L'arte bianca
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CROTONE Se non è un corpo a corpo, è ormai un vero e proprio braccio di ferro quello innescato con la pubblica accusa dall'ex consigliere regionale Enzo Sculco, 75 anni, imputato chiave del processo “Glicine Acheronte”, scaturito dall'inchiesta del giugno 2023 che oggi vede alla sbarra 101 imputati tra cui numerosi esponenti della politica calabrese. Il dibattimento sta tentando di fare luce su un presunto comitato affaristico-mafioso.

Nell'udienza del 26 febbraio scorso, Sculco, che ha segnato sul proprio calendario il 21esimo mese di domiciliari, è intervenuto nuovamente nel corso dell'udienza con dichiarazioni spontanee, così come aveva fatto in quella precedente dove aveva chiarito alcuni aspetti legati alle indagini svolte dai carabinieri su Antica Kroton e Piscina olimpionica comunale. 

Nella lente dell'imputato, ieri, sono invece finite alcune dichiarazioni fatte dal sostituto procuratore, Alessandro Rho, titolare dell'inchiesta, in merito a vicende legate alla Fiera mariana del 2019. Secondo quanto raccolto nell'indagine, il Comune di Crotone guidato allora dal sindaco Ugo Pugliese avrebbe affidato l'organizzazione della fiera alla società "La Rosa Fiere" e, sempre secondo l'accusa, questa avrebbe svolto il servizio assumendo tra le sue alcuni presunti esponenti del clan dei "papaniciari".

Quasi un siparietto, ormai, quello che precede ogni dichiarazione spontanea dell'ex consigliere regionale, con il presidente del collegio giudicante, Gerardo D'Ambrosio, rigido nel richiamare l'imputato al rispetto dei tempi e della contestualità delle precisazioni, e con il secondo pronto a legittimare la sue esigenze di difesa. «Sarò breve - ha esordito Sculco nei confronti del giudice D'Ambrosio -, accolgo il suo invito a esserlo, almeno in questa circostanza, perché in tante altre non potrò esserlo visto che il processo ha tanti aspetti che non possono essere trascurati».

Da qui ha inizio la narrazione dell'imputato sulle parole pronunciate dal pm Rho nell'udienza del 29 gennaio 2025, durante la deposizione del teste della accusa, il luogotenente dei carabinieri Carlo Mauri. «Il pubblico ministero Alessandro Rho - ha premesso Sculco -, prendendo la parola dichiara testualmente: “…reati commessi mentre lo Sculco era interdetto dai pubblici uffici”, quindi interrompo io, come a dire “dunque?”, e il magistrato prosegue “la pericolosità sociale di un soggetto che delinque contro la Pubblica amministrazione e dimostrando contiguità, quantomeno contiguità alla criminalità organizzata, sebbene interdetto dai pubblici uffici, è auto evidente».

«Stando a queste dichiarazioni - contesta Sculco - devo ritenere che il presupposto su cui è stata costruita tutta l'impalcatura giudiziaria nei miei confronti era costituita dal fatto di essere interdetto dai Pubblici uffici». È una nota assai controversa questa toccata nelle dichiarazioni spontanee dal 75enne ex consigliere regionale. Perché questi, sebbene il Tribunale della sorveglianza di Catanzaro abbia certificato l'estinzione della pena e di ogni altro effetto penale conseguente in ragione dell'esito positivo della messa alla prova, a questi non viene rilasciato il certificato elettorale. Ma è lo stesso imputato a chiarire meglio questo aspetto nel corso della deposizione.

Riferendosi alle parole pronunciate dal pm Rho, circa l'interdizione dai pubblici uffici, Sculco ha ricordato al collegio che «prontamente, il mio legale, avvocato Nigro, interviene e segnala al dottor Rho che queste affermazioni non sono veritiere!» e che, di contro, il pubblico ministero abbia esclamato «semplicemente… “ma davvero!”». «Non so se fosse sarcastico cos'altro - ha quindi incalzato Sulco riferendosi al tono d'intonazione del pm - ma confesso di non essermi accordo di questa colossale bugia o menzogna, come dir si voglia, nonostante abbia letto centinaia e centinaia di pagine, mai avrei immaginato che, addirittura venisse modificato il mio status giuridico per farne un uso fraudolento e finalizzato a costruire un'indagine, che una semplice lettura, onesta e sincera, rivelerebbe la mia più completa estraneità!».

«Mi riferisco, in particolare modo - ha quindi chiarito Sculco -, alla vicenda “Fiera mariana”, archiviata e poi, subito dopo, ripresa e insaporita. Era necessario aggiungere alcuni ingredienti: la ‘ndrangheta, che fa sempre effetto sul piano mediatico e anche, purtroppo, sul terreno giudiziario e procedurale; ed era utile mantenere il sottoscritto allo status di interdetto dai Pubblici uffici. Fa motivazione, giustificazione... Questo ha consentito, come era voluto e desiderato, gli arresti in carcere che il gip, dottor Battaglia, ha avuto la cortesia di tramutarli in arresti domiciliari, ostacolando in modo pressoché assoluto il mio diritto alla difesa!».

«Per come è stato raccontato dal dottor Rho - ha attaccato ancora Sculco -, c’è da ritenere che tutta la vicenda giudiziaria azionata nei miei confronti sia stata costruita sul presupposto che essendo interdetto, ero contiguo alla ‘ndrangheta e allo stesso tempo di avere compiuto una serie interminabile di delitti contro la pubblica Amministrazione”. Ovvero la mia pericolosità era frutto e conseguenza della interdizione e da questa considerazione e dichiarazione, mendace, ne conseguono gli arresti domiciliari ai quali sono confinato, ormai, da ben 21 mesi!»

Sculco rincara la dose quando dice che «è stato fatto anche peggio sul piano dei diritti costituzionali» in ragione delle «ripetute richieste del mio avvocato, a seguito della Sentenza del Tribunale di sorveglianza (di Catanzaro, ndr), emessa in data 26 novembre 2013 che dichiara l’esito positivo della prova, nonché l'estinzione della pena e di ogni altro effetto penale, ovvero la più completa riabilitazione». «Nonostante ciò - contesta l'imputato -, non mi è stato possibile ottenere il certificato elettorale, negandomi, così, la facoltà di esercitare il mio diritto al voto per ben 11 anni. Ancora peggio, la negazione più totale della presunzione di innocenza, dichiarata e riconosciuta dalla Carta costituzionale come uno dei diritti fondamentali che, in questo caso, è stato negato e mortificato!».

«Inoltre - ha precisato ancora Sculco -, a leggere le disposizioni di legge introdotte nel 2021, sempre in applicazione del diritto Costituzionale della presunzione di innocenza fino a prova contraria, si dispone che la parte pubblica, qualunque essa sia, non deve e non può pregiudicare e negare con frasi, parole e atti, la validità di tale diritto».

 

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