Domenica, 27 Settembre 2020

CULTURA E SPETTACOLI NEWS

Caro Direttore,

sono Roberto Trevisi, ex assessore del comune di Crotone nella giunta comunale dell’anno 2001 del compianto professor Pasquale Senatore, ho voluto, in occasione dell’anniversario dell’unità d’Italia, scrivere un breve saggio per ricordare un grande uomo il dottor L. Pastro di Treviso, vissuto nell’ottocento che per l’amor di patria tanti patimenti soffrì per il bene dell’Italia riunita. Questo breve saggio vuole essere di monito al percorso di vita dei giovani di oggi, in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia, auspicando che da questa semplice lettura possano rinverdire il sentimento della patria e onorare la figura di un grande uomo, padre della patria, che ne fu l’interprete più autentico.

“RICORDI DI PRIGIONE”

Rovistando tra gli scaffali della mia libreria, mi capitò di fissare lo sguardo su un libricino la cui copertina di colore rosso sbiadito dal tempo, dal titolo: “Ricordi Di Prigione” a cura di Luigi Pastro “ 1851-1853”, edito da “Editrice Trevigiana Treviso 1966”, e sulla copertina nella parte centrale veniva riportata un’aquila i cui artigli erano bloccati dal ferro delle catene e sullo sfondo una croce da cui penzolavano due sagome di uomini impiccati.

Sfogliate le prime pagine, mi apparve stampata la foto di un uomo avanti con gli anni, con lunga barba e baffi e con una scritta: “Nato a Selva di Treviso il 22 ottobre 1822, senatore del regno dal 1910, morto il 22 gennaio 1915 a Venezia, quindi seguiva la firma di L. Pastro”.

Leggevo, poi, che la ristampa di queste memorie, fatta a cura del comitato trevigiano dell’istituto per la storia del Risorgimento italiano, che, già nel volume scritto da Alessandro Luzio “I Martiri Di Belfiore” si citava l’interrogatorio (esame) in cui l’auditore (pm) KRAUS, nell’ottobre del 1852 sottoponeva il dottor Luigi Pastro, accusato di cospirazione, in cui le risposte dell’inquisito erano sempre fiere e ostinatamente negative.

Ora, mi piace iniziare questo modesto saggio tracciando la figura di un eroe sconosciuto ai più e che  nell’Italia ottocentesca i valori dell’amor di patria, del culto dell’onore e della fierezza di essere italiano erano patrimonio sacro di quegli uomini di allora che immolarono le loro vite per affrancarsi dal giogo straniero e vedere finalmente compiuto il sogno della riunificazione della patria. Nobilissimi sentimenti di un tempo passato, che al cospetto del sentimento contemporaneo forse appaiono sacrileghe la superficialità e la mollezza dei costumi degli uomini d’oggi.

Premesso che per secoli anime generose hanno considerato la potenza degli oppressori come una pura e semplice usurpazione a cui occorreva tentare di opporsi o con la semplice riprovazione radicale, o con la forza delle armi posta al servizio della giustizia.

L’idea di nazione inizia a prendere forma nel corso dell’800, seguito dalla retorica risorgimentale. La patria è il luogo dove si nasce. Non è una scelta ma, il luogo dove si prova a costruire la propria vita e sentirsi parte integrante della moltitudine che parla la stessa lingua, ha il medesimo pensare, ha lo stesso credo religioso, le stesse abitudini alimentari, le stesse tradizioni culturali.

Infatti, nell’Italia dell’800 la crisi rivoluzionaria che aveva avuto la sua premessa nella rivoluzione siciliana a carattere separatista da Napoli (12 gennaio1848), entra nella sua fase cruciale con l’insurrezione di Venezia (17 marzo 1848) e di Milano con le cinque giornate e il 23 marzo 1848 il re di Sardegna, Carlo Alberto, intervenne a favore degli insorti e diede così inizio alla prima guerra di indipendenza ma, dopo le prime battaglie, l’arrivo dei rinforzi austriaci del Nugent, la guerra finisce in un disastro per Carlo Alberto e il 9 agosto 1848 si concluse con l’armistizio di Salasco. Da questa data iniziava la reazione austriaca pensando solo a domare con pugno di ferro tutti movimenti carbonari che non tardarono a organizzarsi contro l’oppressore austriaco.

Questa è la cornice storica in cui il nostro personaggio si inserisce nelle lotte delle guerre d’indipendenza della nazione contro l’impero austro-ungarico. Il dottor Pastro, da idealista e fiero italiano non mancò di aderire subito alla cospirazione dei congiurati dove ognuno giurava che mai nessuno avrebbe tradito la causa patriottica e mai avrebbe rivelato i nomi degli affiliati a costo della vita propria. Pastro fece suo questo giuramento essendo pronto come in seguito dimostrò con le fiere ribellioni contro tutto ciò che appariva disonorevole e al contempo dimostrarsi inflessibile nell’osservanza della parola data in conseguenza del culto dell’onore in quanto patriota fervido nell’ora del pericolo e schivo nell’ora della fortuna, indulgente verso i deboli di carattere che non seppero tenere fede al giuramento della cospirazione.

Egli nacque da poveri genitori e come era solito dire che la povertà era troppo comune a quei tempi tanto da non meritare di essere ricordata con compiacenza soprattutto da chi seppe vincere le dure prove della vita.

Infatti, al suo paese un prete “Don Luigi Sernaggiotto” scelse tre ragazzi allora considerati tre geni, tra cui Pastro e gli avviò agli studi ginnasiali compiuti nel 1840 e poi al prezzo di immani sacrifici per via della mancanza dei mezzi di sostentamento, anche per vivere miseramente, riuscì tuttavia a laurearsi in medicina all’università di Padova nel 1847. Dopo il primo tirocinio nelle condotte dei vari paesi della provincia di Treviso, scoppiò l’insurrezione di Venezia nel 1848, e armato di uno schioppo, aderì ad una compagnia dei “Cacciatori del Sile” nel vano tentativo di combattere gli austriaci. Gli proposero di fare il medico ma rifiutò e fu contento di fare il semplice soldato. Divenne poi caporale quindi sergente, dice lui, per il semplice fatto che sapeva leggere e scrivere, ma nella battaglia di Montebello, per il suo coraggio e ardimento fu nominato ufficiale e poi capitano.

Aveva sopportato  con giovanile coraggio la guerra con tutte le conseguenze che essa comportava, cioè la fame, il colera di cui fu pure vittima. Dopo tre giorni di bombardamenti, egli ricorda che si dovette abbandonare il forte di Marghera, per cui il battaglione  dei “Cacciatori del Sile” venne mandato a Chioggia e quindi al forte Brondolo, considerato imprendibile ma, giunto sul luogo dovette accorgersi dello stato di abbandono in cui quel forte era ridotto, considerato che era una valida difesa di Venezia. Gli dissero che il generale comandante (tale Rizzardi) fosse convinto, invece, della inutilità di qualunque difesa; allora egli rifiutò di obbedire al suo comandante e rivolto ai suoi compagni, che erano d’accordo con lui, disse: “uniti rappresenteremmo un complotto, quindi agirò da solo in modo da essere unico responsabile di tale disobbedienza”.

Di lì a poco si presentò un ufficiale aiutante del generale, a cui gli raccomandò di riferire al suo comandante che chiunque mantenesse in tal modo la fortezza avrebbe dovuto essere giudicato o un asino o un infame. Obbedì l’ufficiale e riferì quanto gli era stato imposto. Poco dopo arrivò il generale che con voce concitata, alla presenza di tutti gli ufficiali disse: “ Signori, un ufficiale avrebbe proferito insulti irripetibili al suo comandante generale per il suo operato, per cui un ufficiale d’onore vorrà ripeterlo anche in sua presenza”. Pastro si fece subito avanti dicendo di essere stato lui. Il generale visibilmente irritato disse:”Ebbene, giacchè ella seppe rilevare tanti disordini, saprà anche indicare i rimedi” e Pastro di rimando, iniziò ad elencare i lavori necessari all’efficienza della difesa del forte. Finita questa indicazione, il generale nell’allontanarsi soggiunse: “Godo sapere di avere fra i miei ufficiali chi sa mostrare i denti sotto i suoi mustacchi!”. Il giorno dopo fu però posto agli arresti e mentre i lavori iniziavano alacremente a provvedere alla difesa del forte secondo le sue indicazioni, osservava un comportamento, a dir poco singolare, perché adottavano scrupolosamente i consigli di colui che per averli dati era stato imprigionato. Fu poi liberato e questa coraggiosa rimostranza gli valse molta notorietà, tanto che i vecchi liberali cospiratori lo circuirono e lo legarono alle loro idee irredentiste.

Per molto tempo la sua adesione alla cospirazione era congeniale al suo carattere schietto e di fervente patriota. Il “carbonarismo” era composto e diretto da uomini colti, amanti del bene ed onesti, non così la massoneria, che degenerando dal primitivo scopo di reciproco soccorso, si risolse in una lotta vergognosa di interessi e vanità, pur contando un numero stragrande di affiliati accolti senza alcuna garanzia di moralità.

Queste erano le idee che Pastro sentiva e che hanno influenzato il suo Agire per il bene smisurato della patria e che tuttavia a cementare ancora di più il suo carattere era il ricordo della povertà che gli fu assidua compagna di gioventù. Comunque, dopo la caduta di Venezia tornò al suo paese, dove ebbe la condotta di Villorba (TV) che gli procurò, dice lui, molti guadagni superiori ai suoi bisogni, per cui ogni domenica andava a far visita al padre per offrirgli i suoi risparmi gustando il piacere della gratitudine del vecchio genitore e nel contempo assaporare la gioia nel provvedere ai suoi bisogni.

Tuttavia, nel marzo del 1851 ebbe da Mazzini l’invito a costituire un comitato rivoluzionario a Treviso, a cui aderirono molti patrioti indicando loro i pericoli perché si poteva essere scoperti, imprigionati, ridotti fisicamente deboli e moralmente abbattuti. Pastro disse subito di essere pronto ad affrontare ogni rischio e mantenere la parola data, che piuttosto di tradire le promesse fatte o fare i nomi dei sodali si sarebbe ucciso. Così si legava a promesse che nessun uomo d’onore può tradire nella convinzione che nel caso fosse stato scoperto ed imprigionato, c’era da aspettarsi la forca e quindi bisognava negare sempre fatti e circostanze che venissero addebitate.

Nel mese di maggio 1851 il comitato si era già costituito e prima ancora che la azione complottista fosse iniziata vennero arrestati un medico di Treviso e un napoletano (tale L. Izzo). Il medico spaventato dichiarò non solo quanto sapeva, ma disse pure che Pastro lo rimproverasse per la sua inattività politica e che desiderasse scacciare gli austriaci; così, il 24 giugno del 1851, verso la mezzanotte, dodici sgherri si presentarono alla sua porta per arrestarlo, lo ammanettarono e lo condussero a Venezia nella prigione di San Severo. Si trovò, perciò, da un momento e l’altro rinchiuso in una sudicia cella, umida e tanto ristretta da poter raggiungere i due lati di essa allargando le braccia.

Dopo qualche giorno fu condotto ad un interrogatorio, che la polizia con raggiri e lusinghe cercò di carpire, invano, l’ammissione della cospirazione. Il giorno dopo fu condotto alle carceri delle “muneghette” dove rimase fino a novembre e durante quel periodo di detenzione scoprì che i vicini di cella gli insegnarono il “linguaggio del muro”, cioè una sorta di battiti alla parete ora brevi ora lunghi che permettevano di comunicare con gli altri sventurati.

Intanto il tempo trascorreva senza chiamate, senza interrogatori nel tentativo di far credere di essere stati dimenticati e fiaccare così la resistenza dei reclusi. Frattanto, l’autunno era trascorso fra i timori di nuove rivelazioni e con la rassicurazione che il comitato non era stato ancora scoperto perché nessuno aveva tradito i rapporti che legavano il comitato di Treviso, quello di Venezia e quello centrale di Mantova, per cui pensava che il suo processo sarebbe stato annullato. Egli era convinto dal momento che era prigioniero ormai da un anno, il suo processo dovesse aver fine per non esserci prove sufficienti per condannarlo in quanto si basava solo su sospetti nonostante lo tenessero chiuso senza nemmeno interrogarlo. Così, il 22 luglio 1852 ammanettato fu condotto a Mantova, alle prigioni del “Castello”.

Giunto colà, alla sera fu sottoposto ad un invito sommario a confessare, dietro le lusinghe di un buon trattamento, ma il Pastro con la solita fierezza, rispose che non aveva nulla da comunicare e fu subito condotto in una cella vuota arredata solo da un pagliericcio per terra, dove il secondino gli mise i ferri ai piedi costituiti da una catena di undici grossi anelli di ferro che finivano al polso della mano cagionandogli ferite dolorose agli arti.

Il giorno dopo entrò nella cella un giovane ufficiale che, con tono minaccioso lo invitò a confessare e qui mi piace riportare il dialogo fra i due: “ … le consiglio di risparmiare i malanni a cui si espone rifiutandosi di confessare le sue colpe … “ ; di rimando il dottor Pastro soggiunse: “ … sono già tredici mesi in prigione sapendomi innocente e né per sottrarmi ai tormenti che ella mi minaccia, sarò tanto vile da accusarmi di colpe che non ho commesso … “ ; e l’auditore: “ … sappia che il conte Radetsky elargisce la clemenza a coloro che confessano le loro colpe ed essere rigoroso con quelli che si ostinano a negarle … “ ; di rimando Pastro: “ … riservi pure la clemenza per quelli che ne hanno bisogno, a me basta la giustizia … “. L’auditore ancora più irritato da tanta ostinazione soggiunse: “ … confessi o io la getterò in una prigione oscura dove morirà” e lui: “ … allora andiamo a morire “ .

Infatti, dopo l’auditore lo trasferire al carcere della “ Mainolda” nel quale venne rinchiuso in una stanza a piano terra col pavimento di nuda terra, dove per l’umidità si trasformava in un pantano. In quei giorni la testa era piena di pensieri per l’incerto futuro ed oppresso dalla cruda realtà del presente. La detenzione gli era insopportabile, non tanto per gli insetti che gli martoriavano le carni, non tanto per la semioscurità e la quasi mancanza d’aria, quanto per l’umidità della cella che era insopportabile.

Comunque nel carcere della “Mainolda”, nonostante le sofferenze per la fame, le catene e le torture, seppe opporre dignità e fermezza, anche se infermo e irremovibile nel silenzio, senza mai rivelare i nomi dei congiurati.

Poco dopo la metà di ottobre venne portato al “Castello” per l’interrogatorio con il Kraus e altri ufficiali appositamente nominati per svolgere il regolare processo a carico di Pastro. Il Kraus con atteggiamento severo iniziò a dire: “ quando è stato arrestato e perché” risposta: “ il 24 giugno 1851 e benché da 15 mesi incarcerato ancora non so quali siano le colpe di cui sono accusato “. Gli rispose il Kraus: “ lo saprà subito e per intanto sappia che sua eccellenza il feldmaresciallo conte Radetsky, nella sua bontà sa usare la massima indulgenza nei confronti di coloro che confessano le loro colpe e riservare il rigore contro quelli che si ostinano a negare “ ed il Pastro: “ io non ho nulla da confessare “ . allora il Kraus fece introdurre un testimone, pure lui recluso, che lo accusava e il Pastro di rimando, rivolgendosi al suo accusatore disse: “ Ella, accusandomi si macchia di uno spregevole delitto! “ ; il Kraus ancora più irritato gli disse: “ E’ ora convinto della inutilità del suo diniego? “ Pastro: “ io continuo a dichiarare falso quanto mi viene opposto! “. Terminò l’interrogatorio e fu condotto nella cella  dove i patimenti, a causa delle sofferenze fisiche si accentuarono tanto da non reggersi più in piedi e nonostante queste condizioni nella sua lunga prigionia aveva dovuto sopportare l’isolamento, i ferri, le fisiche e morali sofferenze e più di tutta la fame, lo avevano indurito con se stesso ma al contempo lo avevano reso indulgente verso gli altri, che più deboli di carattere avevano finito per porre fine alle proprie sofferenze accusando le colpe degli altri oltre che le proprie.

Pastro, però, fedele al giuramento fatto con gli amici di non confessare mai, ma apostrofare, suo malgrado, i suoi accusatori come dei calunniatori.

Intanto le sue condizioni si aggravavano sempre più, tanto da ritenere alle autorità la convinzione di evitare uno scandalo, per cui  alla fine decisero di trasferirlo ad un’altra prigione e addirittura con un vitto migliore ma, nonostante le apparenze, egli soffriva per le tristi condizioni dei compagni che molti, per porre fine alle sofferenze avevano finito di rivelare uomini e fatti tradendo i propri compagni che pur essendo uomini d’ingegno e risoluti, spontaneamente avevano accettato di associarsi in una impresa molto pericolosa avendo giurato di sopportare tutto e persino la morte.

Infine, arrivò il giorno della lettura della sentenza per tutti i congiurati e per Pastro fu la condanna a 18 anni di carcere duro ai ferri da espiarsi in una fortezza dello stato.

Qualche giorno dopo, dalle carceri della “Mainolda” fu condotto a quello del “Castello”, dove i carcerati furono meglio trattati e di seguito furono poi condotti alle fortezze della Boemia.

Dopo un lungo e penoso viaggio arrivarono alle carceri della fortezza di Theresienstaadt, la quale era ben lontana della durezza e dalla brutale severità di quella sofferta durante la detenzione in Italia.

Per qualche tempo, fatta eccezione per la libertà perduta e per le catena che, a lungo andare, finiva con il rappresentare una appendice del proprio abbigliamento, erano distratti dalla lettura per cui, tutto sommato questa detenzione appariva di grande sollievo.

Intanto, il tempo trascorreva e tutti i detenuti speravano che nella famiglia imperiale accadesse qualche evento particolare che inducesse il sovrano a concedere l’aministia per tutti i carcerati politici reclusi. E così fu! Quando il generale comandante, rivolto a Pastro, gli annunciò con compiacimento che la sovrana clemenza aveva permesso la sua liberazione che avvenne il 3 marzo 1857.

Attraversarono la Boemia, l’Austria assaporando l’aria e la gioia della tanta desiderata libertà per giungere infine alla stazione di Treviso dove una grande folla di trevigiani lo festeggiarono e lo portarono in trionfo, non senza la minaccia contro l’altro compaesano che lo avrebbe tradito accusandolo alla polizia austriaca. La folla a gran voce gli disse: “ come tu sei un eroe, così egli è una spia e noi vogliamo vendicare l’onore del paese! No, rispose Pastro, né io sono un eroe, né egli è una spia e se io che ne fui vittima sento ragionevole perdonarlo per cui porterò davanti a voi quell’infelice a cui offrirò il mio braccio, e così fece!”. Ora dopo tanti anni fu contento di averlo aiutato a redimersi.

Infine, ristorato in salute, prese la via volontaria dell’esilio; si stabilì in Piemonte e divenne medico dell’esercito nel corpo sanitario militare fino al 1884. Visse della modesta pensione senza nulla pretendere. Si prodigò nella cura degli infermi di colera meritandosi la medaglia d’oro dei benemeriti della salute pubblica. Il 26 gennaio 1910 con decreto di Re Vittorio Emanuele lll, per i grandi meriti e servizi resi alla patria, e per la cui dirittura morale rimane fulgido esempio per tutte le generazioni, fu nominato Senatore del Regno. Si spense a Venezia il 22 gennaio 1915 e le sue spoglie mortali riposano nel cimitero di San Lazzaro a Treviso.

Treviso, 17 marzo 2020      

Roberto Trevisi

 

 

 

Pubblicato in Cultura e spettacoli