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Sabato, 16 Ottobre 2021

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RIFLESSIONE│Così e' (se vi pare): epilogo pirandelliano per la citta' di Crotone

Posted On Martedì, 05 Ottobre 2021 14:04 Scritto da Riceviamo e pubblichiamo

La mia città è magica.

L’altra mattina, come sempre, mi sono recato a lavoro. Mentre camminavo per la città appena sveglia, vedevo i raggi del sole baciare la superficie del mare con leggerezza felina mentre, in lontananza, una barchetta solcava le onde con il suo tipico andare dinoccolato. Sembrava un piccolo cammello che vagava in un deserto d’acqua.

Tutta questa bellezza mi accarezzò così l’anima e mi mise di buon umore. Dentro di me, una vocina mi ricordò quanto Dio ci ha voluto bene quando ha deciso di apparecchiare una tavola con questi colori proprio sotto i nostri nasi indolenti. Arrivato a lavoro, mi guardai intorno e sentii uno strano profumo nell’aria.

All’inizio non riuscii a decifrarlo, si vede che le mie narici erano ancora addormentate, ma quando mi costrinsi a decrittare la brezza, compresi che non si trattava di un elemento sparso nell’aria che ne rendeva piacevole l’odore, in realtà, il profumo proveniva dalle persone che mi circondavano. Erano tutti profumati!

A questo punto, preoccupato, presi la boccetta di profumo che portavo nel mio zaino e me ne spruzzai un bel po' sulla giacca: «Che non si pensi che l’unico puzzolente in questa città sia io!», dissi tra me e me. Con grande stupore, mi accorsi, però, che dalla magica ampolla non usciva che un liquido inodore, quasi come se l’unico profumo esistente fosse quello emanato dagli individui e, ogni sforzo di crearne dei surrogati, fosse inutile.

Decisi di non dare importanza alla cosa e mi recai al solito bar per prendere un caffè. Dinanzi a me, un gruppo di scolari era intento a riprendere un loro piccolo amico. La discussione era vivace, ma gentile.  I due ragazzi più grandi, con ferma dolcezza, facevano presente al più piccolo che non si buttano i rifiuti per terra «…perché la città è nostra e dobbiamo trattarla come se fosse una bellissima ragazza da corteggiare…». Per la terza volta in quindici minuti, rimasi esterrefatto.

Come pennelli, quelle parole avevano dipinto l’Amore più puro con una forza tale che mi colpì allo stomaco come un pugno.  Era come se le avessi sentite per la prima volta in tutta la mia vita, «una bellissima ragazza» ripetei inebetito nella mia mente! E mentre lo stupore mi saliva su per la schiena, nuovamente sentii quel profumo nell’aria: «Stai proprio invecchiando!», disse la vocina impertinente, mentre aprivo la porta del bar.

All’interno del locale che, manco a dirlo, era pregno di quel profumo che mi aveva fatto innamorare, vidi alcune persone che parlavano tra di loro, ma senza affanno. Era piacevole vederle conversare, tutti erano al loro posto e nessuno alzava la voce. L’immagine che restituivano era quella di un elegante bistrot di Parigi o Londra o di dove volete voi.

Cercai di carpire l’oggetto delle eleganti conversazioni e mi accorsi subito che, sebbene provenienti da teste differenti, ogni discorso aveva un unico approdo: l’interesse comune. «Preferisco farmi da parte per lasciare spazio a qualcun altro più bravo di me», disse un signore con la barba che sorseggiava un the, sostenendo con innata eleganza una tazza bianca e panciuta dalla cui bocca usciva un rivolo di fumo intrecciato. «D’altronde – proseguì il signore barbuto – nella mia vita non ho mai creato nulla da solo, anzi, ho sempre vissuto a credito poiché figlio del commendator Peppinuccio, ora preferisco, dunque, ringraziare il cielo, lasciando spazio a chi la vita se l’è conquistata ogni giorno. Sono sicuro – concluse il figlio d’arte – che della fortuna che volentieri lascio a chi mi precede in virtù, ne gioverò anche io».   

Dinanzi a tanta serena umiltà, feci un balzo dalla sedia e mi si rovesciò il caffè sui pantaloni. Ustionato e felice, pagai e me ne andai grato per le parole che avevo sentito: «Finalmente qualcuno che, con onestà, si fa da parte perché è in grado di misurarsi con i propri limiti», disse la solita voce insolente che ogni tanto mi ronza nella testa e che proviene dal regno di non so dove.

Proseguendo il mio cammino, all’improvviso, mi imbattei in una signora anziana che, poggiandosi sul suo bastone, con fare incerto camminava sul marciapiede proprio dinanzi a me. Fu impossibile non guardarla perché emanava una luce che scaldava l’anima e, nonostante l’età, si capiva subito che in gioventù aveva avuto la fortuna di godere di una bellezza fuori dal comune. Piangeva e grosse lacrime le ruscellavano dagli occhi che avevano lo stesso colore del mare profondo. La fermai per chiederle se avesse bisogno di qualcosa e lei, singhiozzando e senza guardarmi in faccia, declinò l’invito dicendo che non c’era più niente da fare, che ormai era troppo tardi.

Un po’ imbarazzato, mentre la solita vocina mi sussurrava all’orecchio «ma perché non ti fai i fatti tuoi? Sei pure in ritardo e pensi alle vecchiette, manco fossi una giovane marmotta!». Allora mi avvicinai e le chiesi che cosa volesse dire: «E’ cambiato il vento – mi rispose – il profumo se n’è andato via e tutto presto finirà! E sarà solo colpa nostra!».

Stupito da cotanta malinconia meteorologica, le chiesi di spiegarsi meglio e lei, con una voce monotona che sapeva di rassegnazione, disse: «figlio mio, non ti sei ancora accorto che è morta? Non senti che il profumo della primavera è stato sostituito dal tanfo più truce che nasce dall’ignoranza? Non vedi che in questa città tutto quello che dovrebbe essere piccolo, diventa grande, e viceversa? Non ti sei accorto che i giganti si sentono tali solo perché sono circondati da lillipuziani? Tutto presto finirà e sarà solo colpa nostra! Sveglia figlio mio! Sveglia!!!».

Quelle parole mi presero a schiaffi e mi consegnarono ad un grosso senso di tristezza. Galleggiavo nella malinconia di quelle immagini quando mi accorsi che a gridare “Sveglia! Sveglia!!!” non era una vecchietta con gli occhi blu oceano, ma mia figlia che mi faceva presente che dovevamo sbrigarci perché tra qualche minuto sarebbe suonata la campanella ed eravamo in ritardo…

«Ma come – dissi io – tu mi dici di sbrigarmi perché non ti rendi conto di quello che mi ha appena detto la vecchietta!», mia figlia mi restituì uno sguardo condito di compassione che solo una femmina riesce a concepire e mi disse «papà, ti ho sempre detto che non devi mangiare i miei plum cake dopo mezzanotte, ti fanno fare i sogni brutti… ora sbrigati e scendi dal letto che sennò la maestra mi rimprovera».

Chissà, forse quella vecchietta che avevo incontrato era un tempo la “bellissima ragazza” di cui avevano parlato gli scolari. Chissà…

Giuseppe Donnici