Martedì, 20 Ottobre 2020

PRIMO PIANO NEWS

Caro Direttore,

sono Roberto Trevisi, ex assessore del comune di Crotone nella giunta comunale dell’anno 2001 del compianto professor Pasquale Senatore, ho voluto, in occasione dell’anniversario dell’unità d’Italia, scrivere un breve saggio per ricordare un grande uomo il dottor L. Pastro di Treviso, vissuto nell’ottocento che per l’amor di patria tanti patimenti soffrì per il bene dell’Italia riunita. Questo breve saggio vuole essere di monito al percorso di vita dei giovani di oggi, in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia, auspicando che da questa semplice lettura possano rinverdire il sentimento della patria e onorare la figura di un grande uomo, padre della patria, che ne fu l’interprete più autentico.

“RICORDI DI PRIGIONE”

Rovistando tra gli scaffali della mia libreria, mi capitò di fissare lo sguardo su un libricino la cui copertina di colore rosso sbiadito dal tempo, dal titolo: “Ricordi Di Prigione” a cura di Luigi Pastro “ 1851-1853”, edito da “Editrice Trevigiana Treviso 1966”, e sulla copertina nella parte centrale veniva riportata un’aquila i cui artigli erano bloccati dal ferro delle catene e sullo sfondo una croce da cui penzolavano due sagome di uomini impiccati.

Sfogliate le prime pagine, mi apparve stampata la foto di un uomo avanti con gli anni, con lunga barba e baffi e con una scritta: “Nato a Selva di Treviso il 22 ottobre 1822, senatore del regno dal 1910, morto il 22 gennaio 1915 a Venezia, quindi seguiva la firma di L. Pastro”.

Leggevo, poi, che la ristampa di queste memorie, fatta a cura del comitato trevigiano dell’istituto per la storia del Risorgimento italiano, che, già nel volume scritto da Alessandro Luzio “I Martiri Di Belfiore” si citava l’interrogatorio (esame) in cui l’auditore (pm) KRAUS, nell’ottobre del 1852 sottoponeva il dottor Luigi Pastro, accusato di cospirazione, in cui le risposte dell’inquisito erano sempre fiere e ostinatamente negative.

Ora, mi piace iniziare questo modesto saggio tracciando la figura di un eroe sconosciuto ai più e che  nell’Italia ottocentesca i valori dell’amor di patria, del culto dell’onore e della fierezza di essere italiano erano patrimonio sacro di quegli uomini di allora che immolarono le loro vite per affrancarsi dal giogo straniero e vedere finalmente compiuto il sogno della riunificazione della patria. Nobilissimi sentimenti di un tempo passato, che al cospetto del sentimento contemporaneo forse appaiono sacrileghe la superficialità e la mollezza dei costumi degli uomini d’oggi.

Premesso che per secoli anime generose hanno considerato la potenza degli oppressori come una pura e semplice usurpazione a cui occorreva tentare di opporsi o con la semplice riprovazione radicale, o con la forza delle armi posta al servizio della giustizia.

L’idea di nazione inizia a prendere forma nel corso dell’800, seguito dalla retorica risorgimentale. La patria è il luogo dove si nasce. Non è una scelta ma, il luogo dove si prova a costruire la propria vita e sentirsi parte integrante della moltitudine che parla la stessa lingua, ha il medesimo pensare, ha lo stesso credo religioso, le stesse abitudini alimentari, le stesse tradizioni culturali.

Infatti, nell’Italia dell’800 la crisi rivoluzionaria che aveva avuto la sua premessa nella rivoluzione siciliana a carattere separatista da Napoli (12 gennaio1848), entra nella sua fase cruciale con l’insurrezione di Venezia (17 marzo 1848) e di Milano con le cinque giornate e il 23 marzo 1848 il re di Sardegna, Carlo Alberto, intervenne a favore degli insorti e diede così inizio alla prima guerra di indipendenza ma, dopo le prime battaglie, l’arrivo dei rinforzi austriaci del Nugent, la guerra finisce in un disastro per Carlo Alberto e il 9 agosto 1848 si concluse con l’armistizio di Salasco. Da questa data iniziava la reazione austriaca pensando solo a domare con pugno di ferro tutti movimenti carbonari che non tardarono a organizzarsi contro l’oppressore austriaco.

Questa è la cornice storica in cui il nostro personaggio si inserisce nelle lotte delle guerre d’indipendenza della nazione contro l’impero austro-ungarico. Il dottor Pastro, da idealista e fiero italiano non mancò di aderire subito alla cospirazione dei congiurati dove ognuno giurava che mai nessuno avrebbe tradito la causa patriottica e mai avrebbe rivelato i nomi degli affiliati a costo della vita propria. Pastro fece suo questo giuramento essendo pronto come in seguito dimostrò con le fiere ribellioni contro tutto ciò che appariva disonorevole e al contempo dimostrarsi inflessibile nell’osservanza della parola data in conseguenza del culto dell’onore in quanto patriota fervido nell’ora del pericolo e schivo nell’ora della fortuna, indulgente verso i deboli di carattere che non seppero tenere fede al giuramento della cospirazione.

Egli nacque da poveri genitori e come era solito dire che la povertà era troppo comune a quei tempi tanto da non meritare di essere ricordata con compiacenza soprattutto da chi seppe vincere le dure prove della vita.

Infatti, al suo paese un prete “Don Luigi Sernaggiotto” scelse tre ragazzi allora considerati tre geni, tra cui Pastro e gli avviò agli studi ginnasiali compiuti nel 1840 e poi al prezzo di immani sacrifici per via della mancanza dei mezzi di sostentamento, anche per vivere miseramente, riuscì tuttavia a laurearsi in medicina all’università di Padova nel 1847. Dopo il primo tirocinio nelle condotte dei vari paesi della provincia di Treviso, scoppiò l’insurrezione di Venezia nel 1848, e armato di uno schioppo, aderì ad una compagnia dei “Cacciatori del Sile” nel vano tentativo di combattere gli austriaci. Gli proposero di fare il medico ma rifiutò e fu contento di fare il semplice soldato. Divenne poi caporale quindi sergente, dice lui, per il semplice fatto che sapeva leggere e scrivere, ma nella battaglia di Montebello, per il suo coraggio e ardimento fu nominato ufficiale e poi capitano.

Aveva sopportato  con giovanile coraggio la guerra con tutte le conseguenze che essa comportava, cioè la fame, il colera di cui fu pure vittima. Dopo tre giorni di bombardamenti, egli ricorda che si dovette abbandonare il forte di Marghera, per cui il battaglione  dei “Cacciatori del Sile” venne mandato a Chioggia e quindi al forte Brondolo, considerato imprendibile ma, giunto sul luogo dovette accorgersi dello stato di abbandono in cui quel forte era ridotto, considerato che era una valida difesa di Venezia. Gli dissero che il generale comandante (tale Rizzardi) fosse convinto, invece, della inutilità di qualunque difesa; allora egli rifiutò di obbedire al suo comandante e rivolto ai suoi compagni, che erano d’accordo con lui, disse: “uniti rappresenteremmo un complotto, quindi agirò da solo in modo da essere unico responsabile di tale disobbedienza”.

Di lì a poco si presentò un ufficiale aiutante del generale, a cui gli raccomandò di riferire al suo comandante che chiunque mantenesse in tal modo la fortezza avrebbe dovuto essere giudicato o un asino o un infame. Obbedì l’ufficiale e riferì quanto gli era stato imposto. Poco dopo arrivò il generale che con voce concitata, alla presenza di tutti gli ufficiali disse: “ Signori, un ufficiale avrebbe proferito insulti irripetibili al suo comandante generale per il suo operato, per cui un ufficiale d’onore vorrà ripeterlo anche in sua presenza”. Pastro si fece subito avanti dicendo di essere stato lui. Il generale visibilmente irritato disse:”Ebbene, giacchè ella seppe rilevare tanti disordini, saprà anche indicare i rimedi” e Pastro di rimando, iniziò ad elencare i lavori necessari all’efficienza della difesa del forte. Finita questa indicazione, il generale nell’allontanarsi soggiunse: “Godo sapere di avere fra i miei ufficiali chi sa mostrare i denti sotto i suoi mustacchi!”. Il giorno dopo fu però posto agli arresti e mentre i lavori iniziavano alacremente a provvedere alla difesa del forte secondo le sue indicazioni, osservava un comportamento, a dir poco singolare, perché adottavano scrupolosamente i consigli di colui che per averli dati era stato imprigionato. Fu poi liberato e questa coraggiosa rimostranza gli valse molta notorietà, tanto che i vecchi liberali cospiratori lo circuirono e lo legarono alle loro idee irredentiste.

Per molto tempo la sua adesione alla cospirazione era congeniale al suo carattere schietto e di fervente patriota. Il “carbonarismo” era composto e diretto da uomini colti, amanti del bene ed onesti, non così la massoneria, che degenerando dal primitivo scopo di reciproco soccorso, si risolse in una lotta vergognosa di interessi e vanità, pur contando un numero stragrande di affiliati accolti senza alcuna garanzia di moralità.

Queste erano le idee che Pastro sentiva e che hanno influenzato il suo Agire per il bene smisurato della patria e che tuttavia a cementare ancora di più il suo carattere era il ricordo della povertà che gli fu assidua compagna di gioventù. Comunque, dopo la caduta di Venezia tornò al suo paese, dove ebbe la condotta di Villorba (TV) che gli procurò, dice lui, molti guadagni superiori ai suoi bisogni, per cui ogni domenica andava a far visita al padre per offrirgli i suoi risparmi gustando il piacere della gratitudine del vecchio genitore e nel contempo assaporare la gioia nel provvedere ai suoi bisogni.

Tuttavia, nel marzo del 1851 ebbe da Mazzini l’invito a costituire un comitato rivoluzionario a Treviso, a cui aderirono molti patrioti indicando loro i pericoli perché si poteva essere scoperti, imprigionati, ridotti fisicamente deboli e moralmente abbattuti. Pastro disse subito di essere pronto ad affrontare ogni rischio e mantenere la parola data, che piuttosto di tradire le promesse fatte o fare i nomi dei sodali si sarebbe ucciso. Così si legava a promesse che nessun uomo d’onore può tradire nella convinzione che nel caso fosse stato scoperto ed imprigionato, c’era da aspettarsi la forca e quindi bisognava negare sempre fatti e circostanze che venissero addebitate.

Nel mese di maggio 1851 il comitato si era già costituito e prima ancora che la azione complottista fosse iniziata vennero arrestati un medico di Treviso e un napoletano (tale L. Izzo). Il medico spaventato dichiarò non solo quanto sapeva, ma disse pure che Pastro lo rimproverasse per la sua inattività politica e che desiderasse scacciare gli austriaci; così, il 24 giugno del 1851, verso la mezzanotte, dodici sgherri si presentarono alla sua porta per arrestarlo, lo ammanettarono e lo condussero a Venezia nella prigione di San Severo. Si trovò, perciò, da un momento e l’altro rinchiuso in una sudicia cella, umida e tanto ristretta da poter raggiungere i due lati di essa allargando le braccia.

Dopo qualche giorno fu condotto ad un interrogatorio, che la polizia con raggiri e lusinghe cercò di carpire, invano, l’ammissione della cospirazione. Il giorno dopo fu condotto alle carceri delle “muneghette” dove rimase fino a novembre e durante quel periodo di detenzione scoprì che i vicini di cella gli insegnarono il “linguaggio del muro”, cioè una sorta di battiti alla parete ora brevi ora lunghi che permettevano di comunicare con gli altri sventurati.

Intanto il tempo trascorreva senza chiamate, senza interrogatori nel tentativo di far credere di essere stati dimenticati e fiaccare così la resistenza dei reclusi. Frattanto, l’autunno era trascorso fra i timori di nuove rivelazioni e con la rassicurazione che il comitato non era stato ancora scoperto perché nessuno aveva tradito i rapporti che legavano il comitato di Treviso, quello di Venezia e quello centrale di Mantova, per cui pensava che il suo processo sarebbe stato annullato. Egli era convinto dal momento che era prigioniero ormai da un anno, il suo processo dovesse aver fine per non esserci prove sufficienti per condannarlo in quanto si basava solo su sospetti nonostante lo tenessero chiuso senza nemmeno interrogarlo. Così, il 22 luglio 1852 ammanettato fu condotto a Mantova, alle prigioni del “Castello”.

Giunto colà, alla sera fu sottoposto ad un invito sommario a confessare, dietro le lusinghe di un buon trattamento, ma il Pastro con la solita fierezza, rispose che non aveva nulla da comunicare e fu subito condotto in una cella vuota arredata solo da un pagliericcio per terra, dove il secondino gli mise i ferri ai piedi costituiti da una catena di undici grossi anelli di ferro che finivano al polso della mano cagionandogli ferite dolorose agli arti.

Il giorno dopo entrò nella cella un giovane ufficiale che, con tono minaccioso lo invitò a confessare e qui mi piace riportare il dialogo fra i due: “ … le consiglio di risparmiare i malanni a cui si espone rifiutandosi di confessare le sue colpe … “ ; di rimando il dottor Pastro soggiunse: “ … sono già tredici mesi in prigione sapendomi innocente e né per sottrarmi ai tormenti che ella mi minaccia, sarò tanto vile da accusarmi di colpe che non ho commesso … “ ; e l’auditore: “ … sappia che il conte Radetsky elargisce la clemenza a coloro che confessano le loro colpe ed essere rigoroso con quelli che si ostinano a negarle … “ ; di rimando Pastro: “ … riservi pure la clemenza per quelli che ne hanno bisogno, a me basta la giustizia … “. L’auditore ancora più irritato da tanta ostinazione soggiunse: “ … confessi o io la getterò in una prigione oscura dove morirà” e lui: “ … allora andiamo a morire “ .

Infatti, dopo l’auditore lo trasferire al carcere della “ Mainolda” nel quale venne rinchiuso in una stanza a piano terra col pavimento di nuda terra, dove per l’umidità si trasformava in un pantano. In quei giorni la testa era piena di pensieri per l’incerto futuro ed oppresso dalla cruda realtà del presente. La detenzione gli era insopportabile, non tanto per gli insetti che gli martoriavano le carni, non tanto per la semioscurità e la quasi mancanza d’aria, quanto per l’umidità della cella che era insopportabile.

Comunque nel carcere della “Mainolda”, nonostante le sofferenze per la fame, le catene e le torture, seppe opporre dignità e fermezza, anche se infermo e irremovibile nel silenzio, senza mai rivelare i nomi dei congiurati.

Poco dopo la metà di ottobre venne portato al “Castello” per l’interrogatorio con il Kraus e altri ufficiali appositamente nominati per svolgere il regolare processo a carico di Pastro. Il Kraus con atteggiamento severo iniziò a dire: “ quando è stato arrestato e perché” risposta: “ il 24 giugno 1851 e benché da 15 mesi incarcerato ancora non so quali siano le colpe di cui sono accusato “. Gli rispose il Kraus: “ lo saprà subito e per intanto sappia che sua eccellenza il feldmaresciallo conte Radetsky, nella sua bontà sa usare la massima indulgenza nei confronti di coloro che confessano le loro colpe e riservare il rigore contro quelli che si ostinano a negare “ ed il Pastro: “ io non ho nulla da confessare “ . allora il Kraus fece introdurre un testimone, pure lui recluso, che lo accusava e il Pastro di rimando, rivolgendosi al suo accusatore disse: “ Ella, accusandomi si macchia di uno spregevole delitto! “ ; il Kraus ancora più irritato gli disse: “ E’ ora convinto della inutilità del suo diniego? “ Pastro: “ io continuo a dichiarare falso quanto mi viene opposto! “. Terminò l’interrogatorio e fu condotto nella cella  dove i patimenti, a causa delle sofferenze fisiche si accentuarono tanto da non reggersi più in piedi e nonostante queste condizioni nella sua lunga prigionia aveva dovuto sopportare l’isolamento, i ferri, le fisiche e morali sofferenze e più di tutta la fame, lo avevano indurito con se stesso ma al contempo lo avevano reso indulgente verso gli altri, che più deboli di carattere avevano finito per porre fine alle proprie sofferenze accusando le colpe degli altri oltre che le proprie.

Pastro, però, fedele al giuramento fatto con gli amici di non confessare mai, ma apostrofare, suo malgrado, i suoi accusatori come dei calunniatori.

Intanto le sue condizioni si aggravavano sempre più, tanto da ritenere alle autorità la convinzione di evitare uno scandalo, per cui  alla fine decisero di trasferirlo ad un’altra prigione e addirittura con un vitto migliore ma, nonostante le apparenze, egli soffriva per le tristi condizioni dei compagni che molti, per porre fine alle sofferenze avevano finito di rivelare uomini e fatti tradendo i propri compagni che pur essendo uomini d’ingegno e risoluti, spontaneamente avevano accettato di associarsi in una impresa molto pericolosa avendo giurato di sopportare tutto e persino la morte.

Infine, arrivò il giorno della lettura della sentenza per tutti i congiurati e per Pastro fu la condanna a 18 anni di carcere duro ai ferri da espiarsi in una fortezza dello stato.

Qualche giorno dopo, dalle carceri della “Mainolda” fu condotto a quello del “Castello”, dove i carcerati furono meglio trattati e di seguito furono poi condotti alle fortezze della Boemia.

Dopo un lungo e penoso viaggio arrivarono alle carceri della fortezza di Theresienstaadt, la quale era ben lontana della durezza e dalla brutale severità di quella sofferta durante la detenzione in Italia.

Per qualche tempo, fatta eccezione per la libertà perduta e per le catena che, a lungo andare, finiva con il rappresentare una appendice del proprio abbigliamento, erano distratti dalla lettura per cui, tutto sommato questa detenzione appariva di grande sollievo.

Intanto, il tempo trascorreva e tutti i detenuti speravano che nella famiglia imperiale accadesse qualche evento particolare che inducesse il sovrano a concedere l’aministia per tutti i carcerati politici reclusi. E così fu! Quando il generale comandante, rivolto a Pastro, gli annunciò con compiacimento che la sovrana clemenza aveva permesso la sua liberazione che avvenne il 3 marzo 1857.

Attraversarono la Boemia, l’Austria assaporando l’aria e la gioia della tanta desiderata libertà per giungere infine alla stazione di Treviso dove una grande folla di trevigiani lo festeggiarono e lo portarono in trionfo, non senza la minaccia contro l’altro compaesano che lo avrebbe tradito accusandolo alla polizia austriaca. La folla a gran voce gli disse: “ come tu sei un eroe, così egli è una spia e noi vogliamo vendicare l’onore del paese! No, rispose Pastro, né io sono un eroe, né egli è una spia e se io che ne fui vittima sento ragionevole perdonarlo per cui porterò davanti a voi quell’infelice a cui offrirò il mio braccio, e così fece!”. Ora dopo tanti anni fu contento di averlo aiutato a redimersi.

Infine, ristorato in salute, prese la via volontaria dell’esilio; si stabilì in Piemonte e divenne medico dell’esercito nel corpo sanitario militare fino al 1884. Visse della modesta pensione senza nulla pretendere. Si prodigò nella cura degli infermi di colera meritandosi la medaglia d’oro dei benemeriti della salute pubblica. Il 26 gennaio 1910 con decreto di Re Vittorio Emanuele lll, per i grandi meriti e servizi resi alla patria, e per la cui dirittura morale rimane fulgido esempio per tutte le generazioni, fu nominato Senatore del Regno. Si spense a Venezia il 22 gennaio 1915 e le sue spoglie mortali riposano nel cimitero di San Lazzaro a Treviso.

Treviso, 17 marzo 2020      

Roberto Trevisi

 

 

 

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festafesta polizia 2019La Polizia di Stato ha celebrato quest’oggi anche a Crotone il 167° Anniversario dalla sua fondazione nel segno del tema celebrativo prescelto “Esserci sempre”. La cerimonia, svoltasi in piazza della Resistenza davanti al palazzo comunale, è stata preceduta alle ore 9 dalla deposizione di una corona di alloro presso il monumento posto all’interno del cortile della Questura. Il questore Massimo Gambino ha così reso gli onori ai caduti della Polizia di Stato. Successivamente, assieme al prefetto, la cerimonia si è spostata presso piazza della Resistenza dove sono stati consegnati dei riconoscimenti di merito agli operatori della Polizia di Stato che si sono particolarmente distinti in azioni di servizio. Inoltre sono stati comunicati i risultati conseguiti durante il decorso anno, ottenuti grazie all’impegno degli uomini e delle donne della Polizia di Stato che con spirito di sacrificio e abnegazione svolgono il loro lavoro. La cerimonia è stata allietata dall’esecuzione di alcuni brani a cura del liceo Musicale “Scaramuzza” di Crotone. Nel corso delle celebrazioni la cittadinanza ha potuto, inoltre, visitare vari stand delle specialità della Polizia di Stato.

questore gambino festa poliziaIl discorso del questore. «Per me si tratta della prima Festa della Polizia da questore – ha esordito Gambino – e potete immaginare quanta emozione questa cerimonia mi stia regalando. Il tema della celebrazione odierna, ancora una volta, su tutto il territorio nazionale è “Esserci sempre”. Ed abbiamo buoni motivi per poter affermare che la Polizia di Stato della provincia di Crotone c’è stata, c’è e sempre più vorrà esserci esprimendo il nostro impegno per questa terra». «Abbiamo atteso puntualmente – ha sottolineato il questore – ai nostri impegni in modo costante ed elevato con grande investimento di risorse, personali e professionali, sacrificando spesso affetti e dedicando tutto il nostro tempo e le nostre energie al servizio degli altri e dell’Istituzione alla quale fieramente apparteniamo. Ma tutto questo non sarebbe possibile se non ci fosse, per questa realtà, una costante attenzione da parte del dipartimento della Polizia di Stato e in particolare del capo della Polizia. Il quale, anche nella recente visita del 30 gennaio scorso, ha ribadito che, dopo un periodo di difficoltà sul piano delle assunzioni e del ricambio delle risorse umane, ci è permesso di vedere la luce in fondo al tunnel. E’ di tutta evidenza – ha sottolineato il questore – che in pochi mesi, nell’ambito di una ristrutturazione più complessa, si sia avuta un’implementazione di 30 unità nell’organico, determinando un notevole abbassamento nell’età media, nonché il ricambio di giovani funzionari, recentemente assegnati».
«Indirizzo un ringraziamento – ha proseguito Gambino – a tutti i giornalisti di ogni testata, di ogni emittente, di ogni sito, per l’attenzione stimolante che dedicano al nostro lavoro ed alle tematiche della legalità. Sono certo che potremmo ancor più collaborare per fornire ai cittadini la vera informazione ed anche gli anticorpi per difendersi da disinformazione e fake news ed educare a leggere la realtà delle cose ed anche la positività e la speranza nelle azioni efficaci di prevenzione e repressione delle Forze di Polizia. Chi produce informazione, come chi la comunica è interprete della sicurezza e pertanto soggetto complementare ed indefettibile di una stessa squadra».

questore gambino onorificenze poliziaELENCO PREMIATI FESTA DELLA POLIZIA 2019.

MEDAGLIA DI BRONZO AL VALORE CIVILE
Conferita all’Ass. C. MARTILOTTI Alfonso, in servizio presso la Squadra Mobile della Questura di Crotone per la seguente motivazione:
"Con ferma determinazione e umana solidarietà, unitamente a un collega, interveniva in soccorso di una donna che, con evidenti intenti suicidi, si era gettata da un ponte nelle gelide acque di un fiume. Raggiunta la malcapitata, con l'aiuto del collega, riusciva ad afferrarla e a trarla in salvo, scongiurando più gravi conseguenze. Chiaro esempio di non comune senso del dovere e di elette virtù civiche."
Prato, 14 dicembre 2012.

PROMOZIONE PER MERITO STRAORDINARIO
Conferita:
- all’Ass. Capo LATERZA Roberto Cesare, in servizio presso l’Ufficio Immigrazione della Questura di Crotone
- All’Ag. Sc. NEGRO Vincenzo, in servizio presso l’U.P.G.S.P. della Questura di Crotone

per la seguente motivazione:
"Evidenziando eccezionali capacità professionali, non comune determinazione operativa ed incuranti del pericolo espletavano un'operazione di polizia giudiziaria che si concludeva con l'arresto in flagranza di due cittadini stranieri, responsabili dei reati di tentato omicidio, lesioni plurime aggravate, violenza, minacce e lesioni a pubblico ufficiale nonché dei reati sulle armi. Nella circostanza, i due operatori, dopo una violenta colluttazione, riuscivano a bloccare e a disarmare due pericolosi malviventi armati rispettivamente di un collo di bottiglia di vetro rotto ed un "nunchaku", riportando lesioni per le quali erano costretti a ricorrere alle cure mediche. Chiaro esempio di abnegazione, coraggio ed alto senso del dovere."
Crotone, 2 settembre 2016.

LODE
Conferita all’Ass. C. LOMBARDO Roberto, in servizio presso l’U.P.G.S.P. della Questura di Crotone per la seguente motivazione:
"In servizio presso l'U.P.G.S.P., con impegno e senso del dovere, portava a termine un intervento di soccorso pubblico in favore di un uomo che aveva posto in essere evidenti propositi suicidari."
Crotone, 27 giugno 2016.

LODE
Conferita:
al Sost. Comm. RUSSO Giuseppe
all’Ass. C. Coord. SCACCIANOCE Antonio
all’Ass. C. Coord. MONTEFUSCO Fabrizio
all’Ass. TISO Gennaro
in servizio presso la Squadra Mobile della Questura di Crotone per la seguente motivazione:
"Per l'impegno profuso nell'espletare un'operazione di polizia giudiziaria che portava all'arresto di alcune persone, ritenute responsabili di immigrazione clandestina."
Crotone, 8 aprile 2016.

LODE
Conferita:
all’Isp. C. D’ANGELO Andrea
al V. Sov. CURIA Ignazio
all’Ass. C. Coordinatore BLACONA’ Francesco
All’Ass. C. FRANCAVILLA Daniele
All’Ass. C. MARTILOTTI Alfonso
All’Ass. SERRAVALLE Rocco
in servizio presso la Squadra Mobile della Questura di Crotone per la seguente motivazione:
"Dando prova di intuito investigativo e capacità professionali, si distinguevano in una delicata indagine di polizia giudiziaria, che si concludeva con l'emissione di una misura cautelare interdittiva della sospensione dell'esercizio di un pubblico ufficio a carico di una maestra della scuola di infanzia, a seguito di maltrattamenti cagionati ai piccoli alunni."
Crotone, 20 dicembre 2016

LODE
Conferita:
all’Ag. Sc. NINO Antonio
in servizio presso l’UPGSP della Questura di Crotone per la seguente motivazione:
"Per l'impegno profuso nell'espletamento di una operazione di polizia giudiziaria che si concludeva con l'arresto di una persona per i reati di maltrattamenti in famiglia e resistenza a pubblico ufficiale, nonché con il salvataggio della stessa."
Crotone, 25 settembre 2017

Il Questore della provincia di Crotone in relazione all’impegno continuo nelle attività di supporto e logistiche nell’ambito della Questura consegna all’Assistente Economico Finanziario Davide RIZZOTTO una pergamena di compiacimento per il lavoro svolto e a testimonianza della sinergia con tutto il personale dell’Amministrazione civile dell’Interno.

Sono state altresì concesse 30 onorificenze, in favore di altrettanti appartenenti alla Polizia di Stato per questa ricorrenza, a cui vanno la nostra riconoscenza e apprezzamento.

 

 

 

 

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guardia fiananza entrata caserma pirilloOltre mille persone denunciate per aver perpetrato truffe ai danni del sistema previdenziale ma anche 92 soggetti stanati e denunciati per aver percepito indebitamente finanziamenti nazionali e europei pari a 2,4 milioni di euro. Sono alcuni dei risultati piu' significativi conseguiti nel corso dell'anno trascorso dalla Guardia di finanza di Crotone, resi noti questa mattina nel corso della celebrazione dell'anniversario del corpo presso la caserma Pirillo. Le fiamme gialle crotonesi hanno quindi accertato un'evasione delle imposte pari ad oltre 26 milioni di euro, denunciato 79 persone per reati fiscali, 8 delle quali arrestate, sequestrato disponibilita' patrimoniali e finanziarie ai responsabili di frodi fiscali per circa 3 milioni di euro, cui si aggiungono le ulteriori proposte di sequestro gia' avanzate, pari a 16 milioni di euro. E ancora sono stati scoperti 19 evasori totali. Con l'operazione Ocris e' stato sgominato un sodalizio criminale transnazionale, con sede nella provincia di Crotone e ramificazioni operative in Italia e all'estero, dedito all'illecita commercializzazione di prodotti petroliferi introdotti nel territorio nazionale in evasione di imposta, che ha portato all'arresto di 6 persone, accertando un danno complessivo per l'erario di oltre 1,2 milioni di euro. Per quanto riguarda il contrasto alla criminalita' organizzata sono stati svolti accertamenti economico-patrimoniali a carico di condannati ed indiziati di appartenere ad associazioni mafiose e loro prestanome che hanno portato alla confisca di beni per un valore di oltre 25 milioni di euro. Ulteriori 37,5 milioni sono stati sequestrati. Il comandante provinciale della Guardia di finanza, colonnello Emilio Fiora, in occasione della ricorrenza ha premiato due studenti dell'istituto scolastico "Pertini-Santoni" di Crotone, distintisi nell'ambito del progetto "Educazione alla legalita' economica" svoltosi nel passato anno scolastico.

 

 

 

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questore prefetto festa polizia 2018La Polizia ha celebrato il suo 166esimo anniversario anche a Crotone con due momenti officiati questa mattina. La cerimonia ufficiale è stata infatti preceduta, alle ore 9.30, dalla deposizione di una corona di alloro presso il monumento posto all’interno del cortile della Questura, da parte del prefetto e del questore di Crotone, per rendere gli onori ai caduti della Polizia di Stato. Successivamente, la cerimonia si è spostata presso il molo della Lega Navale di Crotone, a partire dalle ore 11. Nel corso della cerimonia si è proceduto alla consegna dei riconoscimenti di merito agli operatori della Polizia di Stato che si sono particolarmente distinti in azioni di servizio. Il questore Claudio Sanfilippo ha quindi comunicato i risultati conseguiti durante l’anno ormai trascorso.

questore prefetto festa polizia 2018 2 In apertura di discorso, il questore Sanfilippo ha ricordato gli omicidi di Antonella Lettieri e Giuseppe Parretta. «Vorrei ricordare oggi – ha detto Sanfilippo – due gravissimi fatti di sangue che hanno distrutto nelle coscienze la nostra comunità e noi tutti: due omicidi che seppur con motivazioni differenti hanno un comune denominatore: il disprezzo per la vita umana, la totale assenza dei valori fondamentali del vivere civile. Mi riferisco – ha specificato – agli omicidi della signora Antonella Lettieri avvenuto l’8 marzo dello scorso anno e del giovane Giuseppe Parretta avvenuto il 13 gennaio scorso ai cui familiari rivolgo il mio toccato pensiero. Due gravissimi fatti – ha commentato – fortunatamente risolti con l’arresto dei colpevoli segno di una pronta ed efficace risposta dello Stato».

festa polizia 2018 Il questore ha quindi ringraziato, nel piazzale della Lega navale, «gli uomini e le donne della questura di Crotone per 'esserci sempre'». Poi i dati sulla sicurezzza. «Dalla classifica pubblicata dal quotidiano Il sole 24 ore – ha detto il questore – il 30 novembre 2017 sulla qualita' della vita, nella voce sicurezza e giustizia Crotone e' al decimo posto. Frutto dell'attivita' svolta».

 

 

 

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lea garofalo sito internoROMA - La sua vita e' finita a 35 anni il 24 novembre 2009 per mano dell'ex compagno, un capo 'ndrangheta che non aveva mai accettato la sua ribellione ad una vita sottomessa al clan. Cosi' il ministero dell'Interno, sul suo sito, ricorda Lea Garofano, sparita a Milano, dove si era recata con la figlia Denise. Le indagini accerteranno il 24 novembre 2009 la donna spari' e quella fu anche la data del suo omicidio, il cui mandante fu riconosciuto nell'ex compagno Carlo Cosco, che negli anni precedenti era diventato un esponente di rilevo della 'ndrangheta a Milano. Il corpo di Lea, portato a San Fruttuoso, un quartiere di Monza, venne dato alle fiamme per tre giorni fino alla completa distruzione. La figura di Lea Garofalo è stata ricordata anche durante gli Stati generali della lotta alle mafie in corso a Milano. E' stata la vicepresidente dell'associazione Libera, Enza Rando, a spiegare che, alle 19.30, partendo da via Montello, a Milano, dove abitava da donna che aveva deciso di collaborare con la giustizia, si terrà una fiaccolata che si concluderà in una scuola con uno spettacolo teatrale "in ricordo di tutte le donne – hanno detto i promotori - che hanno avuto il coraggio di affrancarsi dalla violenza, perché altre abbiano il coraggio di farlo".

funerali lea garofalo"La colpa di Lea, agli occhi di Cosco - ricostruisce il Viminale - fu quella di non essersi sottomessa ad una vita regolata dai dettami delle famiglie 'ndranghetiste e di aver preteso un distacco, fuggendo insieme alla figlia lontano da Milano, la citta' dove si era trasferita in giovane eta' insieme a Cosco, e dalla sua terra d'origine, Petilia Policastro in provincia di Crotone, alla ricerca di una nuova possibilita', quella di vivere con la figlia una vita normale e nella legalita'". "Questa pretesa non gli fu mai perdonata e, anzi, fu considerata dall'ex compagno e padre di sua figlia - si ricostruisce sul sito - un affronto inconcepibile, che ne decreto' la condanna a morte. Diversi furono, infatti, nel tempo i tentativi da parte di Cosco di ucciderla, attraverso dei sicari. Tentativi che, infine, si concretizzarono nel novembre del 2009, quando Lea e la figlia furono attratte nel capoluogo lombardo in una trappola ordita proprio dal Cosco, che finse una momentanea riappacificazione in nome del bene della figlia". Lea Garofalo e' considerata, dunque, un simbolo del coraggio di una donna che ha perso la vita per la verita'. E' stata uccisa non solo perche' aveva collaborato con la giustizia, rivelando in diversi frangenti i retroscena della vita 'ndranghetista di cui era stata testimone, facendo luce sulle faide interne tra la famiglia Garofalo e gli omicidi di carattere mafioso avvenuti alla fine degli anni novanta a Milano, ma anche perche' come donna si era ribellata agli uomini del clan, non cedendo, pur essendo cresciuta in un ambiente mafioso, alla tacita richiesta di corresponsabilita' omertosa. Non si e' prestata, ad esempio, a fare da collegamento fra gli uomini della cosca latitanti o in carcere e i membri dell'organizzazione ancora liberi, spezzando il tradizionale schema di tutela famigliare.

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guardia fiananza entrata caserma pirilloConsuntivo dell’attività svolta dalle Fiamme gialle di Crotone nei primi cinque mesi del 2017. Si è svolta questa mattina, nella Caserma “Pirillo”, sede dei Reparti del Corpo di Crotone, la cerimonia celebrativa per la ricorrenza del 243° Anniversario dalla fondazione della Guardia di finanza. Alla cerimonia, a carattere interno, hanno partecipato una rappresentanza del personale in servizio alla sede, nonché di quello in congedo appartenente alla locale Sezione Anfi (Associazione nazionale finanzieri d’Italia). Dopo la lettura del messaggio del Presidente della Repubblica e dell’ordine del giorno del comandante generale della Guardia di finanza, Giorgio Toschi, il comandante provinciale ha tenuto un breve discorso e, successivamente, ha proceduto alla consegna delle ricompense di ordine morale per i militari particolarmente distintisi in operazioni di servizio. La ricorrenza dell’anniversario della fondazione del Corpo costituisce anche un’occasione per tracciare un consuntivo dell’attività operativa svolta nei primi cinque mesi dell’anno 2017, durante i quali le Fiamme Gialle pitagoriche, in linea con le direttive del Comando generale del corpo, hanno perseguito i tre obiettivi definiti “strategici”, ossia il contrasto all'elusione e alle frodi fiscali, il contrasto agli illeciti in materia di spesa pubblica ed il contrasto alla criminalità economica e finanziaria, ai quali se ne aggiunge uno di natura “strutturale” definito in tal modo perché corrispondente alle funzioni stabilmente affidate alla Guardia di Finanza quale organo di polizia giudiziaria a competenza generale ed alla sua appartenenza al sistema della sicurezza.

 

LOTTA ALLE FRODI FISCALI, ALL’ECONOMIA SOMMERSA ED AL GIOCO ILLEGALE. La lotta all'evasione fiscale è stata condotta mediante 39 interventi tra verifiche e controlli eseguiti anche grazie all’utilizzo delle oltre 40 banche dati e applicativi nella disponibilità del Corpo. Nel contrasto all’economia sommersa sono stati scoperti 3 soggetti “evasori totali”, mentre con specifico riferimento allo sfruttamento della manodopera irregolare o “in nero” 3 datori di lavoro sono risultati aver impiegato 6 lavoratori in “nero”. I controlli strumentali sono stati complessivamente 550, registrando il 42% di irregolarità. Nella lotta al gioco ed alle scommesse illegali sono stati effettuati 9 controlli, riscontrate 5 violazioni, sottoposti a sequestro di 2 apparecchi terminali (cosiddetti totem) e verbalizzati 16 soggetti.

 

ILLECITI IN MATERIA DI SPESA PUBBLICA E ILLEGALITA’ NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE. Scoperti casi di illegittima percezione o richiesta di finanziamenti (pubblici, comunitari e nazionali) per oltre 1 milione di euro e 4 soggetti denunciati. Individuate truffe nel settore previdenziale con la denuncia all’Autorità giudiziaria di 96 soggetti.

 

CONTRASTO ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA ED ECONOMICO-FINANZIARIA. Nell'ambito della lotta alla criminalità organizzata, nel mese di maggio scorso, in un’operazione congiunta con i Carabinieri e la Polizia di Stato, in esecuzione dei provvedimenti emessi dalla Dda di Catanzaro, sono state tratte in arresto 33 persone, accusate di associazione di tipo mafioso e sequestrati beni ed imprese riconducibili agli indagati per ottantaquattro milioni di euro (operazione Jonny, ndr). Dalle investigazioni, oltre alle tradizionali dinamiche criminali legate alle estorsioni, capillarmente esercitate sul territorio catanzarese oltre che su quello crotonese ed ai traffici di droga, sono emersi gli interessi della cosca Arena nella gestione del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto e nelle attività legate al gioco ed alle scommesse. Sono state così tratte in arresto 33 persone, accusate di associazione di tipo mafioso e sequestrati beni ed imprese riconducibili agli indagati per ottantaquattro milioni di Euro. Dalle investigazioni, oltre alle tradizionali dinamiche criminali legate alle estorsioni, capillarmente esercitate sul territorio catanzarese oltre che su quello crotonese ed ai traffici di droga, sono emersi gli interessi della cosca Arena nella gestione del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto e nelle attività legate al gioco ed alle scommesse. In materia di riciclaggio sono stati effettuati 3 interventi e sequestro di valori per oltre 12 milioni di euro. Svolti accertamenti economico-patrimoniali a carico di condannati ed indiziati di appartenente ad associazioni mafiose e loro prestanome. Effettuata confisca di beni per un valore di oltre 20 milioni di Euro.

 

IL CONCORSO ALLA SICUREZZA INTERNA ED ESTERNA DEL PAESE. Sono stati eseguiti  25 interventi, anche con l’impiego di unità cinofile, all’esito dei quali sono state tratte in arresto n. 4 persone, denunciate a piede libero 2 persone, segnalate al Prefetto 8 soggetti e sottoposti a sequestro di sostanze stupefacenti: grammi 500 hashish e marijuana e grammi 50 di cocaina.

 

 

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