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Sabato, 16 Ottobre 2021

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L'Afghanistan è una ferita aperta che, in questa estate assai rovente, sta facendo riemergere nel mondo occidentale vecchie paure e nuove precoccupazioni. Le immagini che ci giungono dall'Asia ci restituiscono l'immagine di un Paese nuovamente in mano ai talebani con una popolazione pronta a un nuovo esodo in ragione di un regime che calpesta i diritti umani in ragione di un credo reinterpretato e utilizzato come una mannaia.

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Sui contenuti e gli eventuali scenari apertisi dopo il vertice di ieri al ministero della Sviluppo economico per la vertenza Abramo customer care ne abbiamo discusso, come sempre più spesso accade su questa testata, con il parere professionale dell’avvocato Giuseppe Donnici, esperto di procedure concorsuali che sta supportando gratuitamente la problematica dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali travolti dalla crisi aziendale.

Salve avvocato, ieri presso il ministero dello viluppo economico si è riunito il tavolo di crisi relativo alla vertenza Abramo customer care...

Ne sono al corrente. Io, però, non ho potuto partecipare a causa di concomitanti impegni precedentemente assunti. Nella serata di ieri ho, comunque, avuto un lungo colloquio con l’onorevole, Elisabetta Barbuto, per fare il punto della situazione.

Che novità ci sono?

Dal punto di vista procedurale, ancora nessuna. Siamo in attesa che il Tribunale si determini sul prosieguo della procedura considerato che le vendite sono andate deserte. Sul punto abbiamo già detto che la norma prevede la possibilità di riparametrare il concordato alla luce della predetta evenienza. Quindi, mi farebbe piacere sapere da Abramo se in relazione a questa ipotesi stanno già lavorando.

Si è parlato di clausola sociale. Può spiegarci che cosa è e come funziona?

I rapporti di lavoro nell’ambito dei call center sono da sempre caratterizzati da una certa flessibilità. Il datore di lavoro è in grado di garantire il posto di lavoro fintanto che la gara di appalto vinta non ha esaurito il suo normale corso. In passato è capitato che la gestione di un servizio, iniziata con un determinato call center, sia passata ad un altro soggetto. La conseguenza è stata l’interruzione dei rapporti di lavoro da parte della prima azienda. Al fine di evitare tutto questo, su pressione dei sindacati, è stato siglato un accordo tra le associazioni di categoria, confluito poi nel contratto collettivo nazionale, che, detta in maniera atecnica, obbliga la nuova azienda vincitrice dell’appalto di gestione ad assorbire i lavoratori dell’azienda che, invece, lo ha perso. In pratica il rapporto di lavoro prosegue con l’appaltatore subentrante. Il problema, quindi, diventa di carattere generale nel senso che conciliare la tutela dei posti di lavoro con la libertà di iniziativa economica a volte diventa quasi impossibile.

I sindacati hanno emanato una nota con la quale dicono che le ipotesi sono 3: nuova vendita (poco probabile), amministrazione controllata o fallimento. Lei cosa ne pensa?.

Io posso parlare solo di diritto. Ribadisco che l’articolo 163 bis della legge fallimentare al penultimo comma ci dice chiaramente che il debitore deve modificare la proposta ed il piano tenuto conto dell’esito della gara. Tra l’altro, è una cosa logica: se il cuore del concordato era rappresentato dalle offerte irrevocabili di acquisto che, comunque, nonostante la gara, non hanno provocato alcuna aggiudicazione, è precipuo diritto del debitore (abramo) riparametrare il concordato con nuove plausibili soluzioni.

L’amministrazione controllata a cosa serve?

E’ una procedura molto simile al concordato preventivo poiché, a differenza del fallimento, il proprietario non viene esautorato dalle funzioni amministrative e di gestione che possono essere esercitate seppur con delle limitazioni e sotto stretta sorveglianza. Il fine è quello di preservare il patrimonio produttivo delle grosse imprese mediante la prosecuzione delle attività. Il presupposto per l’ammissione, invece, consiste nella concreta possibiltà di recupero dell’equilibrio economico che potrà avvenire attraverso la cessione del complesso aziendale oppure attraverso una ristrutturazione economica e finanziaria dell’impresa. Dopo la dichiarazione di apertura dell’amministrazione straordinaria da parte del Tribunale, la gestione passa al ministero dello sviluppo economico che deve vigilare sullo svolgimento della procedura.

In conclusione, cosa si sente di dire a chi sta leggendo questo articolo?

Anche in questo caso, prima di tutto devo parlare di diritto: dobbiamo aspettare le decisioni del Tribunale che, spero, vengano adottate quanto prima posto che in ballo c’è la tenuta economica e sociale dell’intera provincia di Crotone. Poi, mi sento di condividere la frustrazione dei dipendenti e delle loro famiglie. Il loro dolore è il dolore di ogni crotonese degno di questo nome. Per questo invito la proprietà Abramo a riferire al più presto che cosa stanno facendo in concreto per raddrizzare la situazione tenuto conto del fatto che le aste sono andate deserte. Aggiungo che scriveremo una mail al professor Romano Prodi perché riteniamo sia giusto coinvolgerlo nella vicenda. 

 

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Deluse le speranze dei circa 3mila dipendenti calabresi dell’Abramo customer care che questo pomeriggio hanno visto andare in fumo l’esito dell’asta indetta dal Tribunale di Roma. Su quanto accaduto abbiamo chiesto informazioni all’avvocato crotonese Giuseppe Donnici in qualità di esperto di procedure concorsuali che sta supportando gratuitamente la problematica dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali travolti dalla crisi aziendale.

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L'avvocato crotonese Giuseppe Donnici, in qualità di esperto di procedure concorsuali, sta supportartando gratuitamente la problematica dei lavoratori e delle rappresentanze sindacali travolti dalla crisi della Abramo customer care. Abbiamo cercato di fare chiarezza in merito ai recenti sviluppi della transizione aziendale in atto.

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«L’Associazione che rappresento ha scelto di porsi al servizio dei professionisti che si occupano della Crisi d’Impresa. Questa mission può raggiungere i risultati auspicati solo se l’esperienza che sgorga da questa comunione di intenti viene, poi, trasferita all’utilizzatore finale: le aziende in crisi». È quanto scrive Giuseppe Donnici in qualità di presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziari della provincia di Crotone.

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IL SALVAGENTE│La nostra rubrica settimanale oggi si occuperà degli strumenti che la legge mette a disposizione dei cittadini indebitati e delle piccole imprese, ormai al collasso, al fine di consentire loro una rapida uscita dalla situazione di crisi. Chiederemo all’avvocato Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziari della provincia di Crotone, di spiegarci, con estrema semplicità, cosa è possibile fare in concreto.

Salve avvocato, quali strumenti hanno i cittadini e le piccole imprese per uscire dalla situazione debitoria in cui si trovano?

Il legislatore, da tempo, ha confezionato alcuni istituti a beneficio dei privati e delle piccole imprese. Entrambi, purtroppo, risultano poco applicati alle nostre latitudini. Per chiarezza, dobbiamo partire da quanto avevamo detto nella precedente intervista in relazione agli strumenti messi a disposizione delle imprese potenzialmente soggette alla dichiarazione di fallimento. Queste imprese, che per semplicità possiamo definire medio/grandi, possono utilizzare lo strumento del piano attestato di risanamento, dell’accordo di ristrutturazione dei debiti o del concordato preventivo. Non tutte le imprese, però, rientrano in questi parametri dimensionali, alcune sono più piccole, altre esercitano attività per le quali è espressamente prevista l’applicazione di normative diverse da quella fallimentare.

Quindi c’è una doppia normativa? Quali sono gli strumenti a disposizione del piccolo imprenditore?

Ad oggi, c’è una doppia normativa. Un professionista del settore, però, riesce a districarsi agevolmente tra le varie discipline. In pratica il legislatore si è occupato anche delle imprese più piccole, quelle che sarebbero state inserite nella, ormai superata, categoria giuridica dei piccoli imprenditori. Pensi, per esempio, alle piccole attività commerciali cittadine. La piccola impresa che si trova in uno stato di sovraindebitamento può proporre ai propri creditori un accordo di composizione che preveda il rientro dall’esposizione debitoria attraverso una rinegoziazione degli importi e delle relative scadenze.

Che significa sovraindebitamento in parole semplici?

La norma ci consegna una risposta specifica che dipinge lo status di sovraindebitato. Noi, sintetizzando, possiamo dire che è sovraindebitato colui che, pur volendo, non ha più la possibilità di far fronte ai propri impegni economici.

L’accordo di composizione consente al debitore di uscire dalla situazione di sovraindebitamento? Qual è l’iter procedurale? Può fare un esempio?

Partiamo dall’esempio: se sono un imprenditore di piccole dimensioni non soggetto, quindi, alla dichiarazione di fallimento, posso proporre ai miei creditori un accordo di ristrutturazione dei debiti e di soddisfazione dei crediti sulla base di un piano che preveda una complessiva riorganizzazione delle scadenze e degli importi da pagare. Anche i creditori ipotecari possono essere pagati in misura inferiore al loro credito, purché si rispettino alcuni requisiti previsti dalla legge 3/2012. Per quanto riguarda l’iter procedurale, in estrema sintesi, possiamo dire che il debitore, con l’ausilio di un professionista del settore, depositerà il piano; il tribunale competente fisserà l’udienza disponendo che il piano venga comunicato ai creditori; si tenterà, quindi, di raggiungere un accordo che dovrà soddisfare almeno il 60 % dei crediti e, in caso positivo, l’accordo di composizione verrà omologato. Chiaramente, il professionista esperto, prenderà contatti e cercherà di trovare un accordo con i vari creditori, prima dell’ingresso in Tribunale. Questo modus operandi consentirà all’istante di aumentare considerevolmente le possibilità di ottenere l’omologa del piano.

La normativa, quindi, prevede il pagamento del 60 % dei creditori?

Deve essere pagato il 60 % dei crediti, non dei creditori. Potenzialmente il 60 % dei crediti può essere detenuto da un unico soggetto. Banalizzando il concetto, possiamo dire che se il richiedente ha 100 mila euro di debiti con la banca da pagare subito, se la potrà cavare pagandone 60 mila e alle scadenze riviste dall’accordo presentato in Tribunale.

Per i privati cittadini cosa prevede la normativa?

La normativa è rivolta al consumatore, ossia a quella persona fisica che ha contratto debiti per scopi estranei alla propria attività imprenditoriale o professionale. Per questo motivo lo strumento messo a disposizione dal legislatore è stato chiamato Piano del Consumatore. Iniziamo col dire che, se il piano è fattibile, il Tribunale, effettuate una serie di verifiche, lo omologherà e si potrà accedere alla fase dell’esecuzione del piano stesso. L’iter procedurale è lo stesso dell’accordo di ristrutturazione con il vantaggio che non sarà necessario ottenere le percentuali di consenso perché, per questo strumento, non è previsto l’assenso dei creditori. Al fine di incentivarne l’utilizzo, sono anche previste alcune misure di favore tipo la sospensione delle procedure esecutive.  Sintetizzando, possiamo affermare che, se dal piano emerge che l’esposizione debitoria non è stata provocata dalla voglia sfrenata di consumo, ma il debitore ha assunto i propri obblighi con la ragionevole e fondata prospettiva di poterli adempiere tenuto, anche, conto delle proprie capacità patrimoniali, il Tribunale dovrà omologarlo ed il consumatore beneficerà della ristrutturazione, al ribasso, della propria esposizione debitoria.

Esistono altri strumenti? Può indicarli riferendo solo gli elementi essenziali?

La normativa prevede la possibilità di ottenere la liquidazione del patrimonio del debitore. E’ la procedura più complessa e l’esigenza di sintesi ci consentirà di fare solo un rapido cenno. Può essere chiesta dal debitore in alternativa alle altre due procedure di cui abbiamo parlato, oppure da un creditore che chiede la conversione in liquidazione dell’accordo o del piano. Il debitore presenterà all’Organismo di Composizione della Crisi (Occ) la richiesta di nomina di un professionista facente funzioni e depositerà il ricorso per l’ammissione alla procedura; Il Giudice designato, verificati i requisiti di accesso, aprirà la liquidazione. Entro un anno dalla chiusura della procedura di liquidazione il debitore può chiedere l’esdebitazione, ossia la liberazione di ogni altro debito residuo.

In definitiva, qual è il messaggio che vuole inviare ai lettori?

Esistono tanti strumenti a disposizione di chi si trova in un momento particolare. Affidatevi a professionisti del settore per farvi consigliare in che modo è possibile gestire o uscire dalla crisi. L’Associazione che ho l’onore di presiedere è a disposizione per rendere chiarimenti ed indirizzare chi ne ha bisogno verso una nuova prospettiva. E’ quello di cui, ora, abbiamo più bisogno.

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