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Dl liquidita': ecco perche' e' tutt'altro che un ''bazooka economico'' a sostegno delle imprese

Posted On Venerdì, 24 Aprile 2020 20:38 Scritto da Luigi Lorenzano

Il “decreto Liquidità”, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale numero 94 dello scorso 8 aprile, prevede strumenti individuati dal presidente del Consiglio dei ministri per contrastare gli effetti della crisi economica provocata dalla pandemia in atto. Per come è la situazione economica attuale e le figure in gioco, il reclamizzato “Bazooka” economico corre il rischio di produrre effetti insignificanti se non addirittura controproducenti.

Le misure finanziarie previste dal decreto e quantificate in 400 miliardi di euro in verità altro non sono che dei prestiti erogati dalle banche e garantiti dallo Stato per il tramite di Sace Spa. Le discriminanti sono il dimensionamento aziendale e l’intensità della garanzia prestata. Sono individuati due modelli ben definiti: la “Misura” di cui all’articolo 1 del decreto prevede un’intensità di garanzia che varia dal 90% per le imprese con meno di 5.000 dipendenti e volume di affari inferiore a 1,5 miliardi di euro; al 70% per le imprese con volume di affari superiore a 5 miliardi di euro; con un 80% di garanzia riconosciuto alle imprese intermedie alle due classi individuate. Caratteristica di questa misura è l’onerosità della garanzia Sace che varia da un 0,25% (25 punti base) fino al 2% (200 punti base) e la possibilità di integrare la garanzia stessa con altre forme di garanzia per giungere al 100% anche tramite cofidi.

Tuttavia occorre mettere in rilievo che l’onerosità dell’operazione a prezzo di mercato, la valutazione sul merito dell’operazione, intesa nei termini di esposizione complessiva e la segnalazioni alla centrali rischi che contraddistinguono la manovra economica governativa disciplinata dall’articolo 1 sono comuni ad una qualunque operazione ordinaria di finanziamento.

La seconda Misura di cui all’articolo 13 – lettera m) è con intensità di garanzia pari al 100%, regolamentato dall’articolo 13 del decreto Liquidità il quale prevede un importo massimo del 25% del fatturato dell’impresa e comunque non superiore ad euro 25.000. Caratteristica è la gratuità della garanzia prestata a favore del beneficiario, il costo del finanziamento è determinato nel testo di legge e non superiore al 2%, ma soprattutto automatismo infatti la norma testualmente recita “[…]  In favore di tali soggetti beneficiari l'intervento del Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese e' concesso automaticamente, gratuitamente e senza valutazione e il soggetto finanziatore eroga il finanziamento coperto dalla garanzia del Fondo, subordinatamente alla verifica formale del possesso dei requisiti, senza attendere l'esito definitivo dell'istruttoria da parte del gestore del Fondo medesimo. […]”.

In questo momento le imprese sono costrette a serrate; a causa della pandemia, hanno annullato i loro ricavi ed è facile prevedere che questa situazione andrà ben oltre la data della “riapertura” nominale del paese. Basti pensare alle aziende operanti nel settore della ristorazione o del turismo che con tutte le misure restrittive operanti in tutta Italia e all’estero difficilmente potranno realizzare un volume d’affari dei livelli pre-crisi.

La composizione prevalente del tessuto economico italiano sono le Piccole e medie Imprese (coloro cioè che rientrano nei limiti dimensionali previsti dall’articolo 13 punto m). Per questa tipologia di finanziamenti le banche hanno messo a disposizione sui propri siti internet i modelli di richiesta del finanziamento da appena 2 giorni, richiedendo documenti non previsti dalla norma istitutrice della misura (Bilanci, Dichiarazione dei redditi, visure camerali, autocertificazioni), inoltre quando interpellati (telefonicamente, perché al momento nulla di ufficiale è apparso), i gestori clienti degli istituti di credito affermano che decideranno i soggetti beneficiari dei finanziamenti in funzione di fantomatici criteri di merito creditizio,

 

Il problema per le Banche certamente non è di liquidità, infatti gli istituti di credito acquisiscono denaro oltre che tramite la raccolta fondi, di chi deposita i propri risparmi nelle loro casse, anche e soprattutto attingendo al sistema interbancario. In pratica una banca rivolgendosi alla Banca Centrale (Banca d’Italia prima – BCE oggi) prende a prestito dei soldi ad un costo prestabilito che prende il nome di Tasso di riferimento (Ex Tasso Ufficiale di Sconto) fornendo a garanzia dei titoli che hanno una determinata sicurezza nel rimborso. Il sistema diventa molto più interessante ed ampio se si considerano anche le eccedenza di liquidità che le banche ordinarie depositano sui propri conti presso le banche centrali.

La disponibilità finanziaria così acquisita è destinata alle operazioni attive: prestiti alle imprese, mutui e finanziamenti in generale. Il guadagno delle banche in queste operazioni finanziarie è chiaramente la differenza tra il costo del finanziamento dalla Bce ed i ricavi dagli interessi praticati per mutui e prestiti. Sull’Istituto di credito grava il rischio di un mancato pagamento.

Se si considera che il tasso di riferimento praticato dalla Bce è pari a zero, e lo scorso 22 aprile la Bce ha dichiarato, in una propria nota, che accetterà a garanzia delle erogazioni verso gli istituti di credito anche titoli  «junk» (titoli spazzatura altamente rischiosi) è facile rendersi conto che gli istituti di credito presteranno denaro ottenuto a costo zero a fronte di una garanzia statale del 100%, che ne annulla il rischio (senza considerare l’effetto generato dai depositi degli eccessi di liquidità). In questa situazione un finanziamento di 25.000 euro frutta agli istituti bancari un ricavo netto di circa 350 euro al mese.

Il rischio che si corre è quello di consentire il prevaricare dell’interesse delle banche deputate all’erogazione del credito e del loro interesse a risanare le proprie esposizioni verso clienti a maggiore rischiosità. Infatti è esercitando una qualsiasi forma di discrezionalità che sarebbe possibile erogare finanziamenti garantiti dallo stato col fine ultimo di estinguere totalmente o parzialmente quelli già erogati in precedenza, con il risultato di scaricare sullo stato il rischio detenuto nel proprio portafoglio clienti, esponendo le imprese, se così fosse, al rischio di essere estromessi all’accesso dei fondi governativi solo perché sottoposti al vaglio discrezionale dell’istituto bancario.

Alla luce di tutto ciò e considerando i problemi che le banche stanno sollevando agli operatori economici, appare lecito chiedersi a vantaggio di chi sia stato emanato questo decreto e quali concrete prospettive di risanamento economico può auspicarsi per il tessuto imprenditoriale.