alta giusto per socializzare, per autocompiacersi senza dirsi nulla.
I crotonesi, “gli altri”, costretti a comunicate per sopravvivere parlano poco. Le parole stanno nei dialoghi di chi se la racconta, di chi si romanza l’esistenza. Ed infatti “Crotone nera” non è un romanzo.
L’affresco corale che “Crotone nera” da di Crotone è feroce e sincero, forse sofferto.
C’è voluto un ingegnere a dirci quello che storici e poeti non hanno osato, non hanno voluto, non hanno saputo ammettere: la Crotone di oggi è come descritta in “Crotone nera”: una città fantasma popolata da corpi.
Quei corpi sono ciò che resta del popolo crotonese: vegetali che succhiano disperati la terra inquinata e velenosa dove sono stati piantati.
Solo pochi illusi, forse meschini, continuano a proporre una idea di Crotone ormai cancellata dai millenni e che forse non è mai esistita come chi si inventa nobili natali per illudersi di non essere quello che da sempre e per sempre sarà condannato ad essere.
E così, in “Crotone nera”, in questa sistematica distruzione delle vane illusioni, anche Pitagora, in realtà, porta sfiga. L’ingegnere Calabretta, che non vuole fare sociologia, in “Crotone nera” lo dice chiaro: Crotone e i crotonesi sono gli ultimi in tutto, reietti della storia ormai da sempre, e se tutto questo è vero ci sarà un perché.
Il perché sta nel degrado morale a cui i crotonesi tendono istintivamente; il perché sta nella loro pigrizia d’animo, nella loro incapacità di reagire alla chiusura delle fabbriche che li ha visti per un secolo distratti da sé stessi perché ricchi di cose e case e quadri alle pareti delle case che avevano armadi colmi di vestiti e auto e moto parcheggiate nei cortili e altro, e altro ancora. Come non ci fosse mai fine.
La ricchezza distrae da sé stessi: ora le case decadono e si vendono a quatto soldi, le auto e le moto arrugginiscono abbandonate nei cortili condominiali. Ora bisogna fare i conti con sé stessi, con le proprie risorse di popolo, con le proprie capacità di gente.
Qua sta in punto di “Crotone nera”, la sua forza rivelatrice: la verità salvifica sta nel renderci conto di non valere granché. È questo è quanto. Sono i crotonesi la maglia nera d’Europa; nera come la pelle dei migranti di passaggio, per loro fortuna; nera come un vuoto un oblio, come un lutto della storia; nera come l’ombra di un corpo proiettata a terra dalla luce dei fuochi d’artificio che annunciano ai crotonesi che la droga è arrivata e che c’è ne per tutti; nera come la scoria tossica sotto gli asili; nera come “Crotone nera”.
In “Crotone nera” non c’è pathos: l’ingegnere è un razionale, non da giudizi, si limita ad osservare i ricchi e i poveri, le pance aggettanti e le bocche senza denti, le ingiustificabili ricchezze e la fame di pane.
In “Crotone nera” non c’è riscatto: i crotonesi sono crotonesi e non c’è classe sociale o culturale né agio che li possa salvare da sé stessi.
Nella crisi una comunità sana si da una guida, un ceto di responsabili, un manipolo di pensanti, che prenda decisioni, che indichi una strategia di sopravvivenza, ma a Crotone i crotonesi non hanno la materia prima per esprimere una classe dirigente coraggiosa che forzi la loro vocazione alla decadenza, alla autodistruzione: a Crotone, la nera, i crotonesi migliori sono pur sempre crotonesi.