Lunedì, 13 Luglio 2020

POLITICA NEWS

barbieri pugliese strappoBasta non se ne può più. La campagna elettorale per l'elezione del sindaco di Crotone ha toccato il fondo. I cittadini sono stanchi di assistere quotidianamente alle accuse reciproche che si lanciano i due candidati al ballottaggio su questioni che esulano dall'amministrazione di una città che, ad oggi, ha più problemi che abitanti! Non vogliamo sapere di chi è parente, o se era già stato consigliere, oppure se è stato un ex amministratore chi andrà a sedere in consiglio anche perché, a ben guardare gli "intruppati" del passato, questi esistono in entrambi gli schieramenti. I cittadini hanno il diritto di scegliere parenti o amici di amministratori del passato e sarà poi la storia a dire se la scelta fatta è stata giusta o sbagliata. Così come i cittadini hanno il diritto di dare 1.000 voti di preferenza a chi meglio credere e scegliersi i consiglieri con baffi, gonne o gay. Ai candidati a sindaco, invece, gli elettori chiedono, piuttosto che consumarsi nel dileggio reciproco, di esprimersi sui progetti per amministrare la città e come, contestualmente, intendano affrontare le diverse emergenze di Crotone. Gli elettori si chiedono a tre giorni dal voto perché i due programmi sono alternativi l'un l'altro. E loro, i candidati al ballottaggio, non sono stati in grado di esplicitarlo. Colpa anche di uno scarso livello di comunicazione prodotta in queste due settimane. Una considerazione, però, viene facile. Chi al posto del ragionamento predilige lo scontro, non ha idee da mettere in campo e spera di "uccidere" il proprio avversario politico con le parole. Purtroppo, così facendo, si finisce per uccidere la città e confondere i cittadini che non sanno qual è la scelta giusta da fare. Voliamo tutti alto nella consapevolezza che Crotone ha bisogno di un sindaco illuminato e attrezzato per le nuove sfide.

 

 

 

 

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In questi anni difficili e tormentati sono stati i fatti e solo i fatti a farci guardare con una certa diffidenza verso chi si è palesato agli occhi della società come vero detentore di alcune etichette morali e civili. Spesso, questi signori, hanno fatto proprie tematiche che, invece, sarebbero dovute essere interpretate come dogmi di vita alla portata di tutti: dall'antimafia al giustizialismo, dall'ambientalismo all'animalismo, dall'attivismo all'antipolitica, dal pacifismo ai credo religiosi. Sono stati per fortuna sempre i fatti a screditare questi "animatori di piazza" e non certo le rivendicazioni, senza dubbio giuste e condivisibili, che hanno saputo portare avanti al momento opportuno. Si è trattato di "Masaniello" che hanno intuito come cavalcare la tigre: la stessa "bestia" che li ha poi ridotti a brandelli!

 

I cittadini entrati in queste dinamiche, nel frattempo, si sono palesati come bersagli inermi e delusi, gabbati da facili strumentalizzazioni. Si è iniziato con le chat e con i blog, ma in breve tempo si è passati ad usare i social network come medium prediletti per procedere quotidianamente alla distorsione cognitiva dei cittadini. Si spiegano così i tanti fanatismi e le esaltazioni che, in questi ultimi anni, stanno caratterizzando la nostra società civile. Il paradosso è che l'opportunità di democrazia estrema offerta dalla rete si sta traducendo in pensiero reazionario ed aggressivo. Quando il popolo della rete si mobilita, o ci sei, o sei fuori. È un'enorme cerchia di gente che ha poco in comune e che, il più delle volte, nemmeno si conosce. Chi ne resta fuori, intanto, è una voce stonata del coro, qualcuno che è meglio demolire a suon di insulti perché potenzialmente complice del grande complotto mondiale: un'irrintracciabile accolita globale che ci tiene tutti soggiogati e infelici. È nel nome di essa che si lanciano vere e proprie "fatwe" verso coloro che, su delle problematiche, hanno pure una visione comune e non troppo distante da quella della rete, ma che, al contempo, non intendono sentirsi parte di questo girotondo (e in Italia ne abbiamo visti tanti di girotondi...).


Quello che è successo in settimana, attorno alla protesta spontanea di #salviamocapocolonna, contiene un po' tutto questo. Da una parte, la coscienza civile e l'amore per il bene comune che si risvegliano in una popolazione da troppo tempo incapace di reagire a soprusi e bassezze, perpetrati a danno della propria terra. Dall'altra, l'incedere di una rabbia sociale che asfalta (più a fondo del cemento) chiunque o qualunque cosa si frapponga rispetto al suo cammino perché è ritenuto l'unica via per arrivare all'agognato riscatto. Ma non è così che si fa sintesi, o si cambiano le cose. Il concetto di partecipazione, infatti, è molto più ampio e articolato. Non si può ridurlo alla semplice adesione ad un comitato, o a una manifestazione di protesta. Tutti i crotonesi, compresi gli amministratori e gli esperti, sono concordi (almeno nelle enunciazioni) nel preservare i beni archeologici e architettonici. Al contempo, è altrettanto fisiologico che a qualcuno possa non andare bene il modo in cui si è scelto di preservare questi patrimoni. Ciò non toglie che, bisogna lasciare a costui la libertà di scegliere come manifestare il proprio pensiero, quando questo si esprime nel rispetto delle leggi e del buon decoro.


Tanti, troppi post pubblicati sui social in questi giorni hanno inneggiato agli "eroi" della protesta, mettendo alla gogna la restante parte del popolo crotonese (solo qualche decine di migliaia di persone) che ha scelto di non unirsi al presidio, pur condividendo sicuramente il pensiero di fondo dei manifestanti. Ci sono molte ragioni che possono tenere lontani i cittadini da una "chiamata alle armi" e non si può spiegare sempre questa assenza con la riluttanza dei crotonesi all'impegno civile.


Il vero problema è che nessuno prova più a comprendersi. Perché è più facile denigrare e generalizzare, in questi casi, che porsi dei quesiti. Per quanto riguarda noi, organi d'informazione, infine, la migliore cosa che possiamo fare rispetto a questo modo di interpretare l'agire comune è quello di seguire una regola aurea del giornalismo: «Fatti, fatti, nient'altro che fatti, tanti piselli un tanto al sacchetto». Julius Chambers, direttore del "New York World", quotidiano da un penny a copia e da un milione di copie al giorno, attivo ai primi del Novecento, questo chiedeva ai suoi cronisti da marciapiede.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Alla vigilia del voto, qualcuno andava dicendo in giro che l'intenzione della federazione provinciale del Pd alle ultime elezioni regionali era quella di piazzare almeno due onorevoli a palazzo Campanella.

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