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Sabato, 04 Dicembre 2021

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Terrore e fuga dall'Afghanistan: le ragioni di un conflitto che coinvolge le superpotenze

Posted On Mercoledì, 18 Agosto 2021 11:16 Scritto da Redazione

L'Afghanistan è una ferita aperta che, in questa estate assai rovente, sta facendo riemergere nel mondo occidentale vecchie paure e nuove precoccupazioni. Le immagini che ci giungono dall'Asia ci restituiscono l'immagine di un Paese nuovamente in mano ai talebani con una popolazione pronta a un nuovo esodo in ragione di un regime che calpesta i diritti umani in ragione di un credo reinterpretato e utilizzato come una mannaia.

Dei riflessi e delle cause di questa che si profila come l'ennesima tragedia umana ne abbiamo parlato con l'avvocato crotonese, Giuseppe Donnici.

Stiamo osservando con grande apprensione le immagini che giungono dall’Afghanistan. Che cosa sta succedendo?

Personalmente ritengo che la fotografia più emblematica sia quella delle persone che cadono dall’aereo americano al quale si erano letteralmente aggrappate per fuggire dal paese. L’atteggiamento ci indica una popolazione spaventata dal ritorno dei Talebani ed il conseguente innescarsi di una gravissima crisi umanitaria. Per comprendere a pieno le dinamiche della vicenda dobbiamo fare un salto nel passato e ritornare agli attentati del 2001 negli Stati uniti ed alle strategie da questi messe in campo negli anni immediatamente successivi nei quali si è scatenata una caccia furiosa ad Osama Bin Laden rappresentato  dalla propaganda statunitense come l’incarnazione del male. La matassa, in realtà, era molto più ingarbugliata e coinvolgeva aspetti di geopolitica che, ovviamente, non sono mai stati divulgati ma che, nel tempo, anche grazie alla rete, sono stati dipanati e diffusi. Voglio ricordare a tutti, però, che la catastrofe umanitaria era facilmente prevedibile.

Che vuol dire? In che modo?

Nel mese di febbraio del 2020, Mike Pompeo, segretario di Stato durante l’amministrazione Trump, e il numero 2 dei talebani hanno siglato un accordo a Doha, in Qatar, che prevedeva l’abbandono del territorio Afghano da parte delle truppe Americane e, di conseguenza, di tutti gli altri. Gli analisti avevano previsto una uscita più lenta e ragionata, invece le scene di cui parlavamo prima ci consegnano una isteria di massa che può essere generata solo da una exit strategy non proprio inclusiva, per esempio, degli interessi delle persone che, sinora, hanno lavorato al fianco degli occidentali nelle amministrazioni locali, nell’esercito e nei vari apparati creati negli ultimi venti anni. Questi soggetti, letteralmente abbandonati, almeno sinora, temono che il ritorno dei talebani suoni come la loro condanna a morte. Alcune agenzie hanno già riferito di rastrellamenti effettuati casa per casa con l’intenzione di vendicarsi di tutti coloro che negli ultimi venti anni hanno “rinnegato” le loro tradizioni vivendo in maniera più “occidentalizzata”.  In buona sostanza, nonostante i proclami, il ritorno dei talebani e la nascita dell’emirato islamico preoccupa soprattutto gli afghani che, come abbiamo visto, sono disposti a tutto pur di fuggire. Voglio aggiungere che non conosciamo esattamente il contenuto dell’accordo di Doha e, per questo motivo, in questo momento le intelligence occidentali brancolano un po’ nel buio perché non sono in grado di strutturare strategie adeguate.

In pratica i talebani, dapprima osteggiati e combattuti a domicilio dagli americani, dopo l’accordo di Doha si stanno riprendendo il paese?

Più che riprenderselo, credo che sia più corretto dire che glielo hanno riconsegnato. Basti questa considerazione: l’esercito afghano è composto da circa 300mila soldati addestrati e armati dagli Americani. Quello Talebano è composto da circa 70mila unità.  Dal punto di vista numerico, quindi, l’esercito regolare afgano è quattro volte superiore a quello talebano. A questo dato oggettivo, però, dobbiamo aggiungerne un altro di carattere “soggettivo”: l’esercito afgano ha sempre considerato quello Statunitense come il fratello maggiore cui fare riferimento, anche dal punto di vista economico. Gli accordi stipulati a Doha hanno, però, creato un senso di totale disaffezione e sfiducia nelle milizie afgane che, in pratica, hanno visto il loro “fratello maggiore” scendere a patti proprio con i soggetti contro i quali avevano combattuto: i talebani. A questo punto, perché mai l’esercito regolare avrebbe dovuto osteggiare l’avanzata talebana se questa godeva di un’ampia legittimazione internazionale? Perché questi soldati avrebbero dovuto preferire la battaglia se tutta la comunità internazionale, in primis gli Stati Uniti, avevano legittimato la consegna dell’intero paese nelle mani dei talebani?  Ovviamente, ogni forma di resistenza si è sciolta come neve al sole.

L’opinione pubblica statunitense è contro la guerra in Afghanistan. E’ questo il motivo della smobilitazione? 

Subito dopo l’11 settembre, le forze occidentali si sono concentrate sull’Afghanistan e sul Pakistan dove, qualche anno dopo, è stato ucciso Osama Bin Laden. Con il passare degli anni, però, tutti, e soprattutto gli Stati Uniti, hanno compreso sempre di più l’inutilità di questa guerra sotto un duplice profilo: quello strategico, perché hanno compreso che in questo momento, e per i prossimi cinquanta anni, l’unico fronte degno di essere affrontato con ingenti risorse economiche e militari è quello che mira ad arginare le mire espansionistiche Cinesi. Il secondo profilo è quello che, ormai, sembra a tutti ovvio: gli occidentali sono stati sempre visti come invasori e questo non ha fatto altro che rafforzare un sentimento negativo che, nell’accezione più estrema, ha rimpolpato le fila dei talebani ottenendo, quindi, un risultato opposto rispetto a quello sperato.

Ora cosa succederà?

Secondo me gli Stati Uniti hanno deciso di andarsene perché intendono lasciare la patata bollente alla Cina e alla Russia che, infatti, insieme a poche altre, sono le uniche a non aver evacuato le ambasciate. Questo atteggiamento rientra nell’ottica più generale della costruzione di un argine all’espansione Cinese che, come dicevamo prima, sarà la nuova sfida del mondo occidentale. Ricordiamoci che l’Afghanistan confina con la Cina stessa e con il Pakistan, che durante l’era Trump, ha rafforzato i rapporti con la Cina tanto da diventarne il primo partner commerciale. Il disordine di una nazione così vicina non è ben visto da Pechino perché crea un ostacolo all’espansione verso occidente che prima, paradossalmente, era agevolata proprio dalla presenza americana in Afghanistan. Inoltre, attraverso il Pakistan e l’Afghanistan la Cina vuole ottenere lo sbocco sull’oceano indiano che le garantirebbe l’accesso più semplice ai mercati indiani ed europei attraverso il canale di Suez.  Aggiungo, nell’ottica di una considerazione generale dei dati che consentiranno ai Cinesi di determinare le future strategie, che la nascita di uno stato fondamentalista potrebbe provocare problemi nella regione strategica dello Xinjiang, abitata dagli Uiguri che, fomentati da nuove spinte integraliste, potrebbero creare problemi per l’accesso all’oceano indiano di cui parlavamo prima.